UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

NEVSKIJ PROSPEKT

Impressioni giapponesi
di Claudio Zanini


Lo scrittore giapponese YunichiroTanizaki, in Libro d’ombra, osservava con mesto disappunto (già nel 1933) l’inarrestabile ed eccessivo progresso dell’illuminazione elettrica nelle città giapponesi: sparivano l’intimità e il mistero della penombra, quello spazio segreto in cui forme e oggetti sono evocati dal lume d’una candela. Oggi Tanizaki inorridirebbe percorrendo il quartiere di Giza a Tokyo, rutilante di luci, colori, insegne e schermi abbaglianti.
Anche noi siamo rimasti colpiti dal bombardamento d’immagini e suoni che ben riassume la vita frenetica e pulsante della sconfinata Tokyo: una delle prime e immediate impressioni giapponesi (frettolose e forse superficiali, ma intense) di un breve soggiorno d’appena due settimane. Nel corso d’un viaggio faticosissimo lungo il quale abbiamo preso un centinaio di mezzi: treni, metrò, autobus, battelli; camminato una quindicina di chilometri il giorno, il Giappone si è presentato ai nostri occhi come un paese alieno, percorso da estreme contraddizioni e molto diverso da come l’avevamo immaginato. Meglio non farsi delle idee prima d’intraprendere un viaggio o, come dice un amico, i paesi esotici sarebbe preferibile conoscerli dai libri di fotografia (ben sapendo che trasmettono un immaginario inesistente). Una rapida e caotica modernizzazione, iniziata dalla seconda metà dell’800 con la dinastia Meiji, quindi drammaticamente continuata dopo la tragedia di Hiroshima e Nagasaki (1945) e la conseguente sconfitta militare (traumatico fu l’annuncio della resa senza condizioni da parte dell’imperatore Hirohito (che, nell’occasione, rinunciava alla sua origine divina), causa di molti suicidi), hanno segnato indelebilmente il suo paesaggio e la sua anima, suscitando nel viaggiatore l’impressione che, ancora oggi, costantemente emergano, immedicabili, i segni e le ferite della guerra.


Il Giappone sembra un paese privo di storia; quasi che, senza soluzione di continuità, al medioevo feudale degli shogun sia improvvisamente succeduta, una modernità senz’anima oggi dominata da una potente oligarchia finanziaria. Il vecchio viene sistematicamente distrutto (esemplare la vicenda del famoso Hotel Imperial di F.Loyd Wright a Tokyo che, edificato nel 1922, venne demolito nel 1969 per costruire un nuovo albergo). Questo nuovo (a parte certi quartieri d’architettura contemporanea d’eccellente qualità di Tokyo, di Kyoto e forse altrove) è il prodotto d’una speculazione selvaggia e disumanizzante. Persone come robot, inquadrate, efficienti, sciamanti in un flusso continuo; sui treni e metropolitane dormono o digitano sul cellulare (alto è il numero dei suicidi causati dallo stress del superlavoro: mi sono spesso chiesto se in Giappone esista e si pratichi la psicoanalisi). Tecnologia sopraffina, non c’è una carta in terra, i treni spaccano il secondo; loro sono puliti, gentili ma impenetrabili; nei grandi magazzini, accompagnano il visitatore sorrisi gelidi, cortesi inchini delle commesse simili a tante geishe seriali. Soltanto alcuni giovani chiedono, vogliono sapere, dialogano; ma il Giappone è un paese di vecchi. Vittima d’un inarrestabile spopolamento, ha uno dei più alti tassi di suicidi giovanili. Certo, belli i bambini e i ragazzi che girano con le divise della loro scuola, dalle quali, tuttavia si percepiscono i diversi livelli sociali. La scuola superiore e l’università costano molto, sono rigide e competitive; l’oligarchia deve perpetuare il proprio potere e selezionare un’efficiente e fedele classe dirigente. Siamo in un paese gerarchizzato, di scarsissima mobilità sociale, dove ciascuno deve stare al proprio posto.


Suscitano un fascino strano i templi buddisti e scintoisti, ricostruiti dopo incendi, terremoti, distruzioni belliche, e altri rimessi a nuovo recentemente a seguito d’una concezione transitoria ed effimera della vita e delle cose (come il fugace fiorire dei ciliegi in primavera) oppure quasi s’intendesse rimuovere il passato, cancellarlo con una mano di belletto? (il Kinkaku-ji, il Padiglione d’oro di Kyoto, di cui scrive Yukio Mishima nell’omonimo romanzo, è stato bruciato da un monaco nel 1950 e ricostruito dopo cinque anni. A proposito di Mishima, dopo questo viaggio, nel corso del quale mi sono rimaste inspiegate molte cose, credo tuttavia, d’aver intuito le motivazioni della sua tragica fine. Non volendo sopravvivere alla brutale modernizzazione e alla decadenza dei valori della tradizione, di cui noi oggi vediamo le nefaste conseguenze, nel 1970 a 45 anni, si sottopose pubblicamente al suicidio d’onore (seppuku). Noi, all’epoca, frettolosamente lo tacciammo di nazionalismo fascista.)
Alla bellezza dei templi corrisponde l’infittirsi caotico del tessuto urbano. Sul velocissimo “treno proiettile” Shinkansen, nei 900 chilometri percorsi da Tokyo a Hiroshima in quattro ore, abbiamo visto scorrere ai nostri fianchi una squallida periferia urbana interrotta da esigui campi a risaia. Un susseguirsi di case minime, tristi e precarie o degli enormi condomini anonimi, avulsi da un qualsiasi organizzazione dello spazio urbano, mezzo disabitati, che si mangiano lo spazio l’uno all’altro, come i fitti arbusti delle foreste di bambù. Al fascino astratto e geometrico dei giardini di pietra zen, agli spazi silenziosi dei monasteri isolati, al sacro magicamente evocato da certi santuari (vedi Koyasan, dove siamo stati ospiti) immersi in foreste di sequoie secolari, del tutto estranei, tuttavia, e lontani dal caotico indaffararsi delle persone, si contrappongono le luci fredde delle frenetiche stazioni ferroviarie e metropolitane, il gracchiare ininterrotto degli altoparlanti; luoghi come gli onnipresenti mercatini di cianfrusaglie, oppure come Ginza, il quartiere del lusso di Tokyo, che ha l’aspetto d’un enorme cimitero in cui i mausolei funebri sono gli smisurati palazzi delle grandi case di moda: Gucci, Louis Vuitton, Versace, Paul Smith, Armani, Cartier… in un’estrema celebrazione del consumismo. E poi, in un altro quartiere, entro altrettanti grattacieli, le sedi delle multinazionali dell’elettronica, della tecnologia soft robotics, della ricerca proiettata verso un futuro che mette i brividi.  
Simboli d’una modernità alienante che certo sgomenterebbe Tanizaki, hanno stordito e turbato anche noi contemporanei. Comprendiamo e condividiamo, dunque, la nostalgia di spazi scuri, indefinibili, dove lo sguardo si prolunga nel silenzio dell’ombra e il tempo pare si sia fermato (ombre e luci diffuse, che noi ritroviamo nella massima parte dei centri storici e architetture delle città europee). Forse, oggi in Giappone, quest’ombra satura di mistero si rintraccia ancora, relegata all’interno dei templi e dei monasteri. Tale suggestione di spazi indefinibili, come in assorta attesa di qualcosa che li riempia, richiama il concetto, o meglio, l’esperienza del vuoto.



Provo a chiarire meglio. Il centro dei templi, che avvolge e definisce lo spazio del sacro (sacro è una definizione nostra e impropria che, tuttavia, penso possa rendere l’idea), in realtà è involucro del vuoto. Il vuoto qui non significa, come in Occidente, assenza, bensì esperienza indeterminata ma intensa e potente, in un rimando costante che non si esaurisce perché sfugge alla nostra percezione.
Mi azzardo a dare una spiegazione intuitiva: per noi il vaso è il recipiente, l’interno è vuoto. Qui il vaso è il vuoto che l’involucro avvolge. La forma del vaso senza vuoto non sussisterebbe.
Ho trovato traccia di quest’ombra e di questo vuoto nella foresteria del monastero di Koyasan; sebbene provvisto di tutte le comodità contemporanee, il vuoto delle stanze decorate dalle delicate pitture sulle pareti sottili, l’opalescenza della luce filtrata dalla carta delle finestre, la penombra dei corridoi dove s’aprono vani segreti, suscitano una sottile e strana emozione.
Un’allusione al vuoto, che forse chiarisce con semplicità il concetto (spero non banalizzandolo), si scopre nei pacchetti giapponesi; dove l’incarto, la confezione d’accurata e geometrica raffinatezza prevale sull’oggetto avvolto, anzi “è l’involucro (a essere) consacrato come cosa preziosa, sebbene gratuita; (…) è (quasi) la scatola il vero oggetto del regalo, non già ciò che contiene” (Roland Barthes, L’impero dei segni, 1970), mentre il contenuto ha scarsa importanza; anzi potrebbe, paradossalmente, non esistere. Il vuoto, in effetti, sarebbe il perfetto contenuto del pacchetto.


Proseguendo sull’onda del medesimo pensiero, si può affermare che l’haiku (breve componimento poetico), respingendo ogni interpretazione e senso, indica null’altro che il vuoto. Infatti, la sua forma è l’involucro, il suo contenuto (anche questa è definizione purtroppo fuorviante e inadeguata) il puro vuoto. Lo spiega bene il poeta e monaco zen Basho (1644/1694):
Come è ammirevole / colui che non pensa / “la vita è effimera” / vedendo un lampo”.
Un altro esempio. L’esperienza del vuoto pervade i magnifici e perturbanti giardini zen. Dalla superfice geometrica di ghiaia mossa appena da leggere modulazioni, simili a piccole onde incurvate, le rocce emergenti perdono peso, si smaterializzano, assumono senso in quanto circondate e affioranti da quella sorta di mare di pietra: guardando mi è balenata la sensazione che si trattasse dell’oceano dell’essere (strana e improvvisa risonanza che, tuttavia, non saprei spiegare) e, nello stesso istante d’un vuoto che si percepisce denso d’energia. Un vuoto di cui le increspature appena percettibili sulla ghiaia definiscono la presenza; le rocce che ne affiorano sono segni perentori, richiamano la macchia nera di china dell’ideogramma sul bianco della carta. Anche quest’ultima, la carta, è un vuoto che attende la scrittura e da essa è indissolubile. Mi auguro che questi esempi incrociati siano riusciti a suscitare una almeno vaga approssimazione dell’idea giapponese del vuoto.
La carta giapponese è morbida, “simile al manto della prima neve” (Tanizaki) e l’ideogramma dipinto sembra succhiare energia dal suo spazio bianco e vuoto, concentrarla nel segno nero d’inchiostro di china, corposo e risoluto.


Sotto l’occhio vigile e benevolo d’un elegante monaco in kimono bianco, abbiamo fatto prove di calligrafia. I risultati discutibili hanno suscitato alcune considerazioni.
Il pennello, tenuto perpendicolare al foglio bianco e guidato dall’avambraccio, produce, scorrendo senza staccarsi dalla carta, segni decisi o morbidi, sottili o più larghi, Qui, pittura e scrittura coincidono. Il segno s’impone, ma il vuoto dello spazio invaso lo preme tentando di forzarne i margini. È una lotta tra opposti. Bianco e nero.
La nostra scrittura corsiva occidentale pare, piuttosto, incidere il supporto cartaceo oppure, in certi casi, sovrapporsi a esso; sovente ha la forma del grafico d’una qualche funzione corporea (cardiogramma, encefalogramma, ecc). Decifrandolo, i grafologi possono intuire la personalità di chi scrive. Dall’analisi dell’ideogramma giapponese (e cinese) credo si possano ben ricavare le minime variazioni del suo significato, ma nulla sullo scrivente. Il corsivo occidentale è soggettivo, quindi funzionale alla scrittura automatica, che ritengo impossibile in Giappone, poiché il significante possiede un’oggettività inattaccabile. 
Sono molto belli ed eleganti i kimono che ogni giorno trovavamo nella stanza dell’albergo, ma problematiche le microstanze (in Giappone lo spazio va sfruttato al massimo) in cui eravamo ospiti.
Variopinto come una tavolozza di colori e di sapori molteplici, è il sushi, preparato davanti ai tuoi occhi. Assai meno gradevole (per il nostro gusto) il tofu; sebbene la zuppa di miso venga servita in raffinate ciotole di lacca. Curiose (per noi) le hashi, bacchette con cui si porta il cibo alla bocca. Non sono affilate e pungenti come le nostre posate. Non tagliano, stringono il cibo morbidamente, quasi con delicatezza; esigono eleganza e destrezza manuale; e, all’inizio, infinita pazienza.   

   
Superbo il torii (portale) rosso, segno potente, sorgente dall’acqua della baia dell’isola di Miyajima e affascinante il santuario di Itsukushima, anch’esso di legno purpureo, sospeso su palafitte. Enigmatico il grande Budda bronzeo di Kamakura, gli occhi chini sul proprio ombelico, chiuso nella sua imperturbabilità; d’intorno, lo sciame di turisti lo mitraglia con migliaia di scatti fotografici.
Un fascino segreto traspare dai volti delle attrici del teatro nō. Dipinti di bianco, respingono la luce; impenetrabili a essa e agli sguardi dello spettatore, trattengono ogni espressività. Sono come dei fogli bianchi in attesa della scrittura (Barthes). Gli occhi bui, piccoli e allungati e le labbra scarlatte (un tempo erano blu) rilevano tale candore gessoso. Le pupille evocano segni quasi impercettibili, il gesto è quello elegante delle mani, delle dita che ruotano ventagli. Irrompe un mimo dall’incarnato naturale, che si muove frenetico come nei film muti d’una volta. Giocando con il suo ombrello, suscita ilarità, come la buffa figurina d’una stampa di Hokusai.


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L'ALTRA RUSSIA
di Christian Eccher

(TRITTICO SIBERIANO)
ALL’INCROCIO FRA I MONDI: DRUŽININO.

A Chingiz Aitmatov, poeta della steppa

Casa a Irkutsk

I treni da Mosca e per Mosca arrivano sempre in orario a Družinino, un luogo che è non è un paese e non è una città, ma soltanto un importantissimo snodo ferroviario che unisce l’oriente all’occidente, l’Europa all’Asia. Tutti convogli a lunga percorrenza delle Ferrovie Russe che percorrono la Transiberiana si fermano qui, in questa piccola località degli Urali meridionali; fanno una pausa più o meno lunga, i macchinisti scendono dalle locomotive, lasciano il posto ai colleghi e si riposano per qualche ora nei locali del Dopolavoro ferroviario prima di riprendere il viaggio in direzione opposta e tornare nei luoghi da cui erano partiti. Sui binari una decina di treni aspetta che si apra il segnale per poter proseguire verso gli scambi del sezionamento e riprendere la corsa verso est o verso ovest lungo la linea della Transiberiana (Поезда в етих краях шли с востока на запад и с запада на восток...). Visti dal sovrappasso che congiunge l’edificio centrale all’altra estremità della stazione e che permette di attraversare i binari senza correre rischi, i treni sembrano bestie mansuete che riposano in fila; i locomotori ronzano sordi, la maggior parte di loro traina un numero indefinito di vagoni merci, piatti e aperti, ricolmi di carbone, nero fino all’orizzonte, che si estende oltre i segnali di ingresso alla stazione e gli scambi del sezionamento. Un mare in tempesta, scuro e torbido, è quello che sembra agitarsi sui binari di Družinino; onde nere la cui cresta si alza al centro per poi abbassarsi improvvisamente in corrispondenza delle pareti rosse e basse dei singoli vagoni, vicino ai respingenti che ancora combaciano l’uno all’altro a causa della brusca e stridente frenata a cui il treno è stato costretto dopo essere entrato in stazione: dato il notevole peso del carico trasportato, le ruote di acciaio, quasi fossero ipnotizzate, tendono a perpetuare il movimento in avanti a cui il locomotore, dopo il dolente strappo iniziale, le ha costrette per chilometri (O carro vuoto sul binario morto!). Quando dalla locomotiva arriva ai vagoni il segnale di frenata tramite un getto di aria compressa, le pastiglie di ferro del freno vanno a toccare la ruota, che emette un gemito freddo e stridente, quasi si ribellasse al comando ricevuto. L’asse che unisce le due ruote continua a girare, ma in maniera sempre più lenta, finché non si ferma di colpo. È questo il momento in cui il carbone si scuote e qualche pezzo rotola giù, fino a sbattere con un tonfo metallico sulla parete del vagone. I passeggeri dei treni a lunga percorrenza già fermi si svegliano di soprassalto nelle loro cuccette, guardano storditi attraverso i finestrini la luce scialba dell’alba e il verde delle betulle che per il poeta Sergej Aleksandrovich Yesenin simboleggiano il corpo e magro e slanciato delle ragazze russe. Il vento dell’ovest agita drammaticamente le foglie degli alberi e dei cespugli che crescono lungo la massicciata e getta qualche grassa goccia di pioggia sui volti dei viaggiatori che escono dal vagone per fumare una sigaretta o per comprare qualcosa da mangiare nell’unico negozio in riva alla ferrovia. I treni passeggeri si arrestano sui binari più esterni, dalla parte opposta dell’edificio bianco della stazione, lì dove comincia il centro abitato, una serie di case basse con le paraboliche sopra il tetto a captare i segnali televisivi dai satelliti artificiali in orbita, con i giardini in cui ruzzolano cani e galline e con le strade non asfaltate, impolverate d’estate e fangose d’inverno. 

Druzinino
A Družinino vivono principalmente le famiglie di coloro che si occupano del traffico ferroviario e della manutenzione del tratto uralico della Transiberiana; è grazie a questi uomini coraggiosi che le merci e i passeggeri possono muoversi liberamente da est verso ovest e da ovest verso est. Vicino alle scale del sovrappasso di trova l’unico negozio della stazione: all’interno, un’anziana signora dalle rughe del volto marcate e dai movimenti lenti e posati vende uova sode, peperoni, piroshki (focacce fritte ripiene di patate o di cavolo), bevande fredde e pomodori dalla buccia liscia e traslucida, troppo rossa per essere naturale. Gli scaffali sulle pareti sono quasi vuoti. I passeggeri dei treni in sosta fanno la fila per comprare acqua e dolciumi. C’è tempo prima di riprendere il viaggio; qualcuno si avvia verso l’edificio della stazione ferroviaria, in cerca di una doccia o di un bar che offra tè e caffè. Oltrepassato il cavalcavia pedonale, costituito da un basamento di cemento ormai sgretolato dal clima rigido degli inverni russi e dalle estati che a queste latitudini sono comunque torride, ci si trova davanti a un portone in legno, che si apre con estrema facilità, nonostante sia massiccio e molto grande. La biglietteria è completamente vuota; nessuno prende il treno a Družinino. Le persone che abitano in paese si spostano solo quando hanno qualche commissione incombente altrove; in poche ore si arriva a Jekaterinburg, la capitale della regione degli Urali. Per raggiungere Mosca ci vogliono invece 24 ore. Gli impiegati, vestiti con le eleganti divise delle ferrovie russe, una delle aziende con più impiegati al mondo, parlano sottovoce, perché l’eco non faccia rimbombare le loro voci nell’androne spoglio e alto, come la navata di una cattedrale. La stazione di Družinino assomiglia a un tempio poco visitato dai fedeli. Nella sala d’aspetto, adiacente alla biglietteria, un uomo dorme su una panchina di ferro, sdraiato su un fianco, con le ginocchia sul petto e la giacca appoggiata sulle spalle a mo’ di coperta. Sotto la panchina c’è una bottiglia di vodka semivuota. Forse si tratta di uno dei rari passeggeri che ha perso il treno, o forse è soltanto un abitante del luogo che smaltisce la sbornia della sera precedente. Attraverso delle scale di marmo, pulite e scintillanti come se fossero quelle di un ospedale, si accede al piano superiore, dove ci sono le docce e la toilette, chiuse al pubblico, gli uffici del capostazione e quelli dello smistamento. Una vera e propria torre di controllo, il cuore e la mente di Družinino.

Druzinino

All’incrocio fra i mondi non ci sono né ospedali né scuole, ma c’è solo un pugno di uomini coraggiosi che dirige il passaggio dei treni da oriente a occidente e da occidente a oriente. Поезда в етих краях шли с востока на запад и с запада на восток...
(In Kazakistan c'è uno snodo ferroviario di primaria importanza, Boralni – in russo – o Burani – in lingua kazaka. Si trova nel mezzo dell’immenso mare stepposo che comincia in Ungheria, nella “puszta” magiara del poeta Petöfi (solo tu, caro “aist”, piangesti accanto al corpo del poeta ucciso!), e finisce a Vladivostok, lì dove l’erba lascia improvvisamente il posto al Mar del Giappone. Il passaggio dei treni da ovest verso est e da est verso ovest è da tre decenni automatizzato. Subito dopo la Seconda guerra mondiale, e fino agli Settanta, due uomini, Edigey e Kazangap, lavoravano nella piccola stazione di snodo insieme a una decina di colleghi: il loro compito era quello di riparare i binari, aprire e chiudere i segnali di ingresso e di uscita, spalare la neve quando era necessario. Si erano trasferiti nella steppa dal lago di Aral, il quale adesso non esiste più, dato che l’Uzbekistan, al fine di irrigare le proprie piantagioni di cotone, ha bloccato con dighe selvagge l’acqua degli affluenti del bacino d’acqua, grande a tal punto che i Kazachi lo chiamavano mare. A inizi anni Cinquanta, a Edigey e Kazangap si unì Abutalip Kuttybajev, un maestro elementare allontanato dalla scuola di Astana dove lavorava prima della guerra per il solo fatto di essere di etnia tedesca e di aver combattuto al fianco dei partigiani di Tito in Jugoslavia. Nel ’48 Tito aveva rotto i rapporti con Stalin e si era rifiutato di ricevere direttive da Mosca; per questa ragione, Stalin il paranoico guardava con diffidenza tutti coloro che avevano combattuto a fianco del Maresciallo. Una notte di primavera del 1952, Abutalip fu deportato in un campo di concentramento per dissidenti. Morì in condizioni mai chiarite nell’aprile del ‘53, un mese dopo la morte di Stalin. A Boralni-Burani rimase ancora per qualche anno la moglie di Abutalip, a cui non mancò mai la solidarietà delle poche famiglie dei lavoratori dello snodo; le donne si occupava dei bambini, senza privilegiare i proprio figli a scapito di quelli altrui; si prendevano anche cura dell’orto e degli animali domestici, mentre i mariti lavoravano lungo la massicciata. Per questa gente, la linea ferroviaria era come il meridiano di Greenwich: il mondo si divideva in due parti, quella sinistra e quella destra rispetto alla strada ferrata. Nel villaggio non c’erano né acqua potabile – che veniva portata su un vagone cisterna da Almaty – né energia elettrica. Il bene più prezioso a Boralni-Burani erano i cammelli, che pascolavano liberamente nella steppa. Lo stesso Edigej aveva un cammello, sano e forte, e con quell’animale accompagnò Kazangap fino al cimitero di Ana-Bejt, dopo che l’amico morì in una notte di settembre, a fine anni Sessanta. Ad Ana-Bejt riposano adesso anche Edigej e sua moglie. A Boralni-Buran oggi non abita più nessuno. Dal treno in corsa è ancora visibile quel che resta delle case in terra battuta in cui abitavano coloro che si occupavano dello snodo ferroviario prima dell’avvento dell’automazione. I figli di Edigej e dei suoi collaboratori si sono trasferiti all’estero o ad Almaty. I cammelli continuano a pascolare indiffenti nella steppa. Ogni volta che passa un treno, la terra di Ana-Bejt, che non è lontana dalla ferrovia che unisce la Russia, il sud del kazakistan e le città secche del lago di Aral, si scuote e sussulta per far credere a Edigej e a Kazangap, lì sotto terra, che il mondo sia ancora uguale a quello di 50 anni fa).

Druzinino

SIBERIA
Ad Aleksandr Gorodnizkyi e a tutti i bardi della Steppa siberiana

Siberia orientale

Evgenija Vladimirovna guarda con orgoglio le piante di pomodori che crescono a grappoli nell’orto della sua “dacia” – la casa in campagna in cui i russi di città sono soliti trascorrere le proprie vacanze – alla periferia di Tomsk. Da alcuni anni a questa parte, a causa dei cambiamenti climatici, in Siberia sono comparsi verdure e ortaggi che fino a un decennio fa potevano essere solamente importati dai paesi caldi. Ormai in tutta la Russia, l’estate comincia già a maggio, con un mese di anticipo rispetto alla norma, e finisce a settembre; le temperature massime a luglio e ad agosto sfiorano e spesso superano i 30 gradi e permettono agli abitanti dei villaggi che si trovano lungo la linea della Transiberiana di coltivare prodotti che da queste parti sono indubbiamente esotici. Evgenija, professoressa di russo presso il Politecnico di Tomsk, è una delle poche persone a essere preoccupata da questi improvvisi mutamenti: “Piantare e poi raccogliere i pomodori è senz’altro una soddisfazione, ma forse era meglio continuare a comprarli al mercato”, dice con un’espressione del viso accorata, che, nonostante un abbozzo di sorriso, non riesce a nascondere un profondo turbamento. “Nel nord della Siberia, nella penisola dello Yamal, oltre il Circolo Polare Artico, le temperature elevate hanno causato epidemie fra persone e animali”. Evgenija ha purtroppo ragione: lo scioglimento del permafrost, il terreno gelato che è una caratteristica peculiare della Siberia del nord, ha liberato un batterio del ceppo dell’antrace che era imprigionato nel ghiaccio da migliaia di anni. I corpi degli essere umani e degli altri animali non hanno le difese immunitarie adatte a fronteggiare questa invasione batterica, che nel luglio scorso ha abbattuto numerosissime renne e ha colpito in maniera grave 3 esponenti della tribù nomade Nenet. I cambiamenti climatici colpiscono soprattutto le zone continentali del nostro pianeta; proprio in Siberia è cominciato il processo che potrebbe portare la specie umana all’estinzione. Con lo scioglimento del permafrost si potrebbero liberare enormi quantità di metano e di anidride carbonica che potrebbero a loro volta cambiare la composizione chimica dell’atmosfera terrestre. Non è possibile stabilire quanto gas sia attualmente trattenuto dai ghiacci. I danni dello scioglimento del permafrost sono però già visibili: a Jakutsk, capoluogo della Socha-Jakutsia, e a Irkutsk, vicino al lago Bajkal, le fondamenta delle case appoggiavano su uno strato solido di terriccio e rocce ghiacciati; negli ultimi dieci anni, con l’aumento delle temperature, il ghiaccio si è sciolto, il suolo si è ammorbidito e ha cambiato densità, deformandosi: alcune case sono così letteralmente sprofondate nel terreno. Il paesaggio in Siberia diventa a poco a poco apocalittico e surreale: abitazioni il cui primo piano è completamente coperto di terra, case e stalle inclinate, come se fossero state colpite da un terremoto di forte intensità; voragini che si aprono qua e là, inghiottono boschi e sputano fuori fiamme e gas volatili.
A Tomsk e nel sud della Siberia, però, i cambiamenti climatici non sono così drammatici come nel nord della regione. Per la verità, Nord e Sud, Est e Oves sono in Siberia concetti vaghi, dato che questa immensa regione non ha frontiere ben definite. Dal punto di vista geografico, tutto il territorio che va dagli Urali al Mar del Giappone e dal confine kazaco al Mare del Nord è Siberia. Politicamente, invece, il Distretto Federale Siberiano comprende soltanto la parte centrale della regione, fino al lago Bajkal. A livello geologico, la maggior parte del suolo siberiano è un “trappo”, ovvero una gigantesca colata vulcanica risalente a circa 250.000 anni fa, quando una delle più potenti eruzioni mai avvenute sulla Terra coprì la superficie dell’allora Siberia e le sue paludi, che si sono di conseguenza trasformate in un mare nero, sotterraneo, di carbone. La successiva deriva dei continenti ha risparmiato la Siberia, che è rimasta come incastrata fra le diverse zolle della crosta continentale: i monti Altai, la penisola Kamchatka e gli Urali sono le frontiere geologiche della Siberia, i luoghi che con le loro montagne accartocciate testimoniano il gigantesco scontro fra le placche tettoniche, in parte ancora in corso. Gli storici invece cominciarono a parlare di Siberia soltanto dopo l’avvento di Ivan il terribile, nel XVI secolo. Prima di allora, al di là degli Urali si estendeva uno spazio sconfinato in cui vivevano antiche popolazioni, oggi quasi completamente dimenticate, nonostante alcune di esse siano sopravvissute e si oppongano con ogni mezzo alla russificazione delle proprie usanze e, soprattutto, al tentativo da parte di Mosca di imporre loro il russo come lingua ufficiale. Gli Aleuti della Kamchatka, i Keti di Krasnoiarsk sono solo alcune di queste etnie, che vivono di allevamento e in condizioni di grave povertà. La Siberia è caduta spesso nelle mani di grandi imperi, come quello mongolo e cinese, ma non fu mai colonizzata. I nuovi arrivati si limitavano a creare avamposti militari. Durante il Medioevo, per gli europei la Siberia non era altro che un territorio di transito, attraverso il quale passavano mercanti e carovane che univano la Cina, l’attuale estremo oriente russo con Bisanzio e l’Europa intera. Trasportavano sale, legno e la allora ricercatissima pelliccia di ermellino. Durante il XVI secolo, Ivan il Terribile decise di conquistare il territorio a est degli Urali e di centralizzare la Russia al fine di concentrare tutto il potere nelle proprie mani. San Pietroburgo sarebbe stato il centro dell’impero, a cui tutte le altre regioni si sarebbero dovute sottomettere. Venivano così gettate le basi che avrebbero costituito l’infrastruttura del potere della Russia degli zar prima e di quella sovietica poi. L’esercito guidato da Jermak Timofejevich riuscì a imporsi sulle numerose etnie e tribù che abitavano la Siberia: i Tatari, che almeno nominalmente controllavano la regione, furono sgominati. Le altre popolazioni, che fino ad allora avevano vissuto liberamente lì dove c’erano le risorse naturali fondamentali, vale a dire l’acqua e il legno, furono soggiogate, ma non del tutto. I tatari erano e restavano musulmani, i mongoli buddisti, molte tribù animiste, nonostante il cristianesimo fosse la religione ufficiale in Russia: non a caso, una delle prime preoccupazioni di Ivan il Terribile fu quella di porre sotto il proprio controllo i vertici della Chiesa ortodossa. Al fine di colonizzare davvero e in toto la Siberia erano necessari ancora molto tempo e molti sforzi ed era soprattutto fondamentale creare una rete di istituzioni: San Pietroburgo cominciò a spedire oltre gli Urali soldati, vescovi e preti; il rapporto dei colonizzatori nei confronti della Siberia era però molto problematico. Quando nel XVIII secolo – a colonizzazione quasi terminata! – Katerina II decise di mandare 90 preti a Tobolsk, città della Regione di Tjumen, ne arrivarono solo 9. Gli altri si diedero alla macchia: le loro mogli (la Chiesa ortodossa permette il matrimonio per i ministri di Dio) non ne volevano sapere di lasciare la Russia europea per ritrovarsi in mezzo a uomini selvaggi che per giunta vivano in condizioni climatiche proibitive.

Siberia orientale

Le prime città russe in Siberia presero il nome di “ostrog” (“ostro” significa appuntito): erano infatti circondate da palizzate in legno con le punte affilate rivolte verso il cielo. Queste fortificazioni ospitavano e difendevano dai pericoli esterni i mercanti, gli artigiani e i soldati: questi ultimi costituivano la grande maggioranza degli abitanti. A mano a mano che la Siberia veniva colonizzata, cresceva anche la popolazione, che gli “Ostrog” non erano più in grado di ospitare. Nacquero così le prime grandi, moderne città, come Omsk, Tomsk, Krasnojarsk e Novosibirsk. Sin dai tempi di Ivan il Terribile, oltre ai colonizzatori, gli zar spedivano in Siberia i criminali e i propri nemici politici. Si trattava di una sorta di esilio dorato: coloro che erano stati condannati non potevano tornare nella Russia europea ma avevano la possibilità di vivere liberamente oltre gli Urali. Molti di loro insegnavano nelle scuole, a sera frequentavano le osterie e leggevano i libri dei principali filosofi occidentali che gli amici spedivano loro da San Pietroburgo o da Mosca. La Siberia era uno spazio di libertà, in cui circolavano le più pericolose idee in campo politico e sociale. Ciò non disturbava affatto gli zar, i quali, chiusi nel Palazzo d’Inverno, si sentivano protetti delle migliaia di chilometri che li distanziavano dalla Siberia. Le cose cambiarono con Nikola II, all’inizio del XIX secolo, dopo la rivoluzione decabrista. I decabristi avrebbero voluto assassinare l’imperatore e dar vita a una società moderna, senza servi della gleba, decentralizzata e repubblicana (Не всегда для свободы победа нужна, ей нужнее парой пораженье). Quando il tentativo di colpo di Stato fu sventato, i decabristi furono mandati in Siberia; da allora, però i prigionieri, politici e non, furono rinchiusi negli “Ostrog”, rimasti vuoti a causa del trasferimento dei cittadini nelle nuove città. Da grande territorio militare, la Siberia si trasformò in un’enorme prigione. Ciò comportò la creazione di una rete infrastrutturale fatta di guardie carcerarie, infermieri, medici, cuochi; nuova gente arrivò dalle città della Russia dell’ovest per lavorare negli “ostrog”. Certo è che i condannati non insegnavano più nelle scuole e non frequentavano più i caffè come nei tre secoli precedenti; uscivano soltanto per lavorare: cominciava l’industrializzazione della Russia zarista, si aprivano miniere e nel 1892 venne intrapresa la costruzione della grande ferrovia transiberiana. I detenuti fornivano manodopera a costo zero. (Dal finestrino del treno, il Capitano degli Oceani e della Steppa mostrava a tutti, con orgoglio, il monumento ai decabristi, nella piccola stazione al di là degli Urali, al di qua dello Yenissei. Una lastra in marmo tagliata in verticale, sghemba, con i nomi di coloro che furono mandati in Siberia e che non fecero mai più ritorno. Ma il loro spirito di libertà aleggia ancora nei territori pianeggianti che vanno dalla Mongolia alla Kamchatka; quello stesso anelito di libertà che spinse il Capitano a lasciare il continente in cui era cresciuto e a spingersi fino a Vladivostok, e poi oltre, per mare, sulle navi mercantili che rigano gli oceani in tondo, fino ad abbracciare l’intera circonferenza terrestre.
Cantiamo piano; sentiamo a stento noi stessi. Un tozzo di pane, Iulia, per l’inverno che ci aspetta e per la primavera che non aspetteremo).
Nel XIX secolo, la colonizzazione della Siberia da parte della Russia giunse a buon fine, ma non del tutto. C’è ancora oggi una scollatura fra Mosca e le città siberiane; fra le élite intellettuali e politiche di Mosca e San Pietroburgo da un lato e quelle di Novosibirsk e Tomsk dall’altro non c’è mai sovrapposizione completa. Perché? Per capire la sottilissima divergenza fra il centro dell’impero e la sua periferia, divergenza che spesso passa inosservata agli analisti occidentali, dobbiamo tornare a Katerina II, la Grande. Ivan il Terribile e i suoi successori avevano governato per mezzo del terrore; non avevano certo il popolo dalla propria parte. Katerina fu la prima a capire che non avrebbe potuto garantire a lungo il trono alla famiglia regnante se non avesse creato un consenso intorno alle scelte politiche degli zar. Erano necessari quelli che Gramsci chiamava “intellettuali organici”, vale a dire persone influenti che si riconoscessero nella Weltanschauung (Ideologia, visione del mondo) della classe al potere e che facessero da cinghia di trasmissione, da intermediari fra il vertice e la base della società: il loro compito sarebbe stato quello di diffondere anche ai ceti più infimi i valori di coloro che erano al vertice. Quegli stessi valori sarebbero così diventati dominanti. Per Gramsci, intellettuali sono tutti coloro che hanno a cuore le sorti della società e non solo scrittori, pittori e insegnanti. Al giorno d’oggi, gli intellettuali organici lavorano per lo più in televisione. Fino all’avvento della società di massa, gli artisti e i rappresentanti del clero erano coloro che creavano miti e ideologie per tutta la società (la poesia vino di servi; la serviva Vassilissa, ai tavoli, nelle cantine di Tomsk). Nella Russia del XVIII secolo cominciarono a ruotare intorno alla figura di Katerina i cosiddetti “dvoriani”, vale a dire funzionari, scrittori, scienziati, mercanti che frequentavano la corte del Palazzo d’Inverno (“dvor” in russo vuol dire cortile, anche nel senso più ampio di corte) e a cui la zarina regalava, in cambio della loro fedeltà, terre e titoli. In Russia prendeva vita per la prima volta nella storia un’intellighenzia a cui era affidato il compito di conferire prestigio ed egemonia alla classe dominante. Gli zar successivi però non furono illuminati come Katerina e molti “dvoriani” si trovavano spesso in contrasto con la famiglia regnante, e per questo finivano in Siberia, in carcere. Il sistema messo a punto da Katerina, inoltre, funzionava perfettamente fino agli Urali; al di là del confine fra Europa e Asia, però, non era possibile controllare così bene il popolo. La terra era troppo povera per essere regalata ai “dvoriani” locali. Allora come oggi, la Siberia e il Lontano Oriente russo avevano e hanno altre esigenze rispetto a Mosca e a San Pietroburgo. In più, già da secoli il potere esiliava in Siberia i propri nemici: certe idee sovversive, legate a ideali democratici e repubblicani, si erano davvero diffuse, anche fra i ceti più bassi della popolazione. Come portare, se non definitivamente, almeno efficacemente a termine il processo di colonizzazione? Semplice: bastava sostituire i “dvoriani” con i “cinovniki”, vale a dire con i burocrati. Se non era possibile controllare il territorio grazie alle ideologie dominanti (in Siberia nessun concetto è assoluto, da queste parti anche nozioni come “Dio” e “patria” sono relative), si potevano usare montagne di carta e di timbri. A ogni azione che il cittadino, o meglio, il suddito compiva, seguivano o precedevano decine di documenti, che attestavano, registravano, schedavano, descrivevano, controllavano. Alla lunga, questo sistema sfibrante (che funziona ancora oggi, senza il timbro in Russia non sei e non sarai mai nessuno) ha portato i suoi frutti, soprattutto durante gli anni staliniani durante i quali alla burocrazia si associò nuovamente il terrore, come ai tempi di Ivan il Terribile. Né i “cinovniki” né il comunismo sono riusciti però a piegare del tutto quello spirito libertario e rivoluzionario che ancora oggi si respira in Siberia e che, anche sotto il pugno di ferro di Vladimir Vladimirovich Putin, i cittadini esternano con la loro pungente ironia e la loro fortissima energia vitale. Ciò che è rimasto dei tempi antichi, l’eredità dei decabristi e di tutti coloro che erano stati esiliati, è una tendenza alla critica, all’analisi profonda della realtà che ci circonda, e non solo da parte degli intellettuali, ma di quasi tutto il popolo. Cosa non da poco nel mondo attuale, dove le ideologie dominanti (soprattutto quelle neoliberiste) si impongono ovunque con estrema facilità.

Siberia occidentale

 (I campi di cereali ingialliscono lentamente e si piegano al vento dell’ovest, che muove anche la chioma delicata e nobile delle betulle. I pini prendono a poco a poco il sopravvento sulle coltivazioni; è lì che inizia la taiga, il bosco che copre le latitudini intermedie della Siberia per poi lasciare spazio alla tundra, dalle erbe basse e dai licheni che crescono sulla terra e sul permafrost. All’estremo nord, oltre il Circolo Polare Artico, c’è una città, Norilsk, in cui d’inverno il termometro raggiunge i meno 40 gradi centigradi e che rimane isolata dal resto del mondo per alcuni mesi. È un centro nato alla fine degli anni Trenta e vive dell’estrazione del petrolio e del gas. Dopo il crollo dell’URSS, Norilsk subì un calo demografico notevole. Negli ultimi anni, oltre agli ingegneri di Lukoil e di Gasprom che accettano di trasferirsi nel nord della Siberia in cambio di paghe molto alte e di un appartamento a Mosca, a Norilsk sono arrivati anche gli immigrati dalle ex Repubbliche sovietiche dell’Asia centrale: giovani tagichi, kirghisi e uzbeki hanno aperto bar e ristoranti, negozi di frutta e verdura, rivendite di abbigliamento. Norilsk conosce così una rinascita senza precedenti, che fa di questa città dura e isolata un luogo vivibile, dove alcune famiglie moscovite, arrivate per motivi di lavoro, decidono di rimanere per sempre.
Da Strezhevoj, invece, un centro di 40.000 abitanti che si trova nel sud della Siberia, vicino a Tomsk, è in corso un vero e proprio esodo. Anche Strezhevoj è una città del petrolio, esattamente come Norilsk. Le riserve stanno però finendo e il crollo del prezzo dell’oro nero ne ha reso troppo costosa l’estrazione. Non c’è più lavoro e molte famiglie scelgono di emigrare. Cosa fare delle nuove generazioni, che a Strezhevoj sono nate e si sentono a casa? Come far rivivere una città destinata tristemente a scomparire? Sono questi i nuovi problemi della Siberia, a cui il Cremlino sta cercando di trovare una risposta).
Nel parco comunale di Tomsk, il professor Vladimir Vladimirovich Maksimov passeggia insieme alla sua splendida consorte, una donna kirghisa emigrata in Siberia, e alla sua figlioletta di 4 anni, che curiosa tocca tutto ciò che si trova davanti a lei e si nasconde vergognosa nell’abbraccio della madre quando gli estranei le rivolgono la parola. Magro, con la barba ispida e i capelli grigi, Vladimir Vladimirovich insegna Scienze Siberiane al Politecnico di Tomsk. Sorride sincero e dice che c’è solo una certezza quando si pone la questione sui rapporti fra la Siberia e il resto della Russia: “Non potrà mai esistere una Russia forte senza una Siberia forte. Il cuore e il motore economico della Federazione sono qui, in questa regione infinita, insensata e ribelle”.


TOMSK
Ad Anna Stepanovna Politkovskaya

Steppa vicino ad Omsk

Nel sud della Siberia scorre il Tom, un fiume poco profondo il cui letto è in determinati punti largo alcune centinaia di metri: le immense pianure russe permettono ai corsi d’acqua di estendersi a dismisura e di scorrere in maniera lenta e regolare. I marinai di pianura siberiani sanno che non è impossibile guadare questi fiumi a piedi: basta spostarsi da un banco di sabbia all’altro ed evitare di cadere nelle numerose buche che l’acqua torbida e sporca di terra nasconde. Quando soffia il vento, la superficie del Tom si copre di spuma bianca; l’aria cede la propria energia all’acqua, la quale prima si increspa e poi si arcua in onde minute e giocose che si vanno a infrangere sulle rive melmose, fra canneti, rane immobili ma guardinghe e fili d’erba tremanti. Sulla riva destra del Tom si trova Tomsk, una città che prende il nome dal fiume su cui sorge e che è stata capoluogo della Siberia fino al 1925, quando Novosibirsk le strappò il primato di centro più importante della regione. La città si presenta all’improvviso a chi arrivi dagli Urali: dopo aver attraversato Novosibirsk, la strada statale che va verso nord scorre per circa 200 km fra campi di cereali e boschi di betulle e, oltrepassato il ponte sul Tom, le automobili si ritrovano nel centro di Tomsk. Non ci sono periferie, palazzi di epoca sovietica, officine, ferrovie ad annunciare il centro abitato, che, senza pudore, si apre ai turisti, ai camionisti che hanno viaggiato per giorni e che avrebbero voluto sistemarsi, pettinarsi e indossare una maglia pulita prima di entrare in città. È troppo tardi: Tomsk coglie i propri ospiti di sorpresa. A destra della strada statale, che in città si trasforma in un largo boulevard, si estende il “Lagerni Sad”, il parco comunale nel quale, durante l’estate, i giovani corrono con le cuffie alle orecchie, le madri spingono carrozzine con i bambini ben coperti perché non prendano freddo e gli scoiattoli si affacciano dai tronchi esili degli alberi in attesa che qualcuno dei passanti getti loro del cibo. Al centro del parco c’è il monumento ai caduti in guerra e tutt’intorno un bosco di betulle. Il “Lagerni Sad” segue il corso del fiume Tom e costeggia la collina su cui si trova anche la città. A ovest, il parco confina con la via Nahima che è sempre molto trafficata; a est, invece, digrada all’improvviso verso il fiume, con pendii che per la loro ripidità ricordano le scarpate alpine: si tratta di rarissime (da queste parti) rocce marine; ciò che rimane di un passato lontano completamente cancellato dalla millenaria erosione del suolo. Nel paleozoico, infatti, quest’area della Russia centrale era coperta dalle acque dell’oceano, che si sono ritirate già nel mesozoico, a causa dei processi orogenetici in corso nella zona degli Altai e che crearono delle alture anche nella Siberia meridionale, simili a quelle che oggi caratterizzano le zone europee prealpine della Germania. Tutto quello che resta di quel lontano periodo e di quelle montagne sono i pendii del Lagerni Sad, all’interno dei quali sono rimasti imprigionati gli scheletri di animali marini estinti, ora pietrificati in fossili che ogni tanto gli archeologi portano alla luce. La città, però, non ha conosciuto questi drammatici cambiamenti geologici, che risalgono a epoche in cui l’essere umano non era ancora comparso sulla terra. Tomsk è stata fondata nel 1604; per il pianeta, 400 anni sono un come un battito di cuore per l’homo sapiens; il tempo scorre in maniera differente, per le pietre, per gli uomini e per gli altri animali. Meglio che la mente non si addentri nei cuniculi del tempo, meglio vivere l’illusione del presente, che sembra immobile, come l’acqua del Tom vista dall’alto. Meglio abbandonarsi e seguire il flusso di auto e di pedoni del boulevard Lenin, l’importante arteria che collega il “Lagerni Sad” alla periferia nord della città. Il boulevard è lungo 7 km e segue il corso del Tom che, dopo aver piegato verso est per costeggiare con un’ansa larga e ariosa il Lagerni Sad, vira verso sud. I rari filobus e la miriade di furgoni privati che sostituiscono il quasi inesistente trasporto pubblico percorrono per interno il boulevard e passano davanti al Politecnico, all’edificio in stile neoclassico dell’Università Statale, alla piazza Novosaborskaia con il suo parco e la sua elegante fontana, alle Poste centrali, al Teatro, alla Filarmonica che si trova accanto al Municipio di cemento e di vetro. Più giù, le case si fanno anonime, bianche e basse, e si confondono con il cielo incolore per via dell’umidità estiva che smorza tinte e odori in una soffocante omogeneità acquosa. Una quinta monotona e circolare sembra chiudere la città all’orizzonte e separarla impietosamente dal resto del mondo; il cielo è immobile, metafisico, mentre nel boulevard Lenin il moto di auto e pedoni sembra essere perpetuo. La giunta comunale ha intenzione di spostare le principali attività economiche e commerciali nel boulevard Frunze, che costituisce il decumano di Tomsk, mentre il boulevard Lenin ne è il cardo; l’arteria attualmente più trafficata della città diventerebbe così una piacevole passeggiata, incassata fra il fiume e i monumenti storici che la delimitano. A sinistra del boulevard Lenin, lungo il fiume, si trova il quartiere tataro: i Tatari, l’ultima popolazione musulmana al di là degli Urali a opporre una strenua resistenza alla colonizzazione della Russia cominciata ai tempi di Ivan il Terribile, vivono a Tomsk da secoli e si riuniscono nella loro moschea. La convivenza con i russi ortodossi è sempre stata pacifica.
A destra del boulevard ci sono edifici nuovi in costruzione, dietro i quali si estende il nucleo storico di Tomsk; qui è possibile imbattersi nelle case in legno più antiche dell’intera Siberia. Alcune abitazioni sono sobrie, costruite con semplici travi portanti e assi; altre invece sono estremamente complesse, con architravi arricchiti di fregi, lunette, capitelli intagliati, che per eleganza ricordano i palazzi romani dal bugnato in pietra. Le case dei polacchi – una delle molte etnie presenti in Siberia, arrivati durante gli anni in cui Stalin era al potere e disperdeva i nemici del popolo su tutto il territorio dell’URSS – sono particolari: hanno infatti una sorta di torre svettante che le fa somigliare a un castello.
In una via parallela al boulevard si snodano le rotaie del tram, costituito da un solo vagone, rosso, che trema e si scuote al passaggio. Se guardati nella loro infinita lunghezza, i binari sembrano non essere paralleli, ma spostarsi continuamente a destra e a sinistra. In realtà, si tratta di un’illusione ottica: la ferrovia urbana, infatti, è composta da singoli pezzi di una decina di metri ciascuno che non sono posizionati alle stessa altezza: il suolo della Siberia, che si gela e scongela a seconda della stagione, costringe le rotaie a innalzamenti e abbassamenti continui. La conseguenza è che il tram non ha un’andatura regolare e obbliga i passeggeri a reggersi ai sostegni di ferro in ogni momento della corsa e ad aspettare con ansia la fermata successiva, come fosse un’isola di tranquillità nel mare in tempesta siberiano. Il tram in sosta ricorda una barca spinta sulla sabbia nella sua raggelata e improvvisa immobilità. Dopo la chiusura delle porte, un ronzio sordo annuncia la partenza; il vagone-nave di ferro torna a scuotere le persone, gli oggetti, persino le lampade rettangolari al neon che non siano bene avvitate al tettuccio. Uno dei due capolinea del tram si trova alla periferia nord di Tomsk, al Bazar, un quartiere abitato prevalentemente da immigrati centro-asiatici, che sono l’anima del grande mercato che si trova proprio in questa zona. Kirgisi, Uzbeki e soprattutto Tagichi vivono nelle vecchie case in legno che costeggiano la via Bol’saia e si occupano di commercio: importano frutta e verdura dalla propria terra per venderle qui, nella gelida e poco fertile Siberia. La via Bol’saia è larga, senza marciapiedi, al centro ci sono le rotaie incassate nella sede stradale e non è affatto facile salire sul tram. Non ci sono pensiline, banchine, neppure un cartello sospeso alla linea elettrica o appeso a un palo di sostegno a segna(la)re le fermate collocate a distanza regolare l’una dall’altra. Durante l’estate, la polvere copre con un fastidioso e incerto manto marrone i bordi della via; il vento alza all’improvviso lingue di sabbia, che investono passanti e ciclisti, i quali inutilmente cercano di proteggere gli occhi. I granelli minuscoli di terra, i cristalli quasi invisibili dell’antico suolo siberiano ormai nebulizzato, si insinuano nelle palpebre e irritano la cornea, che brucia e lacrima a lungo. L’asfalto è cosparso di buche che gli acquazzoni estivi riempiono di acqua piovana. D’inverno, invece, il suolo si ghiaccia e la polvere rimane immobile, prigioniera della terra fredda, dura e pesante. Eppure, la via Bol’shaia ha una bellezza affascinante: le chiome degli alberi coprono a ombrello la strada, la stringono in un abbraccio verde, protettivo e rassicurante. Alcuni kirghisi, con indosso cappelli di feltro finemente ricamati, siedono davanti alla propria casa, bevono il tè, parlano e ridono ad alta voce. Alla fermata del tram cinque donne rom, magre, dai capelli neri, consapevoli e fiere della propria bellezza, stanche di aspettare fermano con un gesto della mano rapido e deciso un taxi di passaggio. Una ragazza molto giovane è appoggiata con la schiena al muro della piccola rivenditoria in cui lavora: fuma svogliata una sigaretta e mostra ai passanti la piramide verde e striata dei cocomeri che si trova davanti ai tre scalini di accesso al negozio.
Dall’altra parte della città, all’altro capolinea del tram, il fascino del Bazar si perde nei palazzi di epoca socialista e nei giganteschi ingorghi automobilistici che rendono Tomsk indistinguibile da tutte le altre città dell’impero sovietico. La stazione ferroviaria Tomsk I è un edificio giallo, il cui interno è quasi deserto. Tomsk non si trova lungo la linea transiberiana e il traffico è soprattutto merci: il legno, il petrolio e il carbone che vengono dal nord della Siberia passano di qua; i convogli si fermano per qualche secondo al segnale di ingresso e poi proseguono verso Novosibirsk. Da lì continuano il proprio viaggio alla volta di Mosca o del Lontano Oriente Russo. L’edicola di Tomsk I è l’unica in tutta la città a offrire agli acquirenti il giornale indipendente “Novaya Gazeta”, in cui lavorava Anna Politkovskaya, uccisa 10 anni fa davanti al suo appartamento nella capitale russa. A Tomsk si respira aria di libertà, come d’altra parte nel resto della Siberia. Tomsk è una città studentesca, forse è troppo pericoloso diffondere “Novaya Gazeta” da queste parti, o forse il problema è semplicemente legato alla cattiva distribuzione: “Novaya Gazeta” è un giornale a tiratura limitata e non riesce a coprire completamente il territorio nazionale. A Tomsk si trova anche la più grande clinica psichiatrica della Siberia. La pazzia è contagiosa; meglio isolare i malati e persino i troppo sani di mente lontano dalla grande via di comunicazione della Transiberiana. Il sindaco di Tomsk Ivan Kljajn appartiene al partito del Presidente Vladimir Vladimirovich Putin ed è anche il proprietario della birreria “Tomskoe pivo”, che rifornisce di birra, acqua e bibite gassate l’intera Siberia. La famiglia Kljajn ha acquistato dallo Stato l’azienda subito dopo il crollo dell’URSS e l’ha gestita in maniera esemplare, salvandola dall’infame destino a cui sono andate incontro molte altre fabbriche dell’impero sovietico: vendute ai privati per pochi spiccioli, sono state spesso oggetto di sciagurate operazioni finanziarie o di svendite di macchinari che le hanno portate al fallimento e poi alla chiusura. La birreria si trova vicino al quartiere tataro e dà lavoro a decine di persone. Tomsk, il suo primo cittadino e la giunta comunale hanno anche saputo reagire alla deindustrializzazione seguita alla crisi degli anni Novanta. Hanno deciso infatti di investire nell’istruzione e nella ricerca scientifica, facendo della città un centro universitario di primaria importanza. Tutte le Università di Tomsk sono di qualità eccellente; nel momento in cui la Siberia è in recessione per via delle sanzioni imposte a Mosca dall’Occidente e a causa del calo del prezzo del petrolio, questo centro di 400.000 abitanti si difende egregiamente offrendo a centinaia di giovani – non solo russi, ma anche cinesi, coreani e centro-asiatici – la prospettiva di acquisire competenze e saperi di ogni genere, sia teorici sia pratici. Come ovunque nel mondo, anche a Tomsk le Università vengono in parte finanziate da ditte private, in particolare da Lukoil e Gasprom, i giganti russi del petrolio. Nell’atrio del Politecnico, alcuni studenti bevono un caffè nei bicchieri di plastica marrone di un distributore automatico e si chiedono se la dipendenza economica degli istituti di ricerca dai privati non metta in discussione il pensiero critico, che dovrebbe essere appannaggio di tutti coloro che lavorano e studiano all’Università, indipendentemente dal fatto che si tratti di Facoltà scientifiche e umanistiche.
Già a ottobre a Tomsk cade la prima neve. A causa dei cambiamenti climatici, anche in Siberia fa sempre più caldo. Ma quando, dopo le arsure estive, la città si sveglia di bianco, il rumore del boulevard Lenin si attenua improvvisamente, gli odori si spengono, l’aria ritrova purezza  e trasparenza. La terra e le rocce del “Lagerni Sad” si ammorbidiscono, scompaiono sotto la coltre candida e leggera e dimenticano tutti gli anni, i secoli, i millenni della loro troppo lunga esistenza.
(Tomsk, Novi Sad – estate 2016, inverno 2017) 

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Castro, scorre musica a fiumi tra mille luci colorate
Iniziano le vacanze nel Salento dei due mari
di Carmen Mancarella

Carmen in rosso e giornalisti

Si accendono mille luci colorate, il cielo si veste di fuochi d’artificio, scorre musica a fiumi. Con la Festa in onore della Madonna dell’Annunziata a Castro iniziano le vacanze nel Salento dei due mari. Ci sarà da ballare tutte le sere la pizzica nelle piazze, bere buon vino, degustare prodotti tipici e divertirsi nella magica primavera - estate 2017.
Ad aprire le danze è Castro sul Mar Adriatico.
Il 23, 24 e 25 aprile di ogni anno ricorre la grande Festa che inaugura la lunga serie di eventi di tradizione nel Salento. Ce ne saranno uno per ogni week end di primavera e poi addirittura uno ogni sera d’estate. E si avrà solamente l’imbarazzo della scelta, non sapendo dove andare prima per ballare e condividere con la gente del posto la gioia di vivere. All’inaugurazione delle vacanze 2017 hanno partecipato giornalisti esperti di eventi, moda e turismo provenienti da India, Germania, Francia e Italia ospiti del Comune di Castro grazie al bando ospitalità della Regione Puglia nell’ambito dei POR FESR-FSE 2014-2020, Asse VI, Azione 6.8.

Castro sfilata storica

A Castro la Festa inizia nel pomeriggio del 24 con la sfilata storica: gli abitanti indossano abiti medioevali e fanno fare ai visitatori un salto nel tempo, quando la città era una contea e il conte con i nobili e i cortigiani festeggiavano la Madonna deponendo ai suoi piedi un cesto di fiori.
Subito dopo avviene la degustazione de “lu pisce a sarsa”. Si tratta di vope (in dialetto ope) fritte cosparse di aceto e mollica di pane. Era il piatto tipico dei pescatori i quali conservavano il pesce azzurro nell’aceto per non farlo andare a male. E oggi questa gustosa pietanza viene offerta gratuitamente agli ospiti. E’ considerata la variante della scapece gallipolina, dove il pesce piccolo viene fritto e lasciato macerare nell’aceto e colorato con lo zafferano.
All’imbrunire si accendono le mille luci colorate delle luminarie, impalcature di legno che, con i loro ghirigori, si ispirano al barocco leccese. Le ditte del Salento sono uniche in Italia tant’è che vengono chiamate anche all’estero per decorare i centri commerciali e le grandi vie delle capitali europee e del mondo come Parigi, Hong Konk e Tokyo.
Il cielo si colora di fuochi d’artificio e la banda intona i grandi capolavori della musica lirica italiana. Quest’anno variante in swing con Conturband, una banda di giovanissimi originaria di Turi che propone i grandi classici della musica internazionale e pizzica con i giovani di Castro. Intanto cresce l’attesa per i fuochi d’artificio: si sfidano ben quattro ditte per ottenere l’ambito premio e avere anche l’onore di ritornare a Castro. Lo spettacolo dura due ore: dalle 21 alle 23 ed è bello assistervi e commentare con la gente del posto.


Castro passeggiata panoramica

Al mattino si celebra un rito religioso molto intenso: la processione in onore della Madonna dell’Annunziata che attraversa tutte le vie del paese! Il sindaco consegna le chiavi della città alla Madonna e anche durante la processione, in pieno giorno, vengono sparati fuochi d’artificio in segno di festa.  La statua della Madonna con l’Angelo, restaurata di recente, è essa stessa un capolavoro. Venne realizzata dal grande maestro della cartapesta leccese Maccagnino  nell’800 e viene conservata nella chiesa madre assieme ad altri capolavori dell’arte sacra, in cartapesta, come la Statua della Madonna Addolorata e del Cristo Risorto, firmato dall’altro grande maestro della cartapesta leccese Manzo.
Ma Castro è bella da vivere tutto l'anno. Ogni anno la città richiama migliaia di turisti grazie alla Grotta Zinzulusa e al fascino del suo centro storico, entrambi visitabili con guida grazie al biglietto unico (8 euro) che permette l’ingresso in grotta (sia via mare che via terra) e al rinnovato Museo Archeologico dove si può ammirare l’imponente busto della Dea Minerva, cui era dedicato il tempio.
La Grotta Zinzulusa deve il suo nome ai pescatori: vedendo da lontano le stalattiti che pendevano dal soffitto come tanti stracci, i pescatori la soprannominarono la Zinzulusa (dal dialetto zinzuli che vuol dire stracci). Le stalattiti e le stalagmiti assumono le forme più fantasiose: la torre  di Pisa, il Duomo… ancora adesso vivono in grotta specie di cui si ha traccia sin dalla preistoria, i gamberi ciechi!

Grotta Zinsulusa

Salendo poi per il centro storico si attraversa la piazza, dove sono visibili i resti, le colonne e gli affreschi dell’antica chiesa bizantina, sulle cui rovine è sorta poi l’attuale chiesa madre, sede per un certo periodo anche del Vescovado. Ma è appena dietro l’angolo che Castro sfodera ancora un altro gioiello: le rovine del tempio della Dea Minerva che dominava la città e le imponenti mura messapiche che si possono ancora oggi ammirare. A scoprirle assieme al busto della Dea Minerva l’equipe guidata dal professore Francesco D’Andria.
“Castro”, dice il professore “era un grande emporio commerciale, proteso sul Mediterraneo, una città molto famosa nel Mondo Antico, tanto che Virgilio nel III libro dell’Eneide la cita, facendovi approdare l’eroe Troiano, Enea, che avrebbe dato i natali a ROMA. L’imponente statua della Dea Minerva è stata trovata sepolta in un cassettone di pietra tra le rovine del tempio, un tempio molto imponente a giudicare anche dalle decorazioni in pietra leccese che sono state trovate”.
IN OTTOBRE LA DEA MINERVA DI CASTRO IN MOSTRA NELL’ARA PACIS A ROMA. “La Statua e le decorazioni del tempio saranno in mostra in autunno nell’Ara Pacis”, annuncia il sindaco, Alfonso Capraro. “Sarà l’occasione per far conoscere ancora di più la nostra bella Castro che attrae ogni anno sempre più turisti. L’anno scorso abbiamo registrato un aumento del 7,7 per cento. Puntiamo non solo sul turismo balneare, grazie al nostro splendido mare, dove sventola ormai da anni la Bandiera Blu, ma anche sul turismo culturale avendo arricchito l’offerta con l’apertura del museo archeologico nel castello, proprio nel cuore del centro storico”.



Castro giornalisti in posa davanti al busto di Minerva



Imperdibile è la visita al museo archeologico per ammirare la Statua della Dea Minerva e  la romantica passeggiata lungo le mura del castello dove lo sguardo si perde tra gli ulivi e l’orizzonte.
ROCA VECCHIA. Per conoscere sempre più a fondo le storie dei popoli che abitavano e abitano sulle sponde del Mediterraneo, non può mancare una visita all’area archeologica di Roca Vecchia, definita la Micene del Salento. Era un villaggio abitato dall’Età del Bronzo fino all’alto Medioevo, al centro di numerosi scambi commerciali e culturali. Lo stanno rivelando gli scavi condotti dall’Università del Salento da diversi anni, avviati dal professore Cosimo Pagliara e oggi condotti da un’equipe di giovani archeologi. “Roca era un importante approdo per le genti che solcavano il Canale d’Otranto, dove i locali convivevano con gli abitanti provenienti da Mykonos”, spiega l’archeologo Nico Scarano.
Il sito è aperto tutti i giorni dal lunedì al venerdì e dalle 8 alle 16.30 per visite guidate gratuite come ha annunciato l’assessore al turismo del Comune di Melendugno, Anna Elisa Prete che aggiunge: “Il Comune di Melendugno si è posizionato al terzo posto per aumento dei flussi turistici in tutta la Regione Puglia. Vogliamo mantenere questo trend positivo migliorando sempre di più la qualità dell’offerta turistica”.


Grotta Poesia

A pochi passi dal sito archeologico si trova la Grotta della Poesia piccola: era un Santuario dove i naviganti del Canale d’Otranto scrivevano le loro preghiere in ben tre lingue: il greco, il latino e il messapico. Invocavano il dio Tutor latino, Thaotor greco, Thator messapico perché li conducesse sani e salvi sull’altra sponda del mare.
La Grotta della Poesia piccola (non visitabile) è collegata via mare alla Grotta della Poesia grande, dove avvengono ogni estate spettacolari tuffi. I lettori e i giornalisti del National Gepgraphic l’hanno definita tra le dieci piscine naturali più belle al mondo! E un hotel lì di fronte è diventato un caso studiato da google: in una stessa settimana sono arrivati turisti provenienti da 80 nazionalità diverse!
Ma se a Roca la costa si caratterizza per le scogliere, le Marine di Melendugno sono famose anche per le morbide e bianche spiagge che vanno da Torre Specchia con San Basilio a San Foca (le Fontanelle e Li Marangi) fino a Torre dell’Orso, una delle baie più belle al mondo, racchiusa da due falesie e con una pineta che le fa da chioma. Definite dall’Associazione pedriati italiani a Misura di Bambino, sulle spiagge sventola Bandiera Blu del Fondo sociale europeo per lo sviluppo e per l’ambiente e Bandiera Gialla di Legambiente.


area archeologica
A Torre Sant’Andrea la Natura si è divertita a giocare con gli scogli. Ecco i magnifici faraglioni: lu Pepe a forma di Arco e l’Italia a forma di Stivale mentre la Sfinge protegge con il suo sguardo i piccolo villaggio dei pescatori.
Di giorno un tuffo nelle spettacolari acque di Castro e di Melendugno, la sera a ballare la pizzica nelle piazze o ad ascoltare la banda tra mille luci colorate.
Salento, una vacanza indimenticabile.


Castro luminarie e fuochi
Mura messapiche


Processione


Veduta panoramica


Veduta panoramica


Info:
castropromozione pagina ufficiale FB


Dove soggiornare:

Hotel Orsa Maggiore
Litoranea per Santa Cesarea Terme
Castro
Tel 0836 94 70 28
info@orsamaggiore.it

Relais Masseria Le Cesine
Loc Termolito
Vernole
Tel 0832 35 13 21


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L'ENDECASILLABO IN GITA A CASTRO

Il cielo è terso, fresco soffia il vento
e volge ormai alla fine questo aprile;
ci ritroviamo a Castro, nel Salento
dove la gente è calma e assai gentile.

Ospiti dell'hotel “Orsa Maggiore”,
inizia un viaggio stampa che ci ammalia;
chi da vicino e chi d'altre dimore,
Germania, Francia, India e dall'Italia.

Nell'aula del Castello Aragonese
il Sindaco Capraro può narrare,
la storia del suo splendido paese
e tutto ciò che andremo a visitare.

Racconta della “Grotta Romanelli”
dal Paleolitico fu già abitata;
reperti e poi graffiti in più livelli
che parlano di un'era ormai passata.

Ma nel museo che è dentro alla fortezza
un magico tesoro si conserva;
leggiadro, fiero e di epica bellezza,
il busto enorme della dea Minerva.

Un'altra miniatura un elmo reca
e sembra che si possa ipotizzare,
se è origine troiana, non è greca,
che Enea abbia solcato questo mare.

L'Adriatico che culla con le onde
le magiche sculture a Sant'Andrea;
i faraglioni a guardia delle sponde
che con arte paziente il mare crea.

Torre dell'Orso è un'altra meraviglia,
le “Due Sorelle” ammiro con stupore;
la roccia che al plantigrado somiglia
ed una spiaggia che accarezza il cuore.

A Roca, una piscina naturale
chiamata “Grotta Della Poesia”,
da poco è stata eletta da un giornale
una delle più belle che ci sia.

Nei pressi di San Foca si protesta
davanti alla beltà di questo mare,
nessuno me lo leva dalla testa
che quel gasdotto non si deve fare!

Gli ulivi ci accompagnano al paese,
col suo Castello e con la Cattedrale
ove ci attende con le braccia tese
la storica sfilata medievale.

In piazza all'improvviso fa comparsa
per tradizione un piatto prelibato,
si tratta del famoso “pisce a sarsa”,
fritto e poi nell'aceto marinato.

La sera non è più così distante,
si accendono le luci in tutti i viali
al ritmo di una “pizzica” intrigante
e all'imbrunire i fuochi artificiali.

Il venticinque aprile di mattina
la banda suona fiera e appassionata,
le note di una musica divina
che porta in processione l'Annunziata.

La visita però non è conclusa
se non si va in un luogo assai speciale,
in basso c'è la “Grotta Zinzulusa”,
si può arrivare in barca o con le scale.

Il mare dai colori trasparenti
fa da cornice a tante stalattiti
chiamate “zinzuli”, stracci pendenti,
come in dialetto vengon definiti.

Un giro sulle mura per finire,
Messapiche in difesa di un paese
che ha ancora dei tesori da scoprire
scavando nel passato a più riprese.

A tutti i miei colleghi va un saluto,
ringrazio Castro e Carmen Mancarella,
senza le quali non avrei vissuto,
davvero un esperienza così bella.

Esiste un borgo antico nel Salento
arrampicato in cima a uno sperone,
ci vivono in duemilacinquecento,
venite a visitarlo, ogni stagione.

Max Luciani
[2 maggio 2017]

ALBUM FOTOGRAFICO
A cura di Max Luciani

Veduta dall'Hotel Orsa Maggiore

Castello Aragonese
 
Conferenza stampa

Busto della dea Minerva

Miniatura di Atena Frigia

Faraglioni di Sant'Andrea
 
Torre dell'Orso

Grotta della Poesia
 
Cattedrale di Castro
 
Sfilata in costumi medievali

Lu pisce a sarsa

Luminarie

Pizzica in piazza
Fuochi artificiali
 
Banda musicale

Processione
 
Grotta Zinzulusa
 
Poesia
 
Giornalisti in posa


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PAVIA: SAN PIETRO IN CIEL D’ORO
di Fabio Greggio

San Pietro in Ciel d'Oro

Esiste una chiesa a Pavia che rappresenta il destino di Pavia: San Pietro in Ciel d'Oro, menzionata da Dante nella Divina Commedia (Paradiso, X) e da Petrarca (lettera a Boccaccio, 1365). La chiesa pavese è ben nota: in essa Boccaccio ambienta un episodio della penultima novella del Decameron. Un gioiello che da sola farebbe la fortuna di una città. Vi sono sepolti Sant'Agostino e San Severino Boezio. Se ciò non bastasse accanto ai Santi anche i principi vi trovarono sepoltura, da Re Liutprando a Galeazzo II Visconti e al figlio Gian Galeazzo. Ed essa, come Pavia, racchiude in se la Storia importante che ha segnato parte del mondo allora conosciuto, ma, inspiegabilmente come Pavia, caduta nell'oblio e nell'indifferenza di tutti, primi fra tutti i Pavesi di cui i più ignorano chi sia sepolto in questa chiesa così appartata e senza campanile, distrutto da Napoleone che la sconsacrò e la ridusse a bivacco e a magazzino, dopo averla depredata. È probabile che la chiesa sia stata fondata, nella zona extraurbana del cimitero romano, a poca distanza di tempo dal martirio di Severino Boezio (525), le cui spoglie vi dovettero essere traslate assai presto. Di certo sappiamo che esisteva nel 604 a Pavia una basilica di San Pietro apostolo, citata da Paolo Diacono, ma non ne conosciamo le forme né l'ubicazione precisa. Tra il 723 e il 725 il re longobardo Liutprando rinnovò la basilica, detta allora «in cielo aureo» forse per un soffitto ligneo dorato o per un mosaico absidale a fondo oro, e vi collocò con tutti gli onori, in una cassetta d'argento, il corpo di Sant'Agostino, che aveva fatto trasportare dalla Sardegna a Pavia capitale del regno. Lo affidò alle cure di una comunità monastica benedettina, istituita in San Pietro in Ciel d'Oro, dove lo stesso re ebbe poi la propria sepoltura (oggi ricordata da un'epigrafe nel pilastro sud-occidentale che regge la cupola). A sua volta Carlo Magno diede impulso a una scuola di studi superiori ospitata nel monastero, nella quale nell' 825 quasi certamente insegnò il monaco irlandese Dungallo. Si trattava di una scuola di grammatica e di retorica ad altissimo livello: vi si conservavano e copiavano codici antichi, primo nucleo della biblioteca che fiorì per secoli presso il monastero (in età moderna saccheggiata fino alla completa dispersione). Papi e imperatori concessero donazioni e privilegi che tra l' VIII e il XIV secolo ne fecero uno dei più potenti e significativi centri culturali e religiosi del Medioevo europeo. Vi furono ospitati importanti personaggi come San Maiolo e l'imperatore Enrico II. 


La chiesa altomedioevale fu totalmente ricostruita tra XI e XII secolo, con una lunga fase costruttiva da ancorare al 1132, data della consacrazione celebrata in occasione del passaggio di Papa Innocenzo II. Intanto la città si era allargata e la nuova cinta muraria (fine XII secolo) aveva abbracciato anche il sedime di San Pietro in Ciel d'Oro, che rimaneva tuttavia in un'area (la cittadella) separata dal nucleo urbano più antico. Nel 1221 i Canonici Regolari subentrarono ai Benedettini e nel secolo successivo (1327) anche gli Agostiniani Eremitani costruirono il loro convento a sud della basilica. Da allora le due comunità religiose si affiancarono nell'officiatura della chiesa. Con le soppressioni dei due conventi (1785) incominciò il declino e molti capolavori andarono dispersi o distrutti. Napoleone nel 1803 destinò a palestra e scuola di artiglieria le strutture conventuali a nord e mise in vendita la chiesa stessa, che divenne magazzino di combustibili e foraggi per le truppe. Un primo salvataggio fu eseguito dal vescovo Luigi Tosi che riuscì a ottenere per qualche tempo l'ex convento lateranense per il Seminario Vescovile (dal 1829 al 1859) e salvò la chiesa dalla demolizione. Nel 1859 però il Ministero della Guerra si riappropriò del convento per farne un ospedale militare. La trascuratezza provocò il crollo della navata destra e nel 1877 crollarono le volte addossate alla facciata. Furono distrutti quasi totalmente anche i chiostri meridionali. Finalmente nel 1884 si avviò il restauro della chiesa, inizialmente mirante alla ricostruzione delle parti crollate, soprattutto col fattivo apporto della Società per la Conservazione dei Monumenti dell'Arte Cristiana in Pavia; nel 1894, grazie allo stanziamento che Luca Beltrami ottenne dal Ministero, l'architetto Angelo Savoldi provvide alla ricostruzione della cripta. La riapertura al culto avvenne nel 1896 e dal 1900 una comunità di Agostiniani è tornata a officiare la basilica e abita strutture conventuali nuovamente costruite sulla sua destra, mentre l'edificio tardo barocco del monastero dei Canonici lateranensi sulla sinistra è affidato ai Carabinieri.


L'arca di Sant'Agostino
Opera di grandissima importanza religiosa, storica e artistica, il monumento funebre di impianto rettangolare a tre ordini ha come precedente l'arca di San Pietro Martire in Sant'Eustorgio a Milano. Fu progettata forse già prima del 1350 ed eseguita in buona parte da un gruppo di scultori lombardi della seconda metà del XIV secolo, maestri campionesi influenzati dal pisano Giovanni di Balduccio. Concepita per essere collocata al centro della sacrestia meridionale (non più esistente), con la possibilità di circolarvi intorno, fu smontata e rimontata più volte, trasferita in Duomo, e infine ricollocata nella chiesa nel 1900. Nel basamento, datato 1362, i riquadri con Apostoli e Santi sono divisi dalle figure allegoriche delle Virtù teologali, cardinali e monastiche. Al di sopra la cella, aperta da otto archi, lascia intravedere la figura del Santo disteso circondato da sei diaconi che sollevano il lenzuolo funebre. Nella volta il Cristo benedicente accoglie l'anima di Agostino nella gloria degli angeli e dei santi, nel momento del trapasso, rappresentato come rinascita gloriosa alla vita eterna. Nel terzo livello, otto riquadri e dieci formelle triangolari presentano scene della vita, dei miracoli e traslazione delle spoglie. Il racconto inizia sul lato frontale, da sinistra:


1. Agostino assiste a una predica di Ambrogio;
2. Conversa con Simpliciano, poi mentre medita sotto un albero gli appare l'angelo che lo invita a leggere;
3. Riceve da Ambrogio, l'abito del neo battezzato insieme a suo figlio Adeodato, alla presenza di Monica. Sul lato corto di sinistra: Agostino in cattedra tra Milano e Roma, le due città dove tenne il suo insegnamento.
Nel lato lungo posteriore, da sinistra:
1. I funerali della madre Monica a Ostia;
2. Agostino presenta la Regola;
3. Vescovo catechizza e battezza un gruppo di giovinetti.
Sul lato corto, da destra:
1. Traslazione del corpo di Sant'Agostino dalla Sardegna (avvenuta nel 724);
2. Arrivo a Pavia e solenne entrata nella chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro.
Nelle formelle triangolari di coronamento, a partire da sinistra, con la stessa sequenza:
1. Agostino libera un carcerato;
2. lo conduce alla sua casa;
3. Libera un'indemoniata.


Sul fianco destro:
1. Apparizione a quelli che, andando a Roma per essere guariti, sono avvisati la notte di visitare a Pavia la sua chiesa (miracolo di Cava Manara);
2. Vengono risanati (è rappresentata la chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro).
Si concentrano così sul lato destro, cioè dalla parte della testa del Santo, le quattro formelle con gli episodi pavesi. Sul lato lungo posteriore:
1. Preghiera e conversione di un eretico;
2. Conversione di eretici (raffigurati con i piedi di pollo);
3. Agostino muore a Ippona.
Sul lato sinistro:
1. Guarigione del cavaliere di Ippona a cui doveva essere amputata una gamba;
2. Un gruppo di persone davanti a una chiesa (forse pellegrini che vanno alla tomba del Santo).



La cripta
Distrutta nel Settecento, la cripta fu ricostruita alla fine del XIX secolo seguendo l'impronta di quella antica. È stato ricostruito anche il pozzo dal quale sgorgava acqua di prodigiose virtù. I capitelli sono stati realizzati dai restauratori ottocenteschi in stile bizantino-ravennate, come il piccolo sarcofago con le reliquie di Boezio. Nella cripta erano nascoste, in un riempimento di muro dietro l'altare, le spoglie di Sant'Agostino, racchiuse in un'urna argentea, con crocette funebri longobarde in lamina d'oro. Rinvenute nel 1695, sono ora conservate nell'altare maggiore. Agostino, nato a Tagaste in Numidia nel 354 e morto nel 430 a Ippona, di cui era vescovo, fu docente prima a Cartagine, poi a Roma e quindi a Milano dove si convertì ascoltando sant'Ambrogio. Tornato in Africa dopo la conversione affiancò all'attività pastorale un'intensa attività culturale producendo una serie di opere di grande rilievo nella storia del pensiero filosofico e religioso dell'Europa fino ancora ai giorni nostri. Anicio Manlio Torquato Severino Boezio, senatore e filosofo, fu fatto imprigionare da Teodorico a Pavia, dove scrisse il De consolatione philosophiae, e dove morì nel 525.  
***
LA MAGICA INCANTATA PAVIA
di Fabio Greggio


A Pavia c'è una targa su un muro che ricorda dove visse Ugo Foscolo. Trecento metri prima un'altra ricorda la casa di Ada Negri, a 5 minuti dalla piccola fabbrica che fu della famiglia Einstein e ancora si ricorda Albert che in bicicletta andava sulle rive del Ticino. Più su abitava Alessandro Volta, vicino alla casa di Cardano. E in una piazzetta ombrosa chiamata "della Rosa”, abitava Giosuè Carducci.
Scendendo verso il fiume la basilica di San Michele dove venivano incoronati i Re di un regno che si estendeva fino a Benevento e dove fu incoronato Federico Barbarossa e Liutprando fra i te deum dei cori e i bassorilievi di sirene e grifoni, draghi e arabeschi che ornano la facciata da mille anni esatti.
Appena fuori le mura la chiesetta costruita da Carlo Magno a Santa Sofia per battezzare la figlia Adelaide, e verso nord, ad un soffio dalle mura esterne, la cascina Repentina dove il re francese Francesco I, sconfitto nel 1525, si rifugiò chiedendo cibo e la contadina mise insieme brodo uova e formaggio inventando la famosa zuppa pavese portandone poi la ricetta a corte e diffondendola nel mondo come “Soupe a la pavoise".
Tornando in centro trovi la cattedrale con i resti di San Siro, patrono di Pavia, la città di San Severino Boezio sulla cui tomba fu costruita la Basilica di San Pietro in Ciel D'oro, altra chiesa più a nord all'interno della quale sono sepolti Sant'Agostino, una delle figure più importanti per la religione cristiana, e Re Liutprando.

San Michele Maggiore

Non c'è più il palazzo imperiale di Teodorico dove visse Alboino e Teodolinda, Rotari e Liutprando e quel Ariperto II che rubò tutto il tesoro di palazzo e affogò in Ticino con il peso di tutto l'oro, e nemmeno la statua equestre in faccia alla cattedrale, forse anticamente meccanica come usava a Bisanzio, ma possiamo supporre la piazza dove venne emanato l'Editto di Rotari... e poi ancora la casa di Spallanzani... la cripta di Sant'Eusebio... il naviglio progettato da Leonardo che visse in città diverso tempo all'Osteria del Saracino.
E a proposito di Regisole... Leonardo passò molto tempo a disegnare diverse versioni del cavallo del Regisole per progettare quello promesso a Ludovico il Moro e quindi non ispirandosi come dice la storia al Marco Aurelio, ma alla statua pavese difronte al Duomo..."che come più di ogni altra statua di cavallo, sembra dotata di movimento".


E poi c'è un'altra targa più antica che ricorda l'entrata in Pavia, dopo tre anni di assedio, del re longobardo Alboino, che cadde da cavallo nel 572 d.C., e quando inferocito promise razzie, il suo cavallo si rialzò e un panettiere pavese donò lui un dolce a forma di colomba, ed essendo Pasqua, la colomba divenne il dolce simbolo di pace e della Pasqua in tutto il mondo.
E che dire di Francesco Petrarca di casa vicino alla piazza che oggi porta il suo nome, in vari momenti in quella città che ormai si chiamava Pavia dal 1353 al 1361 allorché scrisse in venti epistole, contenute nel Regesto, tutto il suo amore per Pavia facendola conoscere a tutto il mondo allora conosciuto, amore dichiarato anche all'amico Giovanni Boccaccio in una meravigliosa lettera sulla città, scritta in latino. Petrarca a Pavia perse il nipotino di due anni, sepolto in una chiesa nel centro vicino alla tomba di San Zeno. Della chiesa di San Zeno restano alcuni ruderi in piazza Guicciardi. E alla fine ti accorgi che Pavia non è la classica città di provincia, forse nemmeno di provincia, ma un'antica capitale, una metropoli mancata, un concentrato sconosciuto di Storia, di quella che ha cambiato le cose, gli uomini, i tempi.

Chiesa del carmine
Una città con 25 mila studenti universitari su nemmeno 100mila abitanti dove hanno studiato o insegnato nomi illustri di oggi e di ieri come Rubbia, Pannella, Vecchioni, Goldoni, Foscolo, Volta, Forlanini, Golgi, Galvani, Goldoni e molti altri... Nobel e inventori, scienziati e letterati, che forse passavano frettolosi davanti all'ingresso dell'Università in Strada Nuova, dove di fronte c'è l'antica pasticceria Vigoni che inventò la Torta Paradiso e Torta Margherita.
Bella da morire, misteriosa e antica, una nobile dama che ritrosa, non si lascia scoprire, ma si dà poco alla volta fra quei vicoli nebbiosi che sanno di legno bruciato nei camini e antiche pietre in cotto rosso come le 100 torri altissime da far vergognare Bologna. Pavia discretamente nobile, inspiegabilmente dimenticata, colta e dotta, romantica e ingiustamente ignorata, che ha regalato pagine di storia immortali, che ha visto gli uomini che hanno cambiato la storia, con il suo dialetto ricco di suoni francesi e tedeschi, quasi un milanese con i primi soffi di emiliano, la sua storia è quella di una grande città concentrata in strette mura e un borgo aldilà di quell’ amato fiume che a Pavia è detto "Canàl", quasi fosse fatto da loro, tanto è pavese il Ticino. Tanto bella che basta un po' di pioggia per diventare così magica che, se fai due foto a caso fra i vicoli dal selciato di sassi lucido, lei ti regala immagini irripetibili, lei che fu prima una delle capitali del Regno Ostrogoto con Teodorico e poi per 200 anni la capitale del Regno Longobardo e quindi di quasi tutta la penisola. Lei, che se ci passi una sera d'inverno con la nebbia nei vicoli, scopri che è una delle città più fiabesche e misteriose d'Italia, e non te la dimentichi più, proprio come una bellissima donna..


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IN GIRO PER VERONA
di Lisa Albertini

Lisa Albertini ci porta magnificamente a spasso per la sua splendida città.




Proprio ieri l’altro passai in auto vicino al fiume tra il Parco Naturale dell’Adige e gli ultimi due ponti cittadini, quelli oltre la zona universitaria. Con sorpresa, vidi alcune centinaia di bianchi gabbiani in fila sull’argine. Non saprei perché così tanti, ordinati e ben disposti a guardare verso il centro, anziché l’acqua. Sembravano sfidare il traffico, l’andirivieni degli uffici, attratti dai giardini sotto le mura poco distanti dalle ultime Porte. In una seria intenzione di essere cittadini veronesi anch’essi, residenti dentro l’ansa dell’Adige che contiene, da secoli e millenni, il centro storico. Fu allora, che decisi come condurre in visita a Verona la coppia di amici toscani che attendevo e avevano poco tempo a disposizione. Non è facile, in una città come questa: passeggiando oltrepassi un ponte con i cavalli in bronzo o un altro con i merli, esci in una piazza medievale o rinascimentale, sali su uno scalino vecchio di secoli, scendi nel vallo sotto le mura, entri nel volto di un palazzo o nel chiostro di un’abbazia e scopri molte difformità, scarse similitudini, particolari inattesi un po’ dovunque, che non facilmente ti indirizzano a un’epoca o a uno stile. Nemmeno, però, riesci a giustificare quella sensazione di armonia nella disposizione di forme o colori e d’accoglienza d’ambiente, che provi al primo sguardo. E ancor più si conferma, spaziando con la vista verso i colli circostanti ricchi di verde, posti naturalmente a fare da cornice. Pensai allora di svolgere assieme agli amici un percorso seguendo l’ansa dell’Adige, per il quale cercare riferimenti in secoli di cui non vi è un ricordo vivo, ma si affacciano in noi dalla memoria d’altri, occhieggiando scorci  in cui immaginare i Veronesi d’altro tempo di cui qua e là ancora s’intuisce, silenziosa, la presenza.  


Fermi sul marciapiede del Ponte Pietra, su cui ci siamo incontrati, nel guardare verso il Colle S. Pietro  possiamo raffigurarci  alla sua sommità i Veronesi primissimi dei quali la Storia parla, accampati sul Colle nel Neolitico e poi nell’età del bronzo e del ferro. Cui fecero seguito i primi fondatori del vero nucleo cittadino nell’ansa dell’Adige, l’urbs, che si consideravano protetti, salvo le esondazioni, dalla presenza del fiume, del quale utilizzavano acqua, forza della corrente e difese naturali. Ancora non vi era il Ponte Pietra, costruito nell’anno, il 49 a.C. in cui a Verona venne data da Cesare cittadinanza romana, attribuendole un agrum di 3.700 km. quadrati e definendola municipium, con il nome di Res Publica Veronensium. Nel divenire nodo strategico di collegamento tra Roma e il Nord Europa la città ebbe ricchezza e, in riconoscimento della sua importanza, la costruzione di Terme e del Teatro Romano: sito sotto al Colle, allora si estendeva sino al fiume, mentre adesso in frammezzo  vi si trova una strada e l’argine, costruito dopo l’alluvione del 1882, che alzò il fiume di ben cinque metri oltre l’usuale livello.



Scendiamo dunque dal Ponte e ci avviamo per il lungadige a destra, passando davanti al Teatro. Rimaniamo subito nell’incanto della fila di antiche case colorate, vicine a sorreggersi l’un l’altra dalla sponda opposta e proseguiamo oltre, in direzione del Ponte Nuovo. Lo sguardo ci spazia a sinistra verso l’abitato di Veronetta, fatto di edifici antichissimi signorili e popolari, con insospettabili giardini nascosti, chiostri, scalette, strade e vicoli che segnavano, intorno a Via Interrato dell’acqua morta, anche l’Isolo, reale isolotto racchiuso tra il fiume e una sua diramazione con canali e ponticelli, strategicamente interrato dopo la grande alluvione. Allora animato da attività artigianali di lavorazione dei bachi da seta, legname in arrivo sui barconi dal Trentino, pelli da conciare, oltreché da andirivieni di barche per la gente ospitava un vero traffico, che in buona parte sfruttava la corrente del fiume da Nord a Sud con cui, specie a partire dal X secolo d.C. si animavano pure le pale dei mulini natanti, che immaginiamo lungo il corso dell’Adige, in movimento a gruppi di due o tre. 



Dell’antico borgo ricordo agli amici le botteghe artigiane, presenti sino a buona parte del 1900: dal materassaio (stramassàr), allo stagnino (parolòto), all’impagliatore di sedie (caregàr) e così via, che sin dai tempi più remoti lo costellavano, fra casette dai laboratori a piano terra e palazzi nobiliari ricchi di affreschi e stucchi. Vicino, covi nascosti di delinquenza e osterie, tra miagolii di gatti in amore e squittio di topi, nelle cantine a volta ricche di salumi e vino, tra le urla di pescivendolo (pèssee), straccivendolo (strassarioloo) o arrotino (el molèta).


Sono, quelli, ambienti d’un medioevo lontano, cui Verona rimase sempre fedele. La città sperimentò invasioni barbariche, quindi il passaggio da paganesimo a cristianesimo con la costruzione di chiese e basiliche, piccoli e grandi gioielli come S. Zeno dai dodici apostoli in piedi sulla balaustra, S. Stefano dalle ricche sinopie, e altre. Ebbe poi il dominio di re Teodorico, artefice di nuove mura e torri, di Bizantini e Longobardi, di Carlo Magno e discendenti, sino ad approdare, dopo la lotta tra famiglie guelfe e ghibelline durante la nascita dei Comuni, alla lunga Signoria Scaligera dal 1259 al 1387. Epoca che vide una rinascita culturale e artistica. E assieme l’ampia produzione prima di lana, poi di seta. I traffici via Adige proseguirono per secoli, valutati nel milleseicento con più di 70.000 colli di merci in transito! Il medesimo secolo, sia pure segnato dalla grande peste del 1630, portò le opere dell’architetto Sammicheli, le varie Accademie e una cultura a dimensione europea. Tradizione che si rinnovò sino ad oggi, ampliandosi in aree universitarie, tra cui la recente Provianda, grande panificio che in guerra nutriva centomila soldati al fronte divenuto ora, con larghe volte e muri in pietra, inedita sede universitaria, o in Istituti di Ricerca, Biblioteche, Gallerie d’Arte, Teatri, Conservatori di musica, e quant’altro fa di Verona un’Urbs in continua, dinamica relazione di rinnovamento con altre Città e Stati.
Abbandoniamo ora l’immagine di Veronetta, ricordando che fu dominata a fine del millesettecento dagli Austriaci, e c’inoltriamo, attraversando il successivo Ponte Navi, verso il Centro Storico racchiuso nell’ansa dell’Adige, dominato alla stessa epoca dai Francesi. La curiosa suddivisione della città tra due popoli con diverse lingue e costumi lasciò nel tempo, con fertili e vivaci discordanze tracce nei cittadini.



Alla fine del Ponte ci si apre davanti la vista della gotica basilica di S. Fermo, e a destra un continuum coincidente con il Cardo romano che dalle vie Leoni e poi Cappello, arriva a Piazza Erbe. La piazza, con la sua Domus Mercatorum vicino agli edifici ebraici stretti e alti del Ghetto, ha da parte opposta le case Mazzanti affrescate nel 1500 all’esterno, così come centinaia di case in città, all’epoca urbs picta in un tripudio di scene colorate; sullo sfondo il sognante palazzo Maffei, davanti Madonna Verona e tra banchi e ombrelloni il ricordo delle donne in lunghi abiti colorati e scialli, nei quadri di Angelo Dall’Oca Bianca.
Camminando ora sul lungadige parallelamente al Cardo, guardando il corso del fiume ci sembra di risalirne la corrente, di fatto in continua discesa. Proseguiamo, e da una breve scalinata scendiamo in via Sottoriva bassa e parallela al fiume, con portici antichi sede di vecchie osterie rivisitate, di fronte a botteghe antiquarie. Ancora avanti S. Anastasia, con all’ingresso i due gobbi marmorei a sorreggere le acquasantiere e sullo sfondo  lo straordinario dipinto ‘San Giorgio e il drago’ del Pisanello. Continuiamo oltre, sino al Ponte Pietra e lo attraversiamo girando, questa volta, a sinistra. 



Percorriamo il lungadige di S. Giorgio e i successivi, in fila, sino a raggiungere il Ponte di Castelvecchio. Potremmo da lì rientrare nel Centro Storico e proseguire sino alla passeggiata delle Regaste in riva al fiume verso il borgo di S. Zeno. Rimango invece lì in principio, e conduco gli amici a scendere la scalinata a lato verso il fiume, in uno scorcio indimenticabile: il ponte che rispecchia nell’acqua bassa i suoi riflessi rossastri con merli e torrette, tra voli di gabbiani e ondine di schiuma bianca, vicino a uno slargo di graniglia sassosa e canne di fiume, ad arricchire il greto.
Alle nostre spalle la Verona di oggi: da piccolo mondo antico addensato solamente tra le anse, si è espansa in uno assai più esteso, dai quartieri limitrofi con edifici liberty e giardini ai successivi e ai borghi periferici inglobati. Città nei secoli contesa tra chi la abitava e chi la voleva a tutti i costi governare, trovandosi in posizione strategica tra Nord e Sud, Est e Ovest, messa in ginocchio da terremoti, peste, alluvioni e bombardamenti, fu sempre ricostruita a nuova vita. Detta in altre regioni ‘città della musica’, ospita di continuo concerti e opere liriche, specie in Arena, anfiteatro romano del secolo I a.C., che ancora si conserva in Bra con gradinata per oltre ventimila persone. Offre d’estate drammi di W. Shakespeare al Teatro Romano e commedie nei chiostri di antichi palazzi; da Piazza Bra, nelle notti di plenilunio, il cielo con le stelle spiegato dagli astronomi. Fa assistere ogni anno al dibatto interreligioso tra rappresentanti di diverse confessioni, da Ebrei a Musulmani, da Cattolici ad Evangelici, senza spunti d’ intolleranza e offre amichevole spazio d’accoglienza a ospiti appena giunti, limitrofi o extraeuropei, non dicendo loro tutto di sé al primo istante, ma aspettando che si adeguino all’andamento generale peraltro diviso, come un tempo tra Guelfi e Ghibellini, tra destre e sinistre, a tutt’oggi ineliminabili.


Abbiamo percorso i lungadige, ora non più luoghi d’attracco per chiatte o barconi, ma di passeggio ombreggiati dalle fronde dei tigli dal profumo intenso a primavera. Il flusso d’acqua del fiume, che anima l’abitato dentro e fuori le sue anse assorbe, come un tempo, la foschia invernale e rispecchia gli incendi dei tramonti estivi; della città registra umori, entusiasmi e dissapori, le storie di chi vi abita e di chi passa; le fa scorrere di continuo e le placa, accogliendone in un’unica scia date, censo, colore per poi farle passare tra vecchie case, vicoli, piazzette e scale. Né accenna a fermarsi.

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REPORTAGE DI CHRISTIAN ECCHER
QUADRI DALL’ARMENIA (Sinfonia concertata)
PRELUDIO: Tbilisi, alle pendici del Monte Santo
                                  (Ode a Lima)

Yerevan Piazza della Repubblica

Lungo la riva destra del fiume Mtkvari, la città vecchia di Tbilisi biancheggia aggrappata al Monte Santo, sul quale troneggiano la grande ruota panoramica e il traliccio delle telecomunicazioni. Vista dagli aeroplani che incessantemente sorvolano il Caucaso e che collegano l’Occidente all’Asia, la città vecchia appare come una lastra di marmo bianca rigata da solchi neri e sottili. Quei solchi sono in realtà strade lunghe e strette dove persino la luce si insinua a fatica; sui marciapiedi anziane signore passeggiano curve appoggiandosi al bastone con una busta della spesa inverosimilmente ricolma appesa al braccio sinistro; giovani con gli occhiali da sole si affrettano non si sa dove; coppie di fidanzati passeggiano tenendosi per mano; furgoni carichi di merci arrancano in salita e sfiorano pericolosamente i passanti con gli specchietti retrovisori. In uno di quei vicoli (dalla via Rustaveli, l’arteria principale della città vecchia che scorre parallela al fiume, bisogna svoltare improvvisamente a sinistra dopo aver superato il Teatro dell’Opera e arrampicarsi di qualche metro per poi imboccare con prontezza la prima strada a destra), Lima gestiva il proprio negozio, che si chiamava semplicemente “Market”. Lima è armena, la sua famiglia vive da sempre in Georgia. A Tbilisi è a casa. Nella sua bottega era possibile trovare di tutto: uova fresche, affettati, lampadine, bevande, oggetti per la casa. Magra e gentile, i capelli neri e lunghi raccolti da un fermaglio e lasciati cadere sulle spalle, Lima amava intrattenersi con gli avventori e li accompagnava fin sull’uscio una volta terminati gli acquisti. Dopo 30 anni, è stata costretta a chiudere l’attività: anche i clienti più fedeli hanno optato per i grandi centri commerciali che sorgono ovunque alla periferia della città e che hanno lo stesso aspetto, a Tbilisi come a Bishkek, a Novosibirsk come a Tomsk e a New York. Lima non ha né annunciato né pubblicizzato la chiusura. Una mattina di giugno, una qualsiasi, con l’estate alle porte e gli abitanti di Tbilisi che si svegliano con i capelli già bagnati di sudore per via dell’aria calda e umida che ristagna nella valle, la saracinesca del “Market” è rimasta abbassata. Coraggiosa e decisa, Lima ha venduto il locale, ha lasciato la città e nessuno sa dove sia. “Lima non è più qui”, urlano alcune bambine a chi si avvicini al negozio, mentre saltellano sui contorni irregolari di una “campana” disegnata sul marciapiede con un gessetto colorato. Si arrestano un istante, con in mano il sasso da gettare sull’asfalto, per guardare in faccia coloro che ancora non sanno che il negozio rimarrà chiuso per sempre. Lima ha capito che, pur essendo riuscita a sopravvivere al crollo dell’URSS e al caos economico e politico che negli anni Novanta ha investito la Georgia, non si sarebbe potuta opporre alla forza omologatrice e distruttrice della globalizzazione neoliberista. I grandi consorzi internazionali sono arrivati anche nel Caucaso e hanno ormai quasi completamente soffocato le rivendite al dettaglio.

Yerevan periferia Sud

Il negozio di Lima è adesso in fase di ristrutturazione. Il nuovo padrone lo rinnova e spera presto di affittarlo. In un angolo del locale, Lima aveva il suo ufficio, dove spesso trascorreva anche la notte: una stanzetta ordinata, con i libri di contabilità, il computer, il crocefisso appeso alla parete. Ora è completamente vuota. Sul muro di fronte alla porta di ingresso sono rimasti soltanto l’ombra polverosa lasciata dal crocefisso, che probabilmente Lima ha voluto portare con sé, e un’icona della Madonna che piange inconsolabile sul corpo del figlio morto.

(Le finestre del palazzo di fronte spandono il riverbero del sole sui muri scrostati dell’edificio che a pian terreno ospitava il “Market”. Un muratore siede con le gambe piegate, come un pappagallo sul trespolo, su un mattone, proprio davanti al negozio. Fuma e centellina il caffè appoggiando appena le labbra al bordo della tazzina, quasi abbia paura di romperla. “Sì, certo, Lima, non è più qui, non si sa, non si sa dove sia... Il suo negozio? Va al primo che lo vuole”. Il caldo scioglie l’asfalto. Anche il palazzo signorile all’inizio della via è in ristrutturazione, c’è solo la facciata, come una scenografia a teatro; al di là delle finestre si intravvedono il blu del cielo e il bianco dei cumulonembi di condensazione sui monti del nord; sono le nubi che annunciano il meriggio. Il muratore fuma felice e incredulo di avere davanti a sé un uomo di “besa”, venuto dalla pianura del Danubio per far fede alla parola data molti anni prima in quel negozio della Città Vecchia).

Per le strade di Yerevan

PRIMO MOVIMENTO: romantico e un poco solenne (come il primo atto di “Anush”)
La strada che collega Tbilisi all’Armenia ha solo due corsie. È percorsa da camion mastodontici, ricchi fuoristrada, vecchie e piccole “Lade” con il portapacchi coperto da teli di plastica i cui orli vibrano gioiosamente al vento, e dalle marshrutke, furgoni adibiti al trasporto dei passeggeri. Un solo treno al giorno va da Batumi, sulla costa del Mar Nero, a Yerevan, via Tbilisi, passando per la Colchide, la pianura in cui gli argonauti cercarono il vello d’oro e che oggi viene attraversata in fretta dai turisti diretti in Turchia o a Kutaisi, la città che ha aperto il proprio aeroporto alle compagnie aeree europee a basso costo. La Georgia guarda sempre più a occidente e sembra voler dimenticare il proprio passato sovietico. Gli autobus pubblici sono quasi inesistenti; chi non è dotato di un mezzo proprio e voglia raggiungere la capitale armena si deve affidare alle marshrutke o ai taxi. Un sistema che dà lavoro a decine di persone, soprattutto a coloro che erano impiegati in aziende statali sovietiche, privatizzate dopo il crollo dell’URSS e fallite nel giro di pochi anni. L’altipiano che separa Tbilisi dalla frontiera è martoriato dal sole: la forte luce invade l’intera volta celeste e schiaccia l’erba al suolo, per giorni, fino a farla ingiallire a poi morire. Già agli inizi di luglio, i prati verdi si trasformano in un’enorme spianata di sabbia marrone, su cui si aprono qua e là le chiome di piccoli e coraggiosi alberi. Sono per lo più acacie, le cui foglie sono verdi e impassibili, indifferenti al caldo che soffoca il Caucaso. Lungo la strada, semplici casupole di cemento ospitano rivendite di frutta e verdura; impossibile scorgere l’interno di questi negozi che vivono del traffico frontaliero: lenzuola bianche o tende nascondono l’uscio per difendere commercianti e avventori dal caldo e dalle mosche. A un certo punto, l’altipiano lascia il posto a colline dalle cime aspre e appuntite, che mimano montagne d’alta quota. La strada piega improvvisamente verso ovest e la frontiera si annuncia dietro a un’altura su cui svetta un traliccio con in cima un grappolo di ripetitori circolari e antenne di trasmissione rivolti verso Tbilisi. Le marshrutke si incolonnano indisciplinate al posto di blocco, cercano di superarsi a vicenda per arrivare prima ai controlli. I passeggeri scendono e si incamminano verso l’edificio bianco e lungo dove si trova la frontiera. Oltrepassato il confine, bisogna percorrere un centinaio di metri a piedi e superare il ponte sul fiume Debed, lungo il quale si attorciglia la ferrovia a un binario che si ostina a rimanere in territorio georgiano ancora per qualche chilometro prima di incontrare un cavalcavia e superare lo stretto corso d’acqua verde, che scorre veloce verso la piana del Mtkvari. Dal confine si intravvede già l’Armenia, mentre la Georgia rimane chiusa, invisibile al di là dell’altura su cui svettano i ripetitori. L’edificio della dogana, oltre il prefabbricato in lega metallica in cui alloggia la polizia di frontiera, è in tufo rossastro, a indicare l’ingresso in una terra di vulcani ormai spenti, di magma innocuo perché da secoli raffreddato, ma anche di terremoti improvvisi e violenti.

Armenia del Sud, composizione geologica

Superato Bagartashen, un paese che si trova a ridosso del confine, il paesaggio cambia radicalmente. La strada percorre un tratto lungo la valle del Debed per poi arrampicarsi, fra continui tornanti, sulle alture dell’Armenia settentrionale. La vegetazione è fitta a valle e si fa più rada a mano a mano che si sale. I querceti e i faggeti lasciano il posto ai pini caucasici, che ornano i pendii a mezza costa; sotto la fascia dei pigneti domina il verde confuso della vegetazione tipica delle quote più basse; al di sopra si estendono i piani alpini ricoperti di erbe e licheni che trasformano le montagne in calvi giganti. Ai lati della strada, negli spiazzi polverosi fra la carreggiata e lo strapiombo, dove spesso gli automobilisti si fermano per riposare, compaiono bancarelle improvvisate dietro alle quali siedono anziani signori o adolescenti. Vendono frutta, verdura, acqua, pannocchie di granoturco appena abbrustolite. Fra le piramidi di cocomeri striati di bianco fanno capolino le teste abbronzate di bambini ubriachi di sole. Immobili, seduti per terra o su un mattone appoggiato sull’asfalto, guardano indifferenti e con gli occhi socchiusi le auto sfrecciare. Nessuno sembra accorgersi che l’immobilità a cui il meriggio costringe la natura è solo apparente. Nelle viscere della terra, la placca tettonica europea continua a scontrarsi e a essere sommersa da quella iraniana, in un processo lento e inarrestabile che dura ormai da 25 milioni di anni. Le rocce si contorcono come serpenti arrabbiati, scivolano l’una sull’altra, si distendono fino all’inverosimile per poi rompersi di schianto, rilasciando calore ed energia a scuotere come un panno di bucato l’intera penisola caucasica. Le due placche cominciarono a scontrarsi nel Cenozoico; nello stesso periodo anche l’Africa iniziò a muoversi verso nord, verso l’Europa. Contemporaneamente al Caucaso, anche in Europa la terra si increspò e formò i primi corrugamenti alpini. I movimenti tettonici dell’Eurasia condannarono l’antico Oceano Tetide alla scomparsa; chiuso in una morsa mortale, l’antico mare si restrinse fino a diventare un golfo all’interno del Mediterraneo, destinato a sua volta a sparire fra pochi milioni di anni, quando la penisola italiana scivolerà su quella balcanica. Il grande Oceano di un tempo era stato già dai marinai della Serenissima declassato a “Golfo di Venezia”, anche se i geografi delle epoche successive gli hanno restituito la dignità di mare, mare Adriatico, dal nome di Adria, una città scomparsa, di cui non si sono mai trovati i resti. Nel Caucaso, come in Italia e nei Balcani, la Grande Catastrofe sembra lontanissima; forse arriverà quando l’umanità non esisterà già più, in un tempo altro, mitico, in cui il passato si ricongiungerà al presente, chiudendo il Tempo in una circolarità letale, che annullerà anche lo spazio e ridurrà l’esistente a un unico punto nero nel vuoto del nulla. In ogni caso, i venditori ambulanti sanno che non vale la pena occuparsi di simili questioni e sembrano essere impensieriti esclusivamente dal fatto che solo raramente gli automobilisti sostano per rifornirsi di viveri. Le marshrutke invece non possono permettersi il lusso di fermarsi, e il viaggio verso Yerevan continua, fra sorpassi e bruschi abbrivi.

Armenia del Sud

(I paesaggi del nord dell’Armenia non sono cambiati molto da come li aveva rappresentati il pittore Stepanos Nersissian a metà ’800. Le ragazze dei paesi e delle contrade sprofondati nelle vallate non vanno più alla fonte per prendere l’acqua, ma la natura è rimasta selvaggia come un tempo. In uno di questi villaggi nacque anche il poeta armeno romantico Hovhannes Tumanyan, che creò la sua opera principale, “Anush”, nel 1892. Il poema è scritto nella variante orientale della lingua armena, che è anche l’idioma ufficiale dell’attuale Repubblica Armena. La variante occidentale era invece parlata nei territori dell’ovest, nell’ex impero ottomano, ed è oggi la lingua della diaspora. Le due varianti si discostano a tal punto da far pensare che si tratti di due lingue diverse. Il compositore Armen Tigranyan musicò il testo di Tumanyan e nacque così il primo melodramma armeno. Era il 1912, il paese viveva, in ambito culturale, il proprio risorgimento nazionale. La musica di Tigranian accosta motivi popolari armeni a quelli tipici del romanticismo russo, soprattutto di Pietr Ilich Chajkovski. A Vienna, il compositore Gustav Mahler -colui che fece letteralmente esplodere la tradizione classica europea e aprì le porte a una nuova era in campo musicale- riposava già da un anno nel cimitero di Grinzig insieme alla figlia Maria “Putzi”, morta nel 1907. L’Armenia arrivava in ritardo rispetto all’Europa, ma ciò non vuol dire che l’arte di questa piccola nazione sia meno interessante di quella occidentale. Nella musica di Tigranyan, inoltre, non mancano echi wagneriani, a testimoniare che il nuovo aveva comunque fatto breccia anche nel Caucaso. Le ragioni del Risorgimento culturale tardivo armeno vanno ricercate nelle complicatissime vicende storiche del paese: alla fine del XIV secolo, gli armeni avevano perduto per sempre il proprio impero -che nei tempi antichi si estendeva dall’attuale Turchia orientale fino al Mar Caspio- a causa delle continue e snervanti invasioni dei Turchi, dei Persiani e dei Mammalucchi siro-egiziani. Soltanto nel XIX secolo gli armeni dell’est si sono ritrovati sotto un’entità statuale stabile. Nel 1813, infatti, passarono sotto il dominio degli zar russi, insieme alla Georgia. Furono gli armeni e i georgiani stessi a chiedere protezione ai russi affinché li difendessero dalle continue scorribande dei persiani, popolo musulmano. A unire russi, armeni e georgiani era la religione, il cristianesimo ortodosso. Gli zar garantirono quella tranquillità politica necessaria allo sviluppo di una coscienza e di un’arte davvero nazionali. Gli armeni dell’ovest, invece, erano già da secoli sotto il giogo dell’impero ottomano. Fino al 1991, anno in cui fu proclamata l’indipendenza, non è esistito un vero e proprio stato armeno, a eccezione della breve parentesi costituita dalla Prima Repubblica, nata nel 1918 e spazzata via dai Bolscevichi due anni più tardi. Nell’attuale Repubblica Armena il russo è ancora molto diffuso, anche se i giovani tendono ad abbandonare l’idioma di Tolstoj per concentrarsi sull’inglese, una lingua molto prestigiosa non solo perché parlata ovunque, ma anche perché veicola ideologie e modelli di vita occidentali. I rapporti fra Yerevan e Mosca sono rimasti comunque ottimi, e non sono come quelli che solitamente intercorrono fra uno Stato colonizzato e quello colonizzatore. Non si può parlare di vera e propria dominazione da parte dei russi in Armenia: piuttosto di simbiosi, di coesistenza di culture, in cui il Cremlino ha avuto spesso l’ultima parola per via della propria superiorità demografica, politica e, soprattutto durante il periodo sovietico, anche militare).

Armenia del Sud, composizione geologica

All’improvviso, dopo una lunga galleria, la strada abbandona le montagne e digrada verso valle, per costeggiare il lago Sevan, uno dei più grandi del Caucaso, i cui colori e le cui spume ricordano il mare. L’azzurro cobalto dell’acqua profonda e dolce contrasta con il marrone scialbo, spoglio e polveroso delle alture limitrofe. Il cielo dialoga con il lago, quasi a voler ribadire la dominazione incontrastata del blu sul paesaggio circostante. La strada diventa più comoda, a quattro corsie, e le marshrutke possono accelerare; Yerevan dista solo un’ora dal bacino di Sevan e i primi grattacieli si stagliano all’orizzonte, sagome regolari che compaiono e scompaiono fra gli scheletri dei magri cespugli cresciuti lungo il bordo dell’autostrada e già seccati dal sole.

SECONDO MOVIMENTO: allegro con moto - notturno, allegro sostenuto alla Khachaturyan

Yerevan, periferia Sud

Il centro di Yerevan è racchiuso all’interno di un anello, costituito a ovest da un largo boulevard al centro del quale si trova un parco lungo e stretto, costellato di caffè e ristoranti. A est e a nord, invece, i declivi delle colline cingono la città, quasi fossero gli spalti di uno smisurato teatro a cielo aperto di cui la stessa Yerevan costituisce l’immensa platea. Yerevan è moderna, quasi interamente edificata in tufo rosa-rossastro. Agli inizi del secolo scorso, l’architetto Alexander Tamanyan ridisegnò la pianta urbanistica del centro storico; i palazzi da lui progettati sono ispirati al classicismo italiano e al Medioevo armeno: la piazza principale, Piazza della Repubblica, non solo ricorda l’architettura italiana del periodo fascista, ma sembra anche ricalcare la metafisica delle “Piazze d’Italia”, la serie di dipinti realizzata da Giorgio De Chirico agli inizi del secolo scorso. I fregi e gli ornamenti dei palazzi sono quelli tipici delle chiese medievali armene. Anche l’imponente scalinata delle “Cascate”, adagiata sulla collina a nord-est della città, ricorda in maniera impressionante Piazza di Spagna a Roma. Yerevan sembra voler a ogni costo rimarcare le proprie radici occidentali e rimuovere quelle orientali, russe, persiane e in misura minore anche turche. L’Armenia è un paese fortemente nazionalista e ciò è visibile persino nella struttura urbanistica della capitale. La via principale, che taglia l’anello del centro da nord a sud-est, è intitolata a Mesrop Mashtos, il monaco e linguista che nel 405. d.C. codificò l’alfabeto armeno. Via Mashtos, dopo aver attraversato trionfalmente il cuore della città, finisce ai piedi del Matenadaran, un maestoso edificio in stile neoclassico che ospita tutti i manoscritti e i libri stampati della tradizione armena, dal Medioevo fino al Novecento. Il Matenadaran non è un semplice museo, ma un vero e proprio tempio: le sale sono state progettate in maniera tale da assumere le sembianze delle antiche chiese armene che si trovavano in territorio ottomano, quelle distrutte dai “Giovani Turchi” ai tempi del genocidio. I manoscritti non sono solo dei documenti storico-culturali, ma anche dei veri e propri feticci. La visita al Matenadaran è sentita come un obbligo morale da ogni cittadino armeno e ha una valenza patriottica e quasi religiosa. Accanto al Matenadaran si trova la gigantesca statua in bronzo della “Madre Armenia”, una donna dai tratti fisici squadrati (ispirati di nuovo alla retorica fascista italiana, soprattutto alla statua della Sapienza che si trova all’Università di Roma) con in mano una spada, a proteggere la città e l’intera nazione. I turisti camminano lentamente per le vie del centro, con le macchine fotografiche appese al collo e la bottiglia dell’acqua in mano come unica difesa dal sole forte e dal caldo che assedia la città. La vera Yerevan, quella sincera, autentica, non imbellettata di lussuosi negozi e dei simboli tipici della globalizzazione neoliberista, si trova però a sud, lì dove i visitatori stranieri raramente si avventurano. La metropolitana, costruita durante il periodo sovietico e costituita da treni con due soli vagoni, collega la periferia settentrionale, dove si trovano i quartieri residenziali, a quella meridionale, che fino agli inizi degli anni Novanta ospitava le principali fabbriche del paese. 

Lavash
Nell’Unione Sovietica una città acquistava prestigio e poteva vantarsi di essere una metropoli solo se aveva la metropolitana. Tbilisi e Yerevan erano capoluoghi piccoli e la costruzione di una ferrovia urbana sotterranea è stata un dono politico del Cremlino alle due capitali del Caucaso e non il frutto di una scelta legata alla necessità di muoversi velocemente e di diminuire il traffico di superficie. L’Armenia era famosa per le sue industrie metalmeccaniche, che producevano materiale rotabile per le ferrovie dell’intero impero sovietico. C’erano anche fabbriche specializzate nell’alta tecnologia (un settore che è ancora oggi abbastanza forte nel resto del paese, ma non nella capitale), in particolar modo nella creazione di microchip e componenti aero-spaziali. Negli anni ’90, dopo una sciagurata politica di privatizzazioni, la maggior parte delle industrie è fallita. La periferia sud di Yerevan è un triste monumento ai tempi passati, emblema di decadenza e di abbandono. Ai lati della linea della metropolitana si susseguono gli edifici che un tempo ospitavano operai e macchinari. I vetri alle finestre sono rotti o scheggiati, il ferro degli infissi, che nessuno più ha verniciato, cola sotto forma di ruggine sui mattoni di tufo rosso. All’interno dei cancelli la vegetazione ha preso il sopravvento sulle panche e sugli spazi in cui i lavoratori si riunivano per fumare durante le pause. I binari di servizio, che collegavano alcune aziende con la linea ferroviaria per Tbilisi e l’Iran, si snodano per decine di metri incorporati nell’asfalto di stradine secondarie. Si interrompono all’ingresso degli ex stabilimenti: la morsa dell’asfalto si allenta e le rotaie tornano a scorrere sulla terra; vengono però subito soffocate da erbacce altissime e persino da qualche albero da frutto, cresciuto per caso fra le traversine. Le uniche fabbriche ancora attive sono quelle legate alla produzione di materiali edili e alla manifattura del tabacco. Lungo il grande boulevard che unisce il centro della città all’autostrada, ci sono solo alcune officine, davanti alle quali giovani apprendisti abbronzati e a petto nudo sorseggiano un caffè o bevono una coca-cola ghiacciata. Guardano sornioni i rari passanti, con gli occhi semichiusi per l’albedo solare che spande luce ed energia non solo dal cielo, ma anche dall’asfalto e dagli edifici circostanti. Le uniche abitazioni a mostrare qualche traccia di vita sono le vecchie “krusciovke” a 5 piani, i condomini che il Presidente dell’URSS Nikita Krusciov fece costruire per risolvere l’annoso problema della casa che costringeva le famiglie dell’impero a condividere gli appartamenti.

Noravank

La situazione economica in Armenia è critica proprio perché non c’è produzione industriale. Anche in centro, sono numerosi i segnali che indicano il disagio in cui la popolazione è costretta a vivere: balza agli occhi l’enorme quantità di “Lombard”, una parola che in russo sta a indicare i monti di pietà: già nel Medioevo, infatti, i primi ad aprire i banchi dei pegni ovunque in Europa furono dei ricchi commercianti lombardi. In uno di questi locali c’è anche Astrid, professoressa di chimica all’Università di Yerevan. Alta e dinoccolata, la pelle olivastra, i capelli nerissimi e gli occhi grandi e allungati, sta impegnando la collana d’oro ereditata anni fa dalla nonna: “Non è un grande problema -dice Astrid con un sorriso che non riesce a nascondere la delusione- a settembre comincerò di nuovo a tenere lezioni private e ricomprerò la collana. Purtroppo adesso è estate e gli studenti sono in vacanza. Solo dello stipendio universitario non è possibile vivere: la paga media di un docente è di circa 180 dollari al mese...”

Hovhannes Aivazovsky. "Noè scende dall'Ararat" (1889)

TERZO MOVIMENTO: lento ma non troppo – ostinato

Azhad Saryan vive in un appartamento in centro città, in un edificio in mattoni di tufo rosso che si trova proprio lungo la via Mashtos. Siede al tavolo di lavoro e con un monocolo appoggiato all’occhio sinistro incastona con grande precisione una pietra preziosa nel gambo di un anello d’oro. Azhad ha appreso sin da bambino dal padre Serzh l’arte orafa. Ogni domenica mattina vende i gioielli che produce in una specie di fiera che ha luogo in un ampio locale nella centralissima Piazza della Repubblica. Azhad è in realtà un assistente sociale, lavora in una cooperativa da lui stesso fondata insieme a degli amici alcuni anni fa, quando ha capito che non avrebbe potuto impiegarsi in un ente pubblico senza l’appoggio di un politico o di un qualche potente amministratore. Dopo un anno trascorso in Russia, a Mosca, in cerca di una sistemazione migliore, Azhad ha deciso di tornare a Yerevan per non lasciare soli i genitori ormai anziani, Serzh e Iulia. Serzh ha lavorato per 40 anni come ingegnere presso l’Azienda Trasporti di Yerevan. Ha una pensione di circa 90 euro al mese. Iulia ha insegnato lingua armena per tutta la vita nella scuola elementare del quartiere e la sua pensione è uguale a quella del marito. La famiglia Saryan, per potersi permettere una vita decente, non solo crea e vende gioielli, ma ospita anche a casa propria studenti e volontari stranieri, per lo più giovani, la seconda o la terza generazione di emigranti armeni che decide di tornare nella terra dei progenitori per imparare la lingua. La Repubblica Armena ha circa 3 milioni di abitanti; più di 8 milioni di armeni vivono all’estero, soprattutto in Russia, negli Stati Uniti d’America e in Ucraina. La diaspora armena è cruciale per la sopravvivenza della stessa Repubblica: le rimesse degli immigrati non solo contribuiscono a risanare le casse dello Stato, ma anche quelle delle singole famiglie rimaste in patria che possano vantare almeno un parente in terre lontane. I Saryan all’estero non hanno nessuno, e per questo si arrangiano come possono per arrivare alla fine del mese. In una calda sera d’estate, Iulia si intrattiene con gli ospiti stranieri nella spaziosa cucina del suo appartamento. Sul tavolo ci sono ancora i resti dell’abbondante cena: il lavash - il pane armeno, piatto come una piadina-  il formaggio salato, le melanzane affumicate e trifolate in padella, la carne, il vino rosso della piana di Areni, la località dove per la prima volta nella storia gli esseri umani hanno scoperto la vite e i segreti della sua coltivazione. Iulia esalta le gesta del popolo armeno, che è eroicamente sopravvissuto al genocidio e che per secoli non ha avuto un proprio Stato. Ricorda che nel Medioevo l’Armenia occupava l’intero Caucaso, prima che arrivassero gli “usurpatori”, vale a dire georgiani, azeri e turchi. Nello stesso tempo, però, è molto critica nei confronti delle attuali élite politiche, soprattutto del presidente Serzh Sargsyan, che governa ininterrottamente il paese dal 2008. Nel 2018, Sargsyan non si potrà più candidare ma il Parlamento ha prontamente cambiato la Costituzione e dal 2017 l’Armenia non sarà più una Repubblica presidenziale bensì parlamentare. Questo significa che i poteri politici non si concentreranno più nelle mani del presidente ma in quelle del premier. Inutile dire che Sargsyan sta già pensando di presentare la propria candidatura a Presidente del Consiglio. Iulia era una compagna universitaria di Sargsyan. Lo ricorda come un ragazzo silenzioso, timido, ma con grandi capacità organizzative. Il presidente appartiene al Partito Repubblicano, che ha stravinto alle elezioni politiche del 2012 e che controlla in toto la vita pubblica e i mezzi di comunicazione di massa del paese. In ogni caso, la popolarità del Presidente sembra lentamente ma inesorabilmente incrinarsi: nonostante abbia ancora l’appoggio della maggioranza della popolazione, nelle strade di Yerevan si sentono sempre più spesso lamentele nei confronti delle scelte politiche dei governanti. 

Noravank . Il Dio mongolo cristiano

Nel 2013, dopo un incontro a quattr’occhi con il presidente russo Vladimir Vladimirovich Putin, Sargsyan ha deciso di interrompere le trattative legate a una collaborazione economica e culturale con l’Unione Europea per avvicinarsi all’Unione Eurasiatica, in cui l’Armenia è entrara nel 2015. Dell’Unione Eurasiatica fanno parte la Federazione Russa, la Bielorussia, il Kazakistan e il Kirghizistan. La decisione di Sargsyan non è campata in aria: la Russia -che ha promosso con tutte le proprie forze la formazione di questa organizzazione internazionale- è un partner importantissimo per l’Armenia. Nell’immenso territorio compreso fra Mosca e Vladivostok vive più di un milione di armeni e il fatto che per loro non sia necessario il visto di ingresso è un vantaggio notevole. In più, la Russia non ha soltanto interessi nel Caucaso, ma è anche fisicamente presente nel nord della penisola: paradossalmente, la sua influenza è più forte in Armenia o in Sud Ossezia che non in Cecenia e nelle altre repubbliche caucasiche direttamente controllate da Mosca. La rottura delle trattative con l’UE ha però costretto l’Armenia all’isolamento geo-politico: le frontiere con la Turchia sono chiuse a causa dei problemi legati al genocidio di inizi Novecento, quando il governo dei “Giovani turchi” fece uccidere 1 milione e mezzo di armeni presenti sul territorio ottomano: l’UE avrebbe potuto contribuire a scongelare i rapporti fra i due paesi. Le relazioni diplomatiche con l’Azerbaigian sono ai minimi storici a causa della guerra in Nagorno-Karabakh; quelle con la Georgia sono assai precarie: Tbilisi ha optato per una decisa e chiara politica pro-occidentale, soprattutto dopo l’aggressione russa che fra il 1991 e il 2008 ha sottratto al paese l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia. Solo l’Iran, con cui l’Armenia condivide il confine meridionale, gode apparentemente della totale fiducia di Sargsyan e dei suoi uomini. Frotte di turisti iraniani si aggirano per le vie di Yerevan: per loro non è necessario il visto di ingresso. Coppie scure di carnagione che si tengono per mano e ragazze giovani con lo chador appena appoggiato sui capelli, in maniera sensuale e provocante, mangiano nei ristoranti e fotografano piazze e fontane, persone e luoghi di culto. L’Iran, però, sembra preferire come partner commerciale caucasico l’Azerbaigian, con cui ha stipulato degli accordi per la costruzione di una ferrovia che unirà la Russia a Teheran. Il progetto iniziale prevedeva che il tracciato passasse per l’Armenia, ma si è rivelato troppo costoso e gli Ayatollah hanno preferito accordarsi con Baku. Richard Giragosyan, direttore dell’ONG “Regional Studies Center”, ha lavorato per molti anni negli Stati Uniti, al servizio della Casa Bianca. Ha deciso di tornare nella terra dei suoi avi e di dedicarsi alla sua ONG, che è legata al governo degli Stati Uniti ma che mantiene un ampio margine di autonomia e si dedica soprattutto a studiare la situazione politica armena. Energico e deciso, alto e sportivo, non risparmia parole e commenti quando qualcuno gli pone domande di scottante attualità. “In Armenia, la Russia controlla completamente settori strategici quali quello dell’energia, delle telecomunicazioni, dei trasporti e, indirettamente, l’intera economia. Adesso che siamo nell’Unione Eurasiatica, ritengo sia estremamente difficile che Mosca permetta l’ingresso di investitori stranieri nel nostro paese... Certo sarebbe un suicidio rompere le relazioni con la Russia”. Secondo Giragosian l’Armenia ha tutte le carte in regola per posizionarsi fra Oriente e Occidente, fra l’UE e la Russia, approfittando anche dei litigi fra le grandi potenze che ancora oggi, così come cento anni fa, tentano di estendere la propria influenza sul Caucaso. “Il nostro ceto politico non è in grado di attuare una così alta politica estera, che prevede scelte delicate e oculate. I governanti armeni -continua Giragosian- sono dei vecchi dinosauri che non hanno idea di quello che avviene oggi nel mondo contemporaneo. I più pericolosi, poi, sono quelli che indossano abiti occidentali, parlano la stessa lingua degli europei e degli americani, conquistano il loro appoggio e le loro simpatie ma hanno una mentalità sovietica e un solo obiettivo – la presa del potere a qualsiasi costo”. Eppure, qualcosa sta lentamente cambiando: “Le nuove generazioni hanno una mentalità completamente diversa rispetto a quella dei nostri politici. Sono in contatto con il mondo, sanno le lingue, si informano attraverso internet. Prima o poi i giovani arriveranno al potere e le cose dovranno cambiare. 

Georg Bashinjaghian "Ararat" 1912

L’Armenia ha un grande potenziale umano e culturale”. Giragosian conclude l’intervista con una nota personale, inaspettata ma gradita perché molto sincera: “Io non sono pazzo. Non avrei mai lasciato gli USA, dove lavoravo per il governo, per trasferirmi in un paese che non ha futuro. Se sono qui è perché so che le cose cambieranno, e in meglio”. Giragosian ha ragione: le giovani generazioni, anche se a livello politico non sono affatto attive, hanno una nuova mentalità che potrebbe davvero modificare il volto del paese, nonostante siano molto più isolate rispetto a quelle georgiane, azere e turche. Perché? La colpa è della politica estera di Yerevan: i problemi con la Turchia, come accennato, sono di vecchia data (Se Yerevan piange, Ankara e Istanbul non ridono. In questa calda estate del 2016, una delle più torride da quando si hanno misurazioni meteorologiche attendibili, in tutte le città della Turchia si respirano nervosismo e terrore, che si appiccicano alle pelle come l’umidità contenuta nell’aria bollente. Gli elicotteri sorvolano di continuo i quartieri di Istanbul con piccole telecamere attaccate ai pattini. Carri armati e mezzi blindati della polizia stazionano immobili come pachidermi nella piazza davanti alla Moschea Blu, dove i turisti si radunano per poi disperdersi nei vicoli a ridosso del mare. La libertà di movimento per i cittadini turchi è sospesa, le foto del presidente Erdoǧan giganteggiano ovunque, sui muri delle case, in metropolitana, sui cartelloni pubblicitari. Un’enorme bandiera, rossa con in mezzo la mezzaluna bianca, pende davanti a un negozio di alimentari; si agita alla brezza della sera e accarezza per un istante il volto delicato di un transessuale iraniano che cerca fra i turisti un compagno con cui trascorrere il tempo che lo separa dall’alba)

Karen Harutynyan

Dopo l’indipendenza, proclamata nel 1991, l’Armenia aveva instaurato contatti diplomatici con Ankara, ma la guerra in Nagorno-Karabakh ha fatto precipitare la situazione. Durante il conflitto, infatti, la Turchia ha appoggiato l’Azerbaigian, che già ai tempi dell’URSS contendeva all’Armenia questa piccola regione montuosa al confine con l’Iran. Il Nagorno-Karabakh era abitato sia da armeni sia da azeri. Lo scontro armato è cominciato nel 1988 ed è ufficialmente terminato nel 1994, anche se al fronte le scaramucce continuano con sparatorie e provocazioni reciproche da parte di entrambe i contendenti. Il Nagorno-Karabakh ha anche proclamato l’indipendenza ma nessuno stato al mondo l’ha riconosciuto. Dal 1994 in poi, gli azeri sono stati cacciati dalla neonata e sedicente repubblica, così come da tutto il territorio armeno. La stessa cosa è accaduta agli armeni residenti in Azerbaigian. Certo è che dopo centinaia di anni di contatti e scambi economici e culturali, i rapporti fra Yerevan e Baku si sono completamente interrotti e, per la prima volta nella storia, le giovani generazioni dei due paesi in lotta non hanno alcun tipo di rapporto con i vicini. Come è possibile che un conflitto armato duri da così tanto tempo e che non si sia ancora trovata una soluzione? Il Nagorno-Karabakh è una terra estremamente povera e i pochi giacimenti petroliferi non giustificano odi così profondi e una guerra così lunga e snervante. La verità è che i governi armeno e azero utilizzano la regione per creare un sentimento nazionale forte e distrarre l’attenzione dei propri cittadini dai numerosi problemi interni. Uwe Halbach, ricercatore presso la “Stiftung Wissenschaft und Politik” di Berlino, afferma che la politica azera e armena è completamente “karabachizzata”. La retorica bellica, che è presente quotidianamente sui media, ha il compito di accrescere il patriottismo all’interno dei due paesi e di addossare le colpe del malcontento sociale a un nemico esterno. Fonti vicine al presidente Sargsjan, che vogliono restare rigorosamente anonime, asseriscono che sono in corso dei tentativi da parte del governo armeno per trovare una soluzione definitiva al problema legato al Nagorno-Karabakh. 


L’Armenia sarebbe pronta anche a restituire alcuni territori illegalmente occupati che appartengono senza dubbio all’Azerbaigian. Le trattative sono però segrete: dopo anni di propaganda, il popolo armeno non è pronto ad accettare alcun tipo di compromesso. Il primo presidente armeno, Levon Ter-Petrosyan, ha perso le elezioni nel 1998 proprio perché stava cercando una soluzione pacifica al problema, che potesse accontentare anche gli azeri e smorzare una volta per tutte le tensioni. Per questo Sargsyan è molto cauto e non esce allo scoperto con proposte pubbliche. In ogni caso, nell’aprile del 2016 la polizia ha arrestato Zhiran Sefilyan, un eroe di guerra che da anni organizza proteste pacifiche in tutta l’Armenia contro il governo e il presidente e che si è apertamente schierato contro ogni eventuale cessione di territori all’Azerbaigian. Sefilyan ha fondato un movimento che si chiama “Riformare il parlamento” ed è stato accusato di voler organizzare un attentato terroristico volto ad abbattere il ripetitore delle telecomunicazioni di Yerevan. Le accuse erano in realtà tendenziose; fatto sta che a luglio un gruppo di veterani di guerra ha occupato una stazione di polizia alla periferia della capitale, uccidendo anche alcune guardie, per richiedere la liberazione di Sefilyan. I combattenti speravano che il popolo si riversasse nelle piazze e nelle strade della città per sostenerli, ma vicino alla caserma si sono radunate poco centinaia di manifestanti. Dopo giorni di trattative, i “terroristi” sono stati arrestati, nonostante le autorità avessero promesso loro l’amnistia. La loro protesta non era legata solo al Nagorno-Karabakh, ma anche alla situazione politica interna, alla corruzione e alle numeroso difficoltà in cui l’economia armena si dibatte. In generale, i veterani di guerra, molti dei quali soffrono di stress post-traumatico e vivono in condizioni di estrema povertà, sono stati quasi dimenticati dal governo, non hanno un lavoro e ricevono pensioni miserrime; oltre a ciò, non hanno alcun riconoscimento o prestigio sociale. Si possono rifugiare solo nell’alcol oppure nella lotta armata. La famiglia Saryan è rimasta sconvolta dagli eventi di luglio e segue con interesse e passione le proteste dei pochi cittadini che ogni venerdì si riuniscono nella piazza del teatro dell’Opera per chiedere le dimissioni di Sargsyan e del governo. Quelle rare volte che i manifestanti sfilano in corteo per la via Mashtos, dove si trova l’appartamento dei Saryan, Iulia chiude la finestra per non far sentire agli ospiti stranieri gli slogan e le urla arrabbiate. Non solo, sono proprio quelli i momenti in cui Iulia esalta le gesta passate del suo popolo. 

Vardges Surenyants  "Ferdowski legge il poema Shahn" 1913

Il passato diventa mito quando il presente è insopportabile e il futuro sembra essere destinato a non arrivare mai. La situazione attuale in Armenia è molto simile a quella balcanica degli anni Novanta: da un lato c’è un’insoddisfazione diffusa e radicale per via delle pessime condizioni di vita, dall’altro la propaganda bellica impedisce che quella stessa insoddisfazione diventi aperta e chiara protesta politica. I cittadini avvertono inconsciamente che le contestazioni -a cui spesso guardano con simpatia- sono sinonimo di tradimento; introiettano un senso di colpa che impedisce loro di schierarsi del tutto contro le autorità. Una situazione schizofrenica, che spinge gli abitanti di Yerevan a simpatizzare con i manifestanti del venerdì ma a non uscire di casa per unirsi a loro. La polizia, dal canto suo, fa di tutto per bloccare chi il venerdì sera voglia raggiungere il Teatro dell’Opera: chiude le vie del centro al traffico e i vicoli prossimi al luogo delle manifestazioni. “Come hanno potuto arrestare Sefilyan, un vero eroe e difensore della Patria, e come hanno potuto arrestare coloro che difendevano Sefilyan, anche loro ex-combattenti nel Nagorno-Karabakh”, dice Iulia con un’espressione amareggiata sul viso solcato da pochissime rughe, nonostante abbia da poco compiuto 70 anni. A luglio, la polizia ha arrestato anche Armen Martirosyan, vice-presidente del partito di opposizione “Eredità”, perché aveva manifestato per la liberazione di quelli che il governo definisce terroristi. Iulia ama ripetere che Martorisyan è “uno del popolo, uno di noi”. È stato liberato dopo tre settimane di carcere e dopo che i suoi compagni hanno pagato una cauzione in denaro. Appena uscito di prigione, ha raggiunto immediatamente il Teatro dell’Opera e ha trovato il tempo di scambiare quattro chiacchiere con i giornalisti stranieri, nonostante decine di persone lo acclamassero ininterrottamente e facessero la fila per stringergli la mano: “Negli ultimi 25 anni i problemi si sono accumulati -dice Martirosyan- i giudici non fanno il proprio dovere, la corruzione è onnipresente, della polizia meglio non parlare. Il popolo è davvero stanco di tutto ciò”. Perché allora le proteste non riescono a essere efficaci, a cambiare davvero le cose? Nel settembre del 2016 il Presidente del Consiglio Hovik Abrahamyan si è dimesso per calmare gli animi, ma si ha l’impressione che ogni trasformazione sia funzionale al mantenimento dello status quo. Cambiare tutto affinché nulla muti per davvero. Il senso di colpa legato al tradimento del sentimento patriottico può spiegare fino a un certo punto l’attuale immobilità della società armena. Ci aiuta a capire cosa si cela dietro questa situazione di stallo Karen Harutyunyan, direttore del giornale-televisione on-line “Civilnet”, finanziato dall’Occidente (soprattutto dall’UE) e dalla diaspora armena. Harutyunyan ci accoglie nel suo ufficio all’ultimo piano di un nuovo edificio in centro a Yerevan, proprio di fronte al Teatro dell’Opera. Parla con voce calma, dietro di lui ci sono scaffali ricolmi di libri in armeno, inglese e russo. Attraverso la porta a vetri del suo ufficio è possibile scorgere molti giovani collaboratori intenti a scrivere e a prepararsi per una diretta dallo studio televisivo ricavato all’interno della redazione. “Quello che in Armenia manca – sostiene Harutyunyan – è una massa critica in grado di pensare con la propria testa. I media non sono affatto obiettivi, addirittura non è chiaro chi siano i padroni e i finanziatori dei giornali e delle televisioni più popolari. Quando si legge un articolo, è difficilissimo distinguere la notizia in sé dal commento di chi scrive. Questo crea ovviamente confusione. I cittadini non sanno a chi rivolgersi per capire davvero ciò che accade e non sanno distinguere propaganda e realtà.” In ogni caso, anche Harutyunyan, così come Richard Giragosyan, è convinto che le cose siano destinate a mutare e che le nuove generazioni cambieranno completamente il volto del paese nel giro di pochi anni.

Stepanos Nersissian, "Picnic sul fiume Kura" 1860 circa

FINALE: sostenuto, allegro ma non troppo
DI TUFO E DI VENTO
Yerevan si trova in una grande vallata, fertile e ubertosa, fra due grandi montagne, vulcani mansueti perché ormai spenti: L’Ararat e l’Aragat. L’Ararat è il monte mitico su cui si incagliò l’arca di Noè subito dopo il Diluvio. Alle sue pendici Noè bevve del vino e si ubriacò: cominciò a correre nudo sull’erba di un greppo mentre i figli, impietositi e pudici, cercavano di raggiungerlo e di coprirgli le membra ormai vecchie e mollicce. L’Ararat si trova adesso in territorio turco, ma appartiene, con le sue due gobbe inconfondibili, rispettivamente di 5000 e di 3000 metri, all’immaginario collettivo armeno. L’Aragat invece è situato alle spalle della città e si nasconde dietro le colline della periferia settentrionale. È alto più di 4000 metri. A sera, l’aria sulla cima dell’Aragat si raffredda molto velocemente, mentre a valle rimane calda. Si crea così una drammatica depressione barica che costringe l’aria fredda in quota a discendere verso la pianura. Poco prima che il sole tramonti e poi fino a tarda sera, Yerevan viene spazzata da un vento forte e insistente, che in armeno si chiama “kami”. L’aria fresca entra nei minuscoli fori dei mattoni di tufo e fa suonare come uno strumento musicale tutti gli edifici, in un unisono armonico e appena percettibile. Il vento fa danzare i fili dell’alta tensione, disperde in minuscole e invisibili goccioline il getto d’acqua che esce dalla grande fontana di Piazza della Repubblica, solleva le gonne leggere delle ragazze che passeggiano nelle vie del centro e che abbassano gli orli dei vestitini con la mano destra, urlano “uh” e poi corrono a piccoli e rapidi passi a cercare riparo sotto ai portici del Museo di Storia Armena, lì dove il vento si placa come una bestia domata. Bere dalle fontanelle che sono disseminate ovunque nelle vie del centro diventa impossibile, perché il fiotto d’acqua che esce dalle bocche di metallo viene spazzato via senza pietà e bagna l’asfalto lucido circostante. Alla periferia sud, dove di sera nessuno cammina e non c’è neppure un’anima che si affacci alle finestre, il vento alza al cielo le foglie seccate dal sole e cadute precocemente dagli alberi; di loro non ci sarà più traccia al mattino successivo, forse riescono ad arrivare ad alta quota e a sorvolare la frontiera con la Turchia, per poi cadere al di là del confine, innocenti e inconsapevoli di essere arrivate in territorio nemico. Il vento entra anche dalle finestre aperte delle case: le tende all’interno si sollevano come fantasmi, le carte e i giornali lasciati sulle scrivanie si sparpagliano ovunque nel corridoio e i lampadari dei salotti traballano felici, liberi dall’immobilità polverosa a cui sono stati per anni costretti.
Il vento si calma solo intorno a mezzanotte, quando la depressione barica fra la valle e il monte si colma del tutto. Yerevan rimane immobile, stanca e sconvolta dalla violenta sfuriata d’aria, ma pulita, e scintillante anche.
[Yerevan, Novi Sad – agosto, settembre 2016]

VARIAZIONI SUL TEMA: GYUMRI
Lento e dissonante, per arpeggione solo

Gyumri

Era il 7 dicembre 1988 quando la terra tremò per circa 30 secondi nel nord dell’Armenia, ai piedi del monte Aragat. I pendii e i picchi dell’Aragat furono scossi da onde potenti, ripetute, per lo più ondulatorie, del settimo grado della scala Richter. La città di Gyumri, che si trova nel nord-ovest dell’Armenia, al confine con la Turchia, fu rasa quasi completamente al suolo. Gli edifici costruiti all’epoca di Stalin resistettero e furono semplicemente danneggiati. Le “Kruschovke” rimasero in piedi ma erano pressoché inabitabili. I palazzi edificati al tempo di Brezhnev si disintegrarono completamente, quasi a rimarcare la progressiva decadenza dell’URSS nel corso dei decenni. Un anno dopo la potente scossa, la vecchia Unione Sovietica si sarebbe dissolta del tutto e l’Armenia avrebbe cominciato il proprio percorso verso l’indipendenza, proclamata nel 1991. Per Gyumri, però, questi sconvolgimenti storici non ebbero alcun significato fondamentale. Le macerie sono rimaste lì dov’erano per anni. Già l’8 dicembre del 1988, i sopravvissuti capirono a quale destino stessero andando incontro: nessuno arrivò a soccorrere i feriti e a scavare fra i resti delle case per recuperare i cadaveri. Passarono giorni interi prima che Mosca si decidesse a spedire i primi aiuti. Negli anni successivi, Yerevan sarebbe stata troppo impegnata nel conflitto con l’Azerbaigian per pensare alla ricostruzione di Gyumri. La città è così lentamente ma inesorabilmente morta; si è spenta ed è diventata un monumento, il cippo funebre di sé stessa. Il centro è ancora in parte distrutto, come se il terremoto fosse avvenuto ieri e non trent’anni fa. Le case, in pietra vulcanica nera, sono per lo più disabitate. Le famiglie che ci vivevano hanno preferito emigrare o risiedono ancora nei container -ormai arrugginiti- alla periferia del centro urbano. Molte abitazioni hanno gli usci sprangati. Le vie del centro sono piastrellate con blocchetti di leucite, lucidi a tal punto da sembrare bagnati, un po’ come i sanpietrini a Roma. 

Gyumri
Le case hanno spesso un ampio cortile interno e un balcone che corre lungo tutta la facciata, a ripetere il perimetro della corte. Serviva per collegare gli appartamenti delle varie famiglie, che dividevano in condominio la corte stessa e l’ampio ingresso all’edificio, costituito spesso da un largo e corto corridoio, una sorta di entrata trionfale dai portali scolpiti. Alcune case sono ancora abitate: all’interno, gli alberi da frutto, soprattutto susini, regalano ombra e appigli per stendere le corde da bucato. Due signore lavorano in un cortile, preparano la salsa di pomodoro per l’inverno o mettono sotto sale i peperoni. Alcune case hanno la facciata signorile, ancora intatta; l’interno, però, è infestato da erbacce e quel che resta del pavimento è spesso nascosto da un alto strato di pattumiera. Il primo piano di un appartamento è stato letteralmente troncato a metà dal terremoto: sono ancora visibili una poltrona rossa sospesa sul nulla e la tappezzeria alle pareti, verde, impreziosita da eleganti motivi floreali. 
Gyumri

Ai tempi dell’impero sovietico, Gyumri si chiamava Leninakan ed era una città ricca e culturalmente molto viva, che ospitava spesso concerti, opere e rappresentazioni teatrali. Risuona ancora per le strade l’eco del concerto per violino e orchestra di Aram Khachaturyan, che fu suonato per la prima volta a Mosca nel 1940 e che venne eseguito diverse volte anche qui, a Gyumri. Dello splendore antico non è rimasto più nulla. Le strade sono quasi deserte: un bambino guarda i rari passanti dal garage in cui suo padre sta facendo delle riparazioni a una vecchia “Lada” e sembra non avere il coraggio di avventurarsi oltre. Un anziano signore, che cammina curvo, appoggiato a un bastone, dà la mano in segno di rispetto a tutti coloro che incontra. Una signora di mezza età entra con uno scolapasta in mano nel container con il simbolo della Croce Rosa ormai sbiadito, vicino a quella che era la sua casa, di cui rimangono intatti solo i muri portanti. In una via secondaria giacciono le carcasse di due auto, chissà da quanto tempo dimenticate lì. La piazza principale è immensa ma non vi passeggia quasi nessuno; la chiesa in tufo nero è stata ricostruita ma a terra giace ancora la vecchia cupola, abbattuta dal terremoto. 

Gyumri
C’è chi, come Alexan Ter-Minasyan, cerca di restituire nuova vita a Gyumri: con l’aiuto del governo tedesco, Alexan ha costruito un ospedale e un hotel, le cui stanze sono impreziosite dalle opere pittoriche e scultoree dei principali artisti armeni viventi. C’è in realtà poco da fare. Gyumri sembra essere in coma irreversibile. I politici compaiono in città solo alla vigilia delle elezioni. Non sanno più neppure cosa promettere, per questo i loro comizi sono molto brevi. Scappano via il prima possibile; le guardie del corpo impediscono alla popolazione di avvicinarsi a quelli che dovrebbero essere i loro rappresentanti. Alle scorse elezioni politiche, il partito del presidente ha preso pochissimi voti, sia in città sia nei villaggi che, come satelliti, ruotano intorno a Gyumri. Da quel 7 dicembre 1988, la politica nazionale e Gyumri sembrano aver divorziato per sempre. 

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KAZAKISTAN
(Reportage geopoetico)
di Christian Eccher

Sonata Estiva
Primo movimento –  allegro moderato
(Nella steppa del Sud)

Turkestan

I villaggi in Kazakistan sono come isole nella steppa. Interrompono la monotonia ossessiva dei colori e dei suoni: il giallo sporco dell’erba bruciata dal sole; il marrone scheletrico degli arbusti dalle foglie riarse che giorno dopo giorno si piegano sfiniti dal sole e si accasciano al suolo, finché le pioggie autunnali non li trasformano in humus; il fruscio della sabbia che scivola su altra sabbia nei deserti vicino al confine con l’Uzbekistan.
I centri abitati si annunciano all’improvviso, con un pugno di case dai muri di cemento grigi e dai tetti di lamiera ondulata azzurra. Alle finestre tende molto semplici; qualche cane randagio si aggira in cerca di cibo sul retro delle abitazioni. Non ci sono strade vere e proprie, ma solo piste sabbiose, scavate dagli pneumatici delle jeep e delle automobili di passaggio. I paesi si trovano per lo più vicino alle grandi vie di comunicazioni; non è raro che le autostrade fendano i villaggi dividendoli in due e costringendo gli automobilisti a rallentare all’improvviso. Ai lati della strada asfaltata si affollano bambini, uomini di mezza età dalla pelle bruciata dal sole, donne con lo chador sedute sul marciapiede o su neri copertoni con la mano sulla fronte per difendere gli occhi dalla luce abbacinante del mattino. Vendono cocomeri, rossi e succosi, focacce e pagnotte tonde, dalla crosta color terra e a tratti screziata, che lascia scorgere il bianco della mollica all’interno. Nei mercati, al centro del paese o in quelli improvvisati ai bordi dell’autostrada, si vende di tutto: carne di cavallo, di vitello o di mucca, lampadine, ciabatte e asciugamani fabbricati in cina, berretti di lana provenienti dalle montagne del Kirghizistan, e poi frutta, tanta frutta fresca, sistemata a piramide su bianche scodelle.

La steppa del Sud
Appena usciti dai centri abitati, lungo l’autostrada, gli asini trasportano carretti pieni di cocomeri verso la città; giovani uomini stanno a cassetta e tengono salde le briglie nelle proprie mani; fra il verde striato delle angurie fa spesso capolino la testa di un bambino, che guarda stregato i tir rombanti diretti verso il nord del Kazakistan e verso la Federazione Russa. Gli asini: senza di loro, nulla di ciò che è presente nella steppa esisterebbe: sono loro a trasportare le vivande dalle poche aree coltivabili della regione e solo grazie a loro i materiali da costruzione arrivano ovunque, anche lì dove non ci sono strade. I cavalli no, sono animali nobili, pascolano in libertà nella steppa, visti da lontano sembrano figure stilizzate, come quelle disegnate dagli uomini preistorici sulle pareti delle caverne: una linea orizzontale che di colpo si piega verso il basso a rappresentare la schiena e il collo dell’animale intento a brucare; le zampe sono quattro linee verticali oblique. La carne di cavallo è molto costosa; i giovani kazachi innamorati regalano alla famiglia della sposa il più bell’esemplare del proprio branco, perché il padre di lei acconsenta al matrimonio e benedica la futura famiglia.
Lungo l’autostrada fra Shymkent e Turkestan, le “marshrutke”, furgoni privati che fanno concorrenza al trasporto pubblico, pressoché insesistente, si susseguono l’una dopo l’altra. Gli autisti guidano in maniera frenetica, a bordo di ogni Ducato ci sono fino a dodici persone: madri con i figli piccoli dal volto sudato e bagnato di lacrime, giovani studenti che tornano a casa per le vacanze, uomini d’affari con la valigetta nera, i capelli impomatati e gli occhiali da sole. Gli autisti delle marshrutke salutano i colleghi che sfrecciano nella direzione opposta con un cenno del pollice, che si solleva per un brevissimo istante dal volante. Un impercettibile segno di solidarietà fra i capitani della steppa.
Vicino alla città di Turkestan, non a caso antica capitale del Kazakistan, le campagne sono coltivate. La terra fertile ha permesso ad alcune tribù kazache di abbandonare mille anni fa la vita nomade e di occuparsi di agricoltura. Così è nato il Khanato Kazaco, che fra il XVI e il XVIII secolo conquistò l’intera Asia Centrale. Quella del Khanato fu però una dominazione debole, che non è riuscita a controllare davvero le tribù nomadi della steppa e che per questo si è dissolta all’arrivo delle truppe russe. Rimangono le antiche vestigia dell’ex capitale: un tempio risalente al Quattordicesimo secolo mai terminato e le mura megalitiche di una città-isola nel mare della steppa. Fra le antiche pietre delle costruzioni crollate, i cammelli pascolano mansueti: ogni tanto, un corvo si siede sulla gobba di uno di loro e scruta il paesaggio circostante, incurante delle continue ondulazioni a cui la schiena dell’animale lo costringe.
Verso sud, la fascia di terra fertile lascia di nuovo il posto al consueto paesaggio brullo e marrone.  In lontananza, verso est, si scorgono lievi alture, senza vegetazione e dal profilo nervoso, con picchi e rocce zigrinati come se si trattasse di vere e proprie cime montuose. Sono le prime sommità della catena del Tien Shan, che si estende per oltre 2500 km dal Kirgizistan fino alla Cina.
Nelle ore più calde della giornata, le colline scompaiono, inghiottite dall’umidità dell’orizzonte o cancellate dalla fortissima luce solare. Il divario di temperatura fra l’aria al suolo, riscaldata dalla terra rovente, e quella in quota, di gran lunga più fresca, genera delle differenze di pressione che danno vita a numerosi, piccoli, ridicoli tornadi, del diametro di 5-10 metri. I vortici d’aria percorrono la steppa in tutte le direzioni, indipendentemente l’uno dall’altro. Sollevano al cielo enormi quantità di polvere. Può capitare che attraversino l’autostrada o incrocino una linea ferroviaria. Le automobili o i treni che si scontrano con essi interrompono il gorgo ascensionale e la tromba d’aria perde d’intensità, fino a esaurirsi nel giro di pochi secondi. La polvere rimane sospesa per lunghi, interminabili minuti, poi lentamente si deposita al suolo e ricopre la vegetazione rara, i vagoni merci dimenticati su qualche linea ferroviaria secondaria, le periferie delle poche grandi città che sorgono nella steppa e su cui le trombe d’aria non osano vorticare. Le città: le uniche forme certe, le uniche isole sicure nel mare secco e immenso che va dalla Russia fino al Kirghizistan e all’Uzbekistan.

(forse una volta, poiché sbiadisce la memoria, un giorno in questo mare ci è parso di cantare)

Secondo movimento – lento e pensoso, andante con moto
(Schymkent, pane e sabbia)

Schymkent

Shymkent non ha conture ben definite. Continua a crescere inesorabilmente da circa vent’anni. Paradossalmente, il centro della città si trova ormai in periferia, ed è composto da due grandi bolevard che si incrociano proprio nel punto in cui sorge un’enorme fontana a forma di tulipano. Davanti alla fontana, una gradinata, su cui i cittadini siedono per trovare un po’ di refrigerio durante i caldi pomeriggi estivi. A sera, dalle bocchette situate lungo il basamento circolare che fa anche da vasca di contenimento, partono potenti getti d’acqua verso il grandioso tulipano rosso, che giganteggia proprio al centro della fontana. L’acqua scende copiosa lungo le pareti del fiore di pietra, in parte si nebulizza e viene portata dal vento verso la gradinata. Se i raggi obliqui del sole al tramonto fendono le minuscole goccioline in sospensione, si forma una striscia di arcobaleno che i bambini tentano inutilmente di afferrare, saltando e allungando la mano verso l’alto.
Shymkent è una città abitata da kazachi e da uzbeki, che da sempre vivono fianco a fianco sin dalla fondazione della città, che risale a mille anni fa. Shymkent non è lontana dall’Uzbekistan e fino a pochi mesi fa era possibile passare il confine illegalmente, dato che la frontiera non era ancora marcata. Gli uzbeki arrivavano in Kazakistan soprattutto da Tashkent e venivano ospitati per qualche tempo dai parenti di Shymkent; lavoravano in nero nei cantieri e tornavano a casa dopo qualche mese. Le paghe in Kazakistan sono più alte di quelle in Uzbekistan. Da quando le autorità kazache hanno deciso di porre un limite all’immigrazione clandestina, per gli ubeki è diventato molto più difficile spostarsi e ottenere il visto di lavoro. Spesso la Storia mostra il suo volto beffardo: i kazachi sono stati per secoli nomadi, mentre gli uzbeki stanziali, poiché vivevano in zone fertili dove era possibile la coltivazione dei campi. Shymkent, così come Tashkent e Samarcanda, sono città uzbeke nate come caravanserragli lungo la via della seta, in cui i pellegrini, i viaggiatori e i commercianti in viaggio avevano l’opportunità di rifocillarsi e acquistare frutta e verdura fresca. Al giorno d’oggi, sono gli uzbeki a doversi muovere, dato che il petrolio kazaco ha fatto sì che l’economia prosperasse di più nei territori controllati da Astana che non nel loro paese. Resta il fatto che gli uzbeki sono famosi per la loro abilità in campo commerciale e non è un caso che quelli nativi di Schymkent siano proprietari di attività commerciali di ogni tipo. I loro ristoranti hanno le pareti e gli architravi dipinti di verde, proprio come a Samarcanda. Le cameriere sono timide ragazze con il velo a nascondere i capelli, che non si affacciano quasi mai sulla soglia e corrono indaffarate dai saloni alla cucina, rosse in viso e con un sorriso appena accennato sulle labbra scarlatte e carnose. Lungo le strade del centro, anziane signore dai vestiti sgargianti spingono carretti ricolmi di pane uzbeko: enormi, tonde pagnotte profumate, le stesse che inebriano i viaggiatori all’arrivo alla stazione delle autolinee, sul marciapiede vicino al bazar coperto da una larga tettoia. Le venditrici di pane sono di poche parole, hanno i visi intagliati da rughe profonde, scavate più dal sole che non dall’età.
Shymkent finisce all’improvviso. Verso nord, senza preavviso, la steppa prende il sopravvento sulle piccole case dal tetto in lamiera blu. Poi, più nulla; lo sguardo vaga sconsolato per chilometri e avvista solo i mulinelli delle trombe d’aria, lontano, in un punto indefinito dell’orizzonte. Meglio voltarsi dall’altra parte, andare verso il parco Abay e ancora oltre, incontro ai centri commerciali, ai cantieri dei palazzi nuovi di quella che un tempo era la periferia e che ora si trova al centro della città. E poi più giù, ancora, fino al Parco dell’Indipendenza e alla stazione ferroviaria, un edificio in stile neoclassico dai treni blu e dalle numerose bancarelle che, vicino all’ingresso, vendono cibarie di ogni tipo e tutto ciò che può essere utile per un lungo viaggio. Le 26 carrozze azzurre del treno per Almaty sono già posizionate sul primo binario; aspettano sornione il locomotore, che non è stato ancora agganciato alla testa del convoglio. I passeggeri salgono lentamente e prendono posto nelle vetture arroventate dal sole. La terza classe è priva di scompartimenti, le cuccette sono diposte a gruppi di quattro e sono separate da una semplice parete divisoria. Due letti sono sistemati ai lati, nel corridoio, uno sopra l’altro. I bambini corrono avanti e indietro, signore di ogni età passano lungo i vagoni e vendono vestiti, tovaglie, lenzuola e asciugamani. Il treno si muove con uno strattone, dopo che il cuccettista ha invitato coloro che non devono viaggiare ad abbandonare la carrozza.
Farhod è uzbeko, ma vive da trent’anni a Shymkent. Va ad Almaty a ritirare il passaporto presso il consolato del proprio paese. Il presidente dell’Uzbekistan Karimov ha infatti deciso che solo coloro che hanno la residenza all’interno dei territori controllati da Tashkent appartengono alla nazione uzbeka. Tutti gli altri sono stranieri e per ottenere qualsiasi documento si devono rivolgere alle rappresentanze diplomatiche all’estero. Farhod è quindi straniero sia in patria sia in Kazakistan, ma la cosa non sembra disturbarlo. Nato ai tempi dell’URSS, quando l’Asia Centrale faceva parte dell’immenso impero sovietico, Farhod si sente a casa ovunque. A Shymkent ha una piccola azienda che si occupa di installazione di caldaie di seconda mano provenienti dall’Olanda. Insieme a lui lavorano tre ragazzi, anche loro uzbeki. Farhod ha i capelli ricci, un fisico sportivo, lo sguardo profondo e una camicia elegante sbottonata sul petto, a causa del caldo asfissiante nel vagone. Si asciuga nervosamente il sudore dalla fronte con un fazzoletto di stoffa ben piegato. Dal finestrino di sinistra si scorge solo la steppa, marrone e striata di bianco verso l’orizzonte. Da quello destro giganteggiano già le montagne del Tien Shan; i ghiacciai occhieggiano sulle cime, stemperati dalla foschia della sera che ne rende i contorni incerti fino a confonderli con i picchi rocciosi circostanti. Farhod è stato alpinista, conosce ogni cima del Tien Shan fino alla catena del Pamir. A cinquant’anni ha un unico grande desiderio: vedere Venezia, città sprofondata nella laguna, l’esatto opposto delle montagne su cui ha trascorso buona parte della propria esistenza. Non sa se tornerà a vivere in Uzbekistan: la moglie e i figli si sono ormai ambientati a Shymkent. Tutto dipende dalla situazione politica: quando il presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbayev, che ha 75 anni, non ci sarà più, potrebbero scoppiare disordini fra le componenti minoritarie e i Kazachi; soprattutto i russi nel nord del paese potrebbero proclamare l’indipendenza con l’appoggio di Mosca. Uno scenario ucraino non è purtroppo da escludere neanche in Kazakistan. In un caso simile, sarebbe forse meglio tornare a casa, a Tashkent, o provare ad aprire un’attività commerciale a Samarcanda. Nell’incertezza del mondo post-sovietico, in una situazione politica liquida, anche gli uzbeki, da sempre stanziali, sono diventati un popolo migratorio.

(volgetevi verso il richiamo, benedite i fiori calpestati, l’acqua dei pozzi che avete bevuto vi saranno protettori durante l’esilio intrapreso: fra selve incantevoli e stagioni impetuose.)

Terzo movimento – allegro con moto, andantino.
(Ten chi: cielo e terra)

Il rapido da Schymkent entra puntuale nella stazione di Almaty 2, davanti alla quale una massa confusa e brulicante di tassisti abusivi prende d’assalto i passeggeri in arrivo, ancora assonnati e stanchi. L’aria è fresca, quasi pungente, una brezza leggera scende dai monti i quali, alle spalle della città, raggiungono i 3500 metri di altezza. Farhod si avvia rapidamente verso la fermata dell’autobus, lungo il boulevard delimitato ai lati da due piccoli canali, fra la strada e il marciapede. Quasi ogni strada di Almaty è fornita di simili fossi, al fine di convogliare l’acqua proveniente dalle montagne verso nord, dove comincia la steppa e il formidabile altopiano che dai piedi del Tien Shen si estende fino alla Siberia.
La periferia settentrionale di Almaty non ha una forma ben definita. Le case sono basse e molto semplici, con giardini poco curati sul retro, e si alternano a officine dalle saracinesche sollevate, che lasciano intravvedere l’intimità degli interni ombrosi: copertoni abbandonati negli angoli più remoti, dove la polvere della steppa si deposita in maniera impercettibile ma testarda; telai arrugginiti di vecchie automobili; uomini a petto nudo affaccendati intorno a presse e tavoli ricolmi di attrezzi di ferro. Fra le strade, come innocui serpenti, si insinuano i binari di linee ferroviarie secondarie, ormai in disuso: fino a qualche anno fa, servivano le industrie di Almaty, privitizzate dopo il crollo dell’URSS e successivamente fallite. Adesso ospitano le carcasse di vecchi vagoni, le cui ruote sono completamente ricoperte da rovi ed erbacce: la terra, immobile e invidiosa, ha voluto legare per sempre a sé i carri che per anni l’hanno percorsa in velocità e in assoluta libertà.
La città prende corpo, dimensioni e forma verso sud, lungo il boulevard Dostyk, ex boulevard Lenin, che attraversa tutto l’agglomerato urbano. Come Shymkent, anche Almaty non ha un vero e proprio centro. Gli edifici di fattura sovietica si alternano a parchi, chiese ortodosse e piccole moschee. Almaty è stata la capitale del Kazakistan fino al 1997, fino a quando cioè il presidente Nazarbayev non ha deciso di trasferire la propria residenza, il parlamento e i ministeri ad Astana, che fino ad allora era poco più grande di un qualsiasi villaggio perso nella steppa. Ufficialmente, Nazarbayev ha preso una simile decisione per via dei numerosi sciami sismici che colpiscono Almaty; la vera ragione è però legata al fatto che il presidente ha voluto rimarcare la presenza delle istituzioni kazache nel nord del paese, abitato principalmente da russi.
Sulle panchine disposte lungo il perimetro di Piazza della Repubblica, un enorme quadrangolo che ospita il nuovo palazzo delle conferenze, siedono giovani ragazze che centellinano gelati e si guardano attorno indolenti e annoiate. Fra loro c’è anche Marina: ventiquattrenne, ha il viso squadrato e i lineamenti molto regolari. Gli occhi sono leggermente a mandorla, asiatici. Marina è russa ma la sua famiglia vive ad Almaty da generazioni, da quando cioè la città, fondata nel 1854 come avamposto meridionale dell’impero russo, ha cominciato a svilupparsi economicamente. Marina ha terminato la facoltà di ingegneria dell’Università kazaco-tedesca di Almaty; ha anche discusso la tesi di master ad Hannover ed è tornata in Kazakistan convinta di riuscire a trovare lavoro senza grosse difficoltà. Chi non è in possesso di una raccomandazione, però, raramente riesce a impiegarsi in un’industria, sia pubblica sia privata; in più, le poche aziende che hanno contattato Marina le hanno chiesto se fosse disposta ad accettare tangenti da parte dei clienti. Marina si sarebbe dovuta occupare di controllo degli impianti elettrici ma la maggior parte delle industrie kazache non sono in regola con le normative previste dalla legge. I direttori risolvono il problema pagando gli ispettori, che in cambio certificano la regolarità degli impianti. Marina ha fermamente rifiutato questo tipo di lavoro e sta valutando l’ipotesi di tornare a vivere in Germania. La spaventa anche il futuro politico ed economico del Kazakistan. Il presidente Nazarbayev, che controlla con mano di ferro il paese da vent’anni, non sembra pensare alla propria eredità; non ci sono élite pronte a proseguire il suo operato. In più, il Kazakistan ha basato la propria economia sull’esportazione di petrolio: adesso che il prezzo del greggio è crollato da 100 a 40 dollari al barile e la situazione economica comincia a peggiorare, gli egoismi nazionali potrebbero esacerbarsi e portare alla dissoluzione del paese. Se il nord, abitato prevalentemente da russi, dichiarasse l’indipendenza, a pagarne le conseguenze sarebbero quelli come Marina e la sua famiglia, russi kazachi che da sempre vivono ad Almaty. Il Kazakistan rischia di diventare una nuova Jugoslavia.

(Le porte dell’Inferno sono a Tengiz, vicino al Mar Caspio, dove si trova il più grande giacimento petrolifero kazaco. Il dottor Fischer, americano, docente di economia a San Francisco, visitò insieme ai propri studenti i pozzi con una maschera antigas sul viso, per difendersi dagli acidi sulfurici che il terreno di tanto in tanto e senza preavviso rilascia.)

La passeggiata domenicale a Shymbulak

Dalla parte opposta della piazza, di fronte all’hotel Kazakistan, un altissimo edificio sulla cui sommità svetta un ornamento di cemento simile a una corona, un’enorme fontana spruzza acqua verso il cielo ed è come un’isola di refrigerio nell’asfalto che la assedia da ogni lato. Ogni sera, poco prima del tramonto, una signora anziana, dagli occhi a mandorla e dalle gambe solcate da vene visibilmente dilatate, si arrampica lungo il boulevard Dostyk, verso le panchine poste di fronte alla gran vasca d’acqua. Con lei ci sono sempre due bambini, grassi e malati, due fratelli, che camminano a fatica; uno dei due trascina dietro di sé un camioncino di plastica, legato a un filo di spago. Giocano per qualche tempo vicino alla fontana, che nella loro fantasia assume le dimensioni del mare. La donna anziana, forse la loro nonna, li guarda con apprensione, sa che se dovessero fuggire verso la strada trafficata lei non potrebbe correr loro dietro, non ne avrebbe le forze. I bambini giocano, cercano di coinvolgere anche gli altri ragazzini, a loro volta attratti dall’acqua come le vespe. Nessuno però vuole fermarsi e passare del tempo con loro due, e a nulla vale il tentativo di mettere in mostra il bel camioncino rosso e giallo, con una betomiera che ruota su sé stessa quando anche le ruote nere e luccicanti sono in movimento (una sera di agosto, davanti alla fontana si fermò un gruppo di giovani manager, con in mano dei palloncini arancioni ricolmi di elio su cui nereggiava il nome della ditta per cui lavoravano. I due bambini si fermarono incantati, uno di loro cercò di afferrare un pallone, ma il capo dei manager, una ragazza sui trent’anni, cacciò via i fratellini, con educata e impietosa fermezza). Solo quando il sole tramonta, la nonna chiama i fratelli e si avvia verso casa: la signora ancheggia faticosamente, reggendosi a stento sulle gambe che, muovendosi a scatti, costringono il busto a piegarsi ora a destra e ora a sinistra, proprio come una nave nel mare in tempesta. I bambini scappano via veloci, discendono il boulevard Dostyk allegri e schiamazzanti, mentre accanto a loro sfrecciano i ragazzi con lo skateboard: Almaty è una città obliqua e in bicicletta o con lo skateboard, se i semafori sono verdi, si può andare nel giro di pochi minuti dalla periferia meridionale a quella settentrionale, lì dove finiscono le case e comincia il mare della steppa.
(Pietà, infinita pietà… - Azucena, atto II)

Il mercato centrale di Almaty

Finale: a tempo di minuetto

Da Piazza della Repubblica a Medeu ci vogliono solo 15 minuti di autobus. Medeu è la località più a sud di Almaty, ed è già alta montagna: dal piazzale di fronte allo stadio del ghiaccio parte una lunghissima funivia che permette a chi voglia scappare dal caldo della città di arrivare in pochissimo tempo a Shymbulak, un larghissimo spiazzo a 3100 metri di altezza da cui si dipartono numerose piste da sci. Il ghiacciaio che fino a qualche anno fa ricopriva il picco più alto di Shymbulak si sta a poco a poco sciogliendo: dietro di sé lascia un’impressionante quantità di detriti, che la lingua di ghiaccio ha portato verso valle nel corso dei secoli. Il paesaggio è brullo, immerso in un silenzio interrotto soltanto dai lontani rombi di frane e di pietre che rotolano. Il Tien Shan è una catena giovane, ancora in via di formazione, nata dall’incontro-scontro fra la placca eurosasiatica e quella indiana. Le montagne si innalzano incessantemente, i picchi raggiungono altezze vertiginose in poche migliaia di anni e le rocce sulla loro sommità spesso perdono l’equilibrio, cadono all’improvviso e lasciano dietro di loro una scia di polvere marrone, che rimane sospesa per qualche minuto fra cielo e terra.
Solo le cime più alte sono coperte da nubi. Sul Tien Shan sia i cumuli sia i cumulonembi, responsabili dei violenti temporali estivi che flagellano le montagne, non si formano quasi mai sotto i 5000 metri d’altitudine. Nella stagione calda, le nuvole arrivano da sud, dal lago di Issyk-Kulj e dai massicci del Kirghizistan. Le alte pressioni che dominano sulla steppa, però, impediscono a questi sistemi nuvolosi di estendersi oltre le montagne, oltre Medeu e la periferia sud di Almaty. D’inverno, invece, le perturbazioni scendono da nord-ovest, dalla Siberia, e portano pioggia e neve persino in pianura. Anche in questo caso, però, le nuvole viaggiano ad altezze notevoli. Almaty non si sveglia mai nella nebbia. Il cielo è pulito, privo delle scie di condensazione degli aeroplani, dato che le principali rotte aeree passano per il nord del Kazakistan o più a sud, sul Pakistan e sull’India. La via della seta continua a essere soltanto una via di terra.

Il mercato verde di Almaty

Aziza ha ventidue anni. Magra, alta, dinoccolata, ha un viso regolare e la forma degli occhi appena allungata: è kazaca ma è nata e cresciuta a Tashkent. I tratti somatici tradiscono ascendenze uzbeke: il meticciato è tipico del Centro-Asia, da sempre crocevia di popoli e di culture. Aziza ha deciso di trasferirsi in Kazakistan per l’Università. I genitori e i due fratelli più piccoli l’hanno seguita, dato che ad Almaty le retribuzioni sono di gran lunga più alte che a Tashkent. Di sera, la ragazza balla in un ristoranze uzbeko e durante il giorno studia lingue straniere in uno dei numerosi atenei privati della città. Con il proprio stipendio, Aziza aiuta i genitori a pagare il mutuo dell’appartamento che hanno comprato nella periferia a nord di Almaty, vicino all’autostrada che i cinesi stanno costruendo e che collegherà Pechino all’Europa in soli 4 giorni.
Aziza sogna di trasferirsi in Irlanda, perché ha sentito dire che laggiù le nuvole sono basse, e navigano sospese sul mare come se fossero grandi, bianche e grigie navi da crociera. 
***

CATALINA
Pensieri liquidi
di Sabrina Peron

Per compiere la traversata del Catalina Channel (L.A. – California) occorre rispettare alcune regole fondamentali della Catalina Channel Swimming Federation - CCSF: si nuota senza muta, con un normale costume da piscina, la cuffia e gli occhialini; non si può mai toccare il kayak o la barca che seguono da vicino. La distanza da percorrere è di circa 20/21 miglia (poco meno di 39 chilometri, a seconda delle correnti). Generalmente si parte di notte per evitare il traffico delle navi e le correnti sfavorevoli.  Io sono partita alle 00,16 del 22 agosto 2015, dalla spiaggia di Doctor's Cove - Isola di Catalina Le condizioni del tempo erano ottimali: mare calmo, leggera brezza, temperatura dell'acqua 22 gradi circa (71 Fahrenheit, che per lo stretto di Catalina è insolitamente "calda").
 Durante la traversata ho ricevuto alcune "visite" piuttosto insolite per quel tratto di oceano Pacifico. Alle 8,32 del mattino, uno squalo martello di circa 2 metri, senza intenzioni aggressive, avvistato a poco più di una quindicina di metri da me. Alle 10,37 una tartaruga marina, a circa 10 metri. Tra le 11,17 e le 11.23, un giovane squalo blu, a circa 20 metri. Sono arrivata alla spiaggia di Terranea Cove di Ranchos Palos Verdes, dopo 12 ore, 10 minuti e 38 secondi: la prima donna italiana nella storia ad aver attraversato lo stretto di Catalina a nuoto. Qui sotto i miei pensieri, necessariamente, liquidi e frammentari.

Inizio
Notte 20/21 agosto 2015
Oceanside (Ca) – Home: Sogno. Notte. Mare. Nero. Onde. Pesci. A branchi numerosissimi. Uno grande. Enorme (Balena? Leviatano?). Nero come il mare. Nero su nero. Spalanca la bocca. Gigantesca. Come Pinocchio ci nuoto dentro: bracciata, bracciata, respirazione, gambata. Nero.

21 agosto 2015
Giorno
Oceanside (Ca) - Home: Feeding plan: pronto. Integratori: pronti. Cuffia, costume occhialini: pronti. Vestiti caldi per il “prima” e il “dopo” traversata: pronti. Io: pronta, ma vorrei essere altrove.
Tardo pomeriggio – ore 16 circa
Oceanside (Ca) - Home: arriva a prenderci Anthea Beletsis (con il kayak). Caricata la macchina. Partiamo in tre: Anthea (paddler), Ingrid (head-crew), io (swimmer…ma vorrei non esserlo più).
Tardo pomeriggio
Freeway 405: On the road verso San Pedro (Ca). Da lontano scintilla l’Oceano. Pacifico Lo guardiamo tutte. Anthea, mi guarda e sorride: we’re near… si we're near, ma vorrei essere altrove.
Freeway 405: Penso: illusioni, aspettative, desideri, speranze, scopi, sono tipicamente umani. Penso: Oceano = Natura. Natura priva di telos. Tantomeno fini che hanno a che fare con l'Uomo. Con me. La natura segue leggi fisiche. É indifferente a tutto. Penso. Penso la lezione di Leopardi. Lo penso ma, poi, vorrei invocare Divinità barbare, Dei mediterranei (schiere di Dattili, Eolo, Poseidon, Minerve alate), Madonne cristiane, Pater noster. Penso: è tutto inutile. Penso: lo è davvero? Penso: le mani di dio. Penso Rodin. Penso é troppo facile ora avere fede. Penso: paura, fragilitá. On the road procediamo verso la nostra meta.
Freeway 405: Penso (ancora): affrontare il mare ad "armi pari”: sfida? insolenza? vanità?
Métron (limite, il mio). Hybris (tracotanza, la mia). Didódai díkēn: pagherò il fio di così tanta tracotanza? Si risveglieranno le Erinni o veglieranno le Benevole?
Freeway 405: Altri pensieri: non posso controllare il mare, le correnti, i venti. Posso controllare solo il mio corpo e la mia mente. Sicura?  No. Riformulo: posso tentare di controllare. Devo sperare di controllare. Devo controllare. Solo il mio corpo. E la mia mente. Tutto il resto in balia degli eventi, del mare, delle sue creature. Di chi mi accompagna. Fiducia. Fiducia negli altri. Fiducia in me stessa. Fiducia nella sorte, nei venti, nelle correnti. Fiducia nei pesci.
Sera - ore 19 circa
San Pedro (Ca) – Long Beach Habor : Arrivate, attendiamo sul molo. Osserviamo pescherecci ormeggiare con sea lions e pellicani a seguito. Arriva il capitano dell'Outrider (John Pittman). Arrivano i due Observers del Catalina Channel Swimming Federation - CCSF (Jodi DiLascio e David Clark), arriva Neil van der Byl (paddler). Passa Dan Simonelli per un saluto e per portare acqua (spacciata per) miracolosa: la kangem water. La bevo. Come fosse acqua santa, acqua di Lourdes. L'Outrider ritarda la partenza: problemi col motore? Penso, bene tanto non ho fretta. Spero in un guasto irreparabile. In un autoaffondamento dell’Outrider. L’Outrider parte.
Sera - ore 22 circa
Sull’Outrider (in viaggio verso l'isola Santa Catalina – più o meno due ore): Esame del feeding plan: Ingrid spiega. Esame degli integratori: altre spiegazioni pazienti di Ingrid. Raccomando: acqua calda, bollente, per sciogliere integratori e maltodestrine. Raccomando (ancora):  warm feed, please. Speranze: speriamo non mi facciamo star male di stomaco. Training mentale: aspettati sapori disgustosi; aspettati lingua&gola bruciata dal sale. Aspettati il peggio. Sempre. Messa a punto: da dove mi passeranno gli alimenti? Neil (perentorio): dal kayak. Tutti approvano. Anch’io. Neil si è portato un piccolo zaino che pare la borsa di Mary Poppins: estrae pinzette e trasforma delle semplici bottigliette in borracce. Pronte a essere lanciate in acqua e riprese dal kayak.
Sempre sull’Outrider (sempre in viaggio verso l'isola Catalina): è ora del briefing. Momento solenne. Riuniti in cabina. Tutti presenti: swimmer (Sabrina), headcrew (Ingrid) paddlers (Anthea e Neil) observers (Jodi e David), captain (Jonh Pittman). Mi siedo vicina a Jodi: la sua presenza, non so perché, mi rassicura. Jodi&David enunciano (solennemente) le regole del CCSF: è permesso indossare solo una cuffia, gli  occhialini e un normale costume da piscina. E’ permesso spalmarsi di vaselina o lanolina. Non è permesso toccare il kayak o la barca. Il cronometro parte dal momento in cui metti un piede in acqua. Il cronometro si fermerà nel momento in cui metterai entrambi i piedi sulla sabbia asciutta. Sguardi. Domande. Spiegazioni. Rassicurazioni
Penso: ok keep calm Sabrina. Segui il kayak nuota non fare mai di testa tua, nuota. Segui il kayak. Tu segui il kayak. Non viceversa. Tu dai il ritmo. L'Outrider la direzione. Il kayak segue l’Outrider. Fidati. Siamo qui per te. Perché tu possa traversare questo stretto. Arrivare. Toccare la terraferma. Tornare a casa.
Neil dice (severo): non allontanarti dal kayak. Il kayak non verrà a prenderti se ti allontani. Poi dice: immagina il kayak come la corsia della piscina. Segui la corsia. Facile, penso. Sono in piscina. Il kayak è la corsia. Bene sì. Facile. Seguo la corsia. Non ho paura. Acqua fredda. Gli observers sentenziano (gravi): questa è una traversata di acque fredde, a cold water challenge. Fortunata. Sei fortunata l'acqua è quasi calda: 21/22 gradi. L’Oceano è calmo. Smoother. Condizioni ideali. Dream condition for a swimmers. Keep calm. Siamo qui per te: questa è la tua festa. It’s your party. Ora dormi. Riposati.
Si ora mi stendo e dormo. Punk nelle orecchie. Occhi chiusi. Mi copro, vestiti caldi a strati e sotto il costume. Colorato. Allegro. Voglio allegria: it’s my party. L’Outrider avanza e ondeggia. Smetto di pensare. Non pensare. Tra poco arriveremo all’Isola Catalina. Non pensare. Musica. Alza il volume.
22 agosto 2015
Isola di Catalina (Passata da poco la mezzanotte): ci siamo l'Outrider è quasi arrivato. Sento che rallenta. Balzo su. Sono pronta. Rido. Mi spoglio. Resto in costume. Mi spalmo di lanolina. Ingrid mi aiuta. Prendo dose doppia di integratori preparati da Ingrid. Ho freddo. No non è vero. Non ho freddo. Sistemo la luce sulla cuffia. Ingrid mi aiuta a sistemare la candela luminosa sul costume. Nervosismo. Ingrid spezza la candela. Come ha fatto? Sono tutta luminescente. Strisce luminose verdi lungo le gambe. Ingrid ha le dita delle mani tutte verdi. Mi viene da ridere. Ingrid sistema una nuova candela. Ecco sono pronta. Esco dalla cabina. Mi guardo attorno. E’ tutto buio. Ho freddo, non importa, non ho freddo, non lo sento. Ho freddo appoggio le mani sul thermos caldo (meglio di niente penso, ma non pensare). Ecco ci siamo. Metto gli occhialini: li ho sporcati di lanolina, pulisco le mani, pulisco gli occhialini, li rimetto. Esco sulla ponte. Guardo il mare, Anthea vicina sorride, mi incoraggia. Ingrid, mi rassicura dice: vai. Nero. Devo saltare in acqua. Rido. Stringo la mano a Jodi. Una stretta forte. Neil sta preparando il kayak. Cerco il fondo dell’acqua. Nero. Chiedo è abbastanza profondo? Si lo è. Si è ora. E’ ora, dai. Tuffati. Mi tuffo.
Ore 00,16
Dall’Outrider (ormeggiato) all’Isola di Catalina
Mi tuffo. Cerco di fare un tuffo dignitoso. Come se fossi in piscina. Ai blocchi di partenza. Penso: ma sono un brocco nei tuffi. Penso non importa. Pronti, Via. Ecco sono in acqua.
Mi dirigo verso la Doctor’s Cove Beach. Acqua fredda. No. Meno fredda di quanto mi aspettavo. Penso: Ok posso farcela. Devo farcela. Sono sulla spiaggia. Esco dall'acqua. Sistemo gli occhialini. Mi attengo alle regole: alzo una mano, metto il piede nell'acqua. Mi dimentico di abbassare la mano. Resto con il braccio alzato, i piedi nell’acqua. Cosa devo fare? Neil dice qualcosa: abbassa il braccio. Non capisco. Neil mi fa segno. Sì devo abbassare il braccio. Lo abbasso. Ecco ora il cronometro è partito: ore 00,16 - 22 agosto 2015. Tic, tac. Entro in acqua. Inizio a nuotare. Bracciata, bracciata, respirazione, gambata. Nero. Come nel sogno.
La lunga notte
Nell’Oceano – Notte (primi minuti).
Temperatura acqua 72F[1]. Temperatura aria 69F. Altezza onde: mare piatto, glassy. Velocità vento: 5 nodi[2]. Frequenza bracciate: 57 al minuto (Fonte dati: diario di bordo tenuto dagli Observers CCSF).
Penso sto bene. Penso è buio. Penso non importa. Penso è fredda. L’acqua. L'aria. Penso no, non ho freddo. Penso sto bene. Penso nuota: nuota, bracciata, respirazione, gambata. Penso: conta. Conto: uno due tre quattro. Mi fermo a quattro. Di più non riesco. Troppo faticoso. Ricomincio: uno due tre quattro. Sto vicina al kayak. Vicinissima. Non voglio perderlo, perdermi nella notte. Non pensare, nuota.
Il kayak di Neil è grande, a pedali, usa poco la pagaia.  Bene, così riesco a stargli vicino. Il kayak Neil ha una lunga luce verde sul lato: é proprio come la corsia della piscina, penso. Mi sento protetta. L'Outrider è al di là del kayak, lo intravedo, io sono nella posizione più esterna: Outrider, kayak, Sabrina. Respiro a sinistra. Solo così posso vedere il kayak. Quindi io a sinistra sul lato esterno. Alla mia sinistra il kayak e alla sinistra del kayak, l'Outrider. La luce verde del kayak mi ipnotizza.
Nell’Oceano - Notte (prima mezz'ora e oltre).
Temperatura acqua 72F. Temperatura aria 70F. Altezza onde: 1ft [3] (scala Wave Height Feet). Velocità vento: 5 nodi Frequenza bracciate: 53 al minuto (Fonte dati: diario di bordo tenuto dagli Observers CCSF).

La rotta
Feeding plan: feeding fissato ogni mezz'ora. Quanto è lunga mezz’ora? Non pensare nuota: bracciata, bracciata, respirazione, gambata. Conta: uno, due, tre, quattro. Neil mi fa segno con la mano aperta: cinque. Cinque minuti al feeding. Gli faccio capire che ho visto: alzo il pollice della mano sinistra senza interrompere la bracciata. Quanto sono lunghi cinque minuti? Neil fa un nuovo segnale: due. Due minuti al rifornimento. Di nuovo rispondo che ho capito alzando il pollice. Poi conto. Conto le bracciate che mancano per arrivare a due minuti. Ne conto quarantadue. Poi arriva il rifornimento. Bevo velocemente. Il rifornimento è caldo sto bene. Neil è soddisfatto. Dice: great stroke Sabrina! ottima bracciata. Continua così. Continuo. Penso: mai nessuno ha detto great stroke Sabrina! Mi sento fortissima. Penso: sì posso farcela. Great stroke Sabrina! Great stroke Sabrina! Penso: no aspetta, è ancora lunga la notte. Hybris. Didónai Díkē. Nuota. Notte. Buio. No non è vero nell’Oceano c’è luce. Si chiama bioluminescenza. Eh ma fa poca luce. Eh ma che ti credevi? Notte buio. Non ci pensare. Guarda la bioluminesceza: tante piccole luci nel mare. Sembrano lucciole. Seguono l’alternarsi delle bracciate. Bello, sì certo. Ma vorrei più luce. Ok ma non ci pensare nuota. E’ notte. Non c'è luce. Ma c'è la luna. C’è la luna? Non lo so non ho guardato. E la luna? C'è? Nuota non pensare, conta: uno-due-tre-quattro. Ricomincia: uno-due-tre-quattro. La prima ora è passata. Siamo al secondo rifornimento. Penso: sto bene. Penso: ho freddo. Sento la pelle d'oca: Si, ma sto bene. Va bene così dice Neil. Aumenta il ritmo, ce la fai? Chiede Neil. Si, ce la faccio. O ci provo. Non lo so. Ho aumentato il ritmo? Non ci penso, riprendo a contare. Meduse in ordine sparso pungono braccia, gambe, pancia. Prurito, non ci pensare, non fanno male. Solo fastidio. Non fanno male. Nuota non ci pensare. Bracciata, bracciata, respirazione, gambata. Conta. A che rifornimento sono arrivata?
Ore 2.45 – 3.15
Nell’Oceano - Notte (fonda).
Temperatura acqua 72F. Temperatura aria 68F. Altezza onde: 1ft. Velocità vento: non riportata. Frequenza bracciate: 51 al minuto (Fonte dati: diario di bordo tenuto dagli Observers CCSF).

Neil avvisa: al prossimo rifornimento cambio di canoa. Allora son circa tre ore al prossimo rifornimento. Di già? Tre ore. Sei rifornimenti. Conta: uno- due- tre- quattro. Neil si dà il cambio con Anthea. La canoa di Anthea è più piccola, non è a pedali ma solo con la pagaia.  Non posso starle troppo vicino: Non ci riesco. Mi avvicino troppo Anthea non riesce a pagaiare. Non vedo la fine della pagaia. Notte. Buio. Ma dove finisce la pagaia?
Mi avvicino ancora. Finisco quasi sotto la kayak. Mi allontano. Ora sono troppo lontana. Vado più vicina. Cerco le luci del kayak. Cerco di orientarmi con la distanza: non troppo lontana, non troppo vicina. Gli occhialini sono sporchi. Entra acqua.  Devo resistere fino al prossimo rifornimento. Non ci pensare nuota. Conta: uno-due-tre-quattro. Attenta alla pagaia. I piedi hanno toccato, qualcosa. Cosa? Non ci pensare. E’ stato un attimo. Forse non hanno toccato nulla è stata una impressione. Nuota non pensare. Anche la mano destra ha toccato qualcosa. Cosa? non pensare nuota. Avanti. La notte finirà. Sentinella a che punto è la notte?
All’angolo destro dell'occhio destro vedo lampi di luce. Non ci pensare. Saranno gli effetti della bioluminescenza. All’angolo sinistro dell’occhio sinistro vedo invece dei cerchi concentrici. No, non è vero. Non ci sono cerchi in mare. Non pensare. Nuota. Seguo il kayak. Penso: non avanziamo, stiamo girano in cerchio. Lampi di luce nell'occhio destro. Davanti a me appare una palizzata enorme di legno marrone. Impossibile. Siamo in mare. Attenta ci vai a sbattere. Impossibile siamo in mare, non si sono palizzate in mare. Stiamo girando in cerchio. Impossibile l'Outrider sa la direzione. Quando arriva il prossimo rifornimento? Ho freddo. Anthea fa segno con la mano: due. Mancano due minuti. Conta. Forza, conta le bracciate. Ne conto quarantacinque. Arriva il rifornimento: è freddo. Chiedo un rifornimento caldo: a warm feed, please. Ho freddo.

Ore 3,12 - 4,45
Temperatura acqua 72F. Temperatura aria 68F. Altezza onde: 2-4ft. Frequenza bracciate: 53 al minuto (Fonte dati: diario di bordo tenuto dagli Observers CCSF).

Dall'Outrider vogliono sapere: cosa ha chiesto? Come sta?  Rispondo: good! gooood! (she says she feel good, riporteranno nel diario di bordo). Riprendo a nuotare. Conto: uno-due-tre-quattro. I lampi di luce sono passati. Avanti così. Quando finirà anche questa notte? Mi chiedo. E’ una notte che non passa. Mi rispondo. Si passa. Sto diventando schizofrenica, penso. Penso: pazienza. Ci vuole pazienza, il tempo scorre arriverà il giorno. Pazienza. Non pensare, nuota. Nuovo rifornimento Anthea dice continua da sola, sempre dritta, vado a prenderti del warm feed. Guardo l'Outrider, beccheggia. Mi sembra enorme. Guardo davanti a me. Cerco di decifrare la notte. Vedo onde nere. Anche loro mi sembrano enormi. Mi sembra che mi sollevino e mi sprofondino. Guardo oltre le onde. Lontanissima la luce di un faro: appare e scompare. Mi sembra di vedere delle mura dietro il faro. Perché penso alla città di Dite? Sto andando all’inferno penso. Riprendo a nuotare. Sola. Anthea è andata verso l’Outrider. Non ho paura. Fidati. Vai. Anthea arriverà subito. Questione di minuti. Anzi di secondi. Anche meno. Ecco Anthea con il warm feed. Sto meglio. Riprendo a nuotare: bracciata, bracciata, respirazione, gambata. Conto uno, conto due. Conto tre. Conto quattro. Ancora tocco qualcosa con la mano destra ma non ci penso e conto. Conto uno. Conto due. Conto tre. Conto quattro.
Penso agli squali. No, non ci sono squali qui. Penso ad altri animali: orche, balene, delfini. No non si sono animali qui. Ci sono io. Non pensare nuota. Conta. Sento la canea che monta. Lo so stanno aspettando: il successo, il fallimento. Ho freddo. Penso: se hai freddo nuota più forte. Non posso fermarmi. Non mi fermerò. Non posso. Non voglio rinunciare. Non me lo perdonerei, non mi perdonerei la canea e quel stupido video ed i commenti. Sento il ringhio di sottofondo. Sento: ah ma noi l’avevamo detto che nuotava troppo lenta; ah ma noi l’avevamo detto che c'era freddo, che c'erano i pescecani … che non poteva farcela.
Penso: maledetta hybris. Ho superato il mio métron. Penso ancora: non ci sono squali. Non se ne sono mai visti qui. Ah che gusto quando dirò fifoni, menagrami non ci sono squali, non ne abbiamo visto uno. Ah che gusto. Non pensare nuota. Non dirai proprio nulla. Nuota. Cerca il ritmo. Conta: uno-due-tre-quattro. Ha da passà ‘a nuttata. Ha da passà.



L’alba
Nell’Oceano - Alba
Ore – 4.45 – 6,15
Temperatura acqua 72F. Temperatura aria 69F. Altezza onde: 1ft. Velocità vento: 3-4 nodi. Frequenza bracciate: 52 al minuto (Fonte dati: diario di bordo tenuto dagli Observers CCSF).

Nuovo rifornimento. In lontananza mi pare di vedere il cielo più chiaro. Chiedo ad Anthea se sta arrivando l'alba. Yesss, dice e sorride. O forse così mi pare o così ricordo. Penso è fatta, se supero la notte è fatta. E’ passata ‘a nuttata. E’ passata. Nel frattempo Ingrid, l’headcrew, lotta contro la nausea.
Nuovo cambio di turno dei kayakers, arriva Neil: c’è luce. Finalmente. Vedo Neil, finalmente. Non più la luce verde ipnotizzante della canoa. Al primo rifornimento glielo dico: finalmente posso vederti. Dall'Outrider vogliono sapere cosa ho detto e poi tutti sorridono (nel diario di bordo annotano: Sabrina says: “All right. Finally I can see you”. All smiles). Arriva del warmfeed. Sto bene. Sto bene (nel diario di bordo annotano ancora: “I’m feeling very good!”, says Sabrina). Nuoto. Non ho problemi. Con la luce aumento il ritmo. Dall'Outrider arriva odore di uova fritte e bacon. Sulla barca è ora della colazione. Mi viene una fame sgangherata, penso che mangerei una dozzina di uova. Penso che vorrei essere sull'Outrider al caldo ad ingozzarmi di cibo. Poi penso ok con la luce arriva il sole. Tra un po' arriverà il sole. Here comes the sun. Canticchio. E sono quasi felice.
Giorno, finalmente!

Nell’Oceano – Giorno
Ore 6.15 – 7,45
Temperatura acqua 72F. Temperatura aria 69F. Altezza onde: 2-4 ft. Velocità vento: 3-4 nodi. Frequenza bracciate: 53 -50 al minuto (Fonte dati: diario di bordo tenuto dagli Observers CCSF).

Nebbia, nebbia, nebbia e ancora nebbia. Sono circondata dalla nebbia.
Al rifornimento chiedo: quando arriva il sole? Presto, rassicura Neil. L’oceano ha preso un colore grigio metallico. Sabrina hoping for the sun scriveranno gli observers. Si spero nel sole. Spalle fredde. Vorrei del sole che mi scaldasse le spalle, la schiena. Al rifornimento successivo chiedo ancora: ma il sole tra poco arriva, vero? Il sole non arriva. Mi viene voglia di piangere. Solo nebbia. Una nebbia oceanica. Non si vede nulla. E poi, a tradimento, eccolo: un crampo. Parte dal piede sinistro e risale lungo la gamba. Mi concentro. Cerco di controllarlo. Provo ad andare avanti. Bracciata, bracciata, respirazione, gambata. Posso controllarlo, penso. Voglio controllarlo. Finisco di pensarlo e il crampo si prende anche la gamba destra. Vai avanti, mi dico. No. Vai avanti! No, non ce la faccio. Mi fermo. Le gambe sono di sasso. Mi tirano giù. Non riesco a muovermi. Cramps! Grido. Neil chiede se sull’Outrider ho portato qualcosa contro i crampi. Scuoto la testa, mortificata. No non ci avevo pensato e poi cosa si prende contro i crampi? Neil dice ci penso io. Fruga nello zaino di Mary Poppins ed esce una bustina. Dentro c'è una sostanza marrone. E’ senape! Buona. Penso. Ne vorrei ancora. Poi penso: senape per far passare i crampi. Questi sono pazzi. Sono Pazzi Questi Americani. No fidati, lo sanno. Yesss i crampi sono passati. Le gambe riprendono la loro battuta.  Le braccia riprendono a girare. Bracciata, bracciata, respirazione, gambata. Sono persino felice. Prendo velocità. Uno-due-tre-quattro. Vai. Neil grida a Jodi: must be the mustard kicking her (anche questa frase viene puntigliosamente annotata nel diario di bordo).
Ore 7.30 - 8,37
Temperatura acqua 72F. Temperatura aria 69F. Altezza onde: 2-4 ft. Velocità vento: 3-4 nodi. Frequenza bracciate: 52 al minuto (Fonte dati: diario di bordo tenuto dagli Observers CCSF).

Io nuoto. Non penso. Il labirinto dei miei pensieri è sbarrato. Al centro c’è solo un pensiero: nuota, nuota, nuota. Per il resto nella mia testa si è fatto il vuoto.
Però la spalla destra mi fa male. Non voglio fermarmi. Continuo a nuotare. Ogni bracciata parte un dolore lancinante. Cosa devo fare? Fermarmi? Dirlo? Stare zitta? Continuo a nuotare. Ma al successivo rifornimento Neil mi chiede se mi fa male la spalla. Dice che ho cambiato la bracciata: il dolore non è sfuggito al suo occhio vigile. Ammetto: sto male. Mi passa un antinfiammatorio. Lo prendo e riprendo a nuotare. Il dolore diminuisce. Poi passa. La bracciata torna regolare. In lontananza si intravede la terra.  Ma non ci voglio pensare, se ci penso so che sarà troppo lontana e allora crollerò. Non ci pensare non c’è terra, solo mare e acqua salata.
Nuoto. Bracciata. Bracciata. Respirazione. Gambata. Cos’è quell’agitazione sulla barca. Che succede. Osservano il mare. Guardano Neil. Neil li guarda. Osserva il mare. Non pensare. Nuota. Nuoto vicino al kayak. Più vicino. Non chiedere. Meglio non sapere. Nuoto: bracciata, bracciata, respirazione, gambata. Conto: uno, due, tre, quattro. Nel frattempo nel diario di bordo annoteranno: “6-8 feet [4] hammerhead cruised by Port-bou, about 20 yards [5] from swimmer. No aggressive action. Crew just watched till out of sight”.

Ore 8,50 - 10,00
Temperatura acqua 72F. Temperatura aria 69F. Altezza onde: 1 - 2 ft. Velocità vento: leggera brezza (light breeze). Frequenza bracciate: 53 al minuto (Fonte dati: diario di bordo tenuto dagli Observers CCSF).

Condizioni del mare ottime: “still dream conditions for a marathon swim”. Nuovo cambio: si alterna Anthea. Bracciata, bracciata, respirazione, gambata. Osservo Anthea: pagaia sicura, tranquilla. Penso: sto nuotando nell’Oceano, ho al mio fianco un ex pilota d'aereo, suo padre è uno dei fondatori della scuola di psicologia di Palo Alto. Queste cose possono accadere solo in America. E’ il sogno americano. Spero che sia sogno americano anche per me. Nuoto, conto, respiro, non penso. C'è nuova agitazione sull’Outrider. Osservano il mare. Guardano Anthea. Anthea li guarda. Forse dice qualcosa. Osserva il mare. Non pensare. Nuota. Nuota vicino al kayak. Più vicino. Non chiedere. Meglio non sapere. Anthea si avvicina all'Outrider. Io mi impongo di non pensare e restare vicinissima al kayak, continuo a nuotare, regolare.
Nuoto: bracciata, bracciata, respirazione, gambata. Nel frattempo sul diario di bordo annoteranno: “10,47 sea turtle basking on surface about 10 mt from Sabrina. Tartaruga!”. Dall'Outrider tutti rimangono affascinati: mai si era vista una tartaruga marina in quel braccio di oceano.
E poi circa mezz'ora dopo annoteranno ancora: “11.17 small shark, paralleling our course, overtaking and passing ahead of us. At the closest it was about 20mt to starboat of Sabrina and kept on going. Saw it until 11,23”.
Tutti (mi diranno poi) tirano un sospiro di sollievo. Io, volutamente ignara, continuo con la mia nuotata. Bracciata-bracciata-respirazione-gambata.[
Ore 11,28 – 12,27
Temperatura acqua 71F. Temperatura aria 73F. Altezza onde: 1 - 2 ft. Velocità vento:  8-9 nodi. Frequenza bracciate: 52 al minuto (Fonte dati: diario di bordo tenuto dagli Observers CCSF).

Ora tutti sono rilassati la costa si fa vicina. Mi dicono che mancano solo pochi yards.  Ma quanto misura un yard mi chiedo. Non ci pensare sono sempre troppi, mi dico. Nel frattempo un po' di sole è uscito. Ma non mi importa più. Non penso. Non voglio guardare la costa. Ma poi alzo la testa. La guardo. Penso saranno ancora cinque chilometri. Ancora cinque! Dalla barca mi incitano: sento Ingrid gridare ormai ce l’hai fatta! Io penso: ma no. Ma c'è ancora tutto quel mare davanti. Saranno almeno cinque chilometri. Cinque. Sei arrivata. Penso: potrei esplodere e disintegrarmi prima dalla stanchezza. Poi penso: non ci pensare. Non ci pensare. E continuo e continuo: bracciata, bracciata, respirazione, gambata. Uno-due-tre-quattro. Ora la costa è vicinissima. Osservo il fondo del mare: è più chiaro. Cerco di guardare il fondale: ecco sì, finalmente si vede. Ecco ora ci siamo. Anthea va avanti. Mi fa da guida per evitare gli scogli. Io la seguo, facendo attenzione. Dall'Outrider avvisano i bagnati di non avvicinarsi finché non sono sulla spiaggia asciutta. Io continuo a nuotare fino a quasi grattare il naso nella sabbia. Poi mi tiro su. Di nuovo su due gambe. Come gli umani. Mi impongo di non barcollare. Mi controllo. Sto bene, mi dico. Procedo a passi (che mi sembrano) lenti, pesanti. Sabbia bagnata. Continuo. Sabbia asciutta. Ecco alzo la mano. Sono arrivata. E’ finita. Tic, tac. Il cronometro di ferma: 12 ore 10 minuti 38 secondi. Dalla spiaggia scoppia un applauso tutto gridano: brava. Mi fa uno strano effetto. Imbarazzo. Mi sento una sorta di fenomeno da baraccone. Ma poi penso: chissenefrega. Ce l’ho fatta. Alzo tutti e due i pugni al cielo. Rientro in acqua per raggiungere l'Outrider. Anthea dice di attaccarmi al kayak. Rispondo di no. Dall’Outrider mi sono allontanata a nuoto, all’Outrider voglio ritornarci a nuoto. Ecco sono le ultime bracciate. Mi tirano fuori dall’acqua: mi tengono, mi sollevano. Mi coprono. Mi fanno domande, per constatare se sono lucida. Tutti mi abbracciano e io rido e batto i denti e mi guardo le mani che sono gonfie e bianche e rugose e ancora mi viene da ridere.


Sabrina Peron 
Note
1]72F = 22,2 gradi
2] Da 4 a 6 nodi: brezza leggera; onde minute, ancora molto corte ma ben evidenziate. Le creste non si rompono ancora. Fonte: http://it.windfinder.com/wind/windspeed.htm
3] Grosso modo: 1 ft = 30,48 cm
4] Circa 1.8 – 2.4 mt.
5] Circa 20mt.
***
45 YUNNAN
di Walter Porzio








44 PATAGONIA
di Walter Porzio









43 VALLI DEL KALASH
di Walter Porzio














IL GIRO DEL MONDO IN POLTRONA
di Walter Porzio



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COSTARICA
di Walter Porzio

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FOTOS RARAS DE CELEBRIDADES
di Walter Porzio







ITALIANI UNICI AL MONDO
di Walter Porzio






AUGURI ANNO NUOVO
di Walter Porzio






NON MALE
di Walter Porzio







BUONI PREPARATIVI
di Walter Porzio








Diario Persiano
di Lidia Sella

Iran centrale: da sud a nord (aprile 2014)
Al termine di una settimana di viaggio a ritmi serrati -e sempre velata- se ora mi volto indietro, vedo una carovana di immagini ed emozioni…



Shiraz

Masjed-e Vakil (Moschea del Reggente): una corrente di sacralità talmente intensa da rapire anche il profano: come nel bosco di colonne della Mezquita di Cordova.



Tomba di Hafez. Al tramonto, “happy - hour" rigorosamente non alcolico. Per innamorati di tutte le età. Ma soprattutto per la gioventù locale, affamata di sensualità non virtuale. L’appuntamento fra le anime gemelle della città ha luogo in uno scenario inconsueto, cioè nel giardino dove riposa Hafez (“colui che conosce a memoria il Corano”), poeta di corte vissuto nel Trecento.
Qui un adolescente foruncoloso, accoccolato ai piedi del sepolcro di pietra, legge a mente alcuni versi di una pagina aperta a caso in una silloge del poeta. La leggenda vuole che quel che lì sta scritto si avvererà, a patto che chi implora la grazia damore si trovi presso l’eterna dimora del vate, dove si crede aleggi il suo spirito. “Per quale motivo la gioia delloggi gettare al domani?”… Chissà se Lorenzo il Magnifico conosceva questo verso di Hafez? La rasserenante saggezza laica che affiora in alcuni “ghazal” di Hafez mi ha ricordato i pensieri di Marco Aurelio Imperatore, filosofo stoico. Dai testi di Hafez emerge anche una matrice anticlericale: “E tu bacia due cose soltanto, poeta: le labbra e la coppa / perché grave peccato è baciare la mano ai bigotti.” Dedito ad amori omosessuali, Hafez aveva una predilezione per i giovinetti. Un vizietto che non lo abbandonò nemmeno in età matura: “Sono vecchio, ma stringimi forte una notte sul petto, / e io dal tuo abbraccio ancor giovane nasco nell’alba.”


Persepoli e Naqsh Rostam






Non si può capitare su questo pianeta senza passare di qui. A Persepoli si respira aria di eternità.
Capitale dellimpero Achemenide, fondata da Dario I a partire dalla fine del VI secolo, questa città fu distrutta da Alessandro Magno già nel 330 A.C.: una meteora di potenza e bellezza nel firmamento della storia.
I bassorilievi con il corteo delle delegazioni dei ventitré popoli assoggettati ai Persiani -fra cui Egizi, Libici, Parti, Indiani- carichi di ogni genere di doni per limperatore: carri, scudi, asce, lance; vesti, tessuti, bracciali; vasi, coppe e canestri; e poi agnelli, tori, antilopi, asini, cavalli, cammelli, dromedari… Mi sarei soffermata per ore a studiare le sequenze di questa pellicola impressa nella pietra, eccezionale serbatoio di informazioni di carattere storico, militare, etnografico, etc... Una scultura didascalica, poco psicologica, tutta tesa piuttosto a tramandare la consapevolezza della propria superiorità. E latmosfera circostante, in questa giornata di luce perfetta (così lavrebbe definita Pessoa) sembra ancora impregnata della solennità di quei momenti. La stessa nobile magia ariana ci accoglie a Naqsh Rostam, con le tombe di Dario II, Artaserse I, Dario I e Serse I, tutti avvolti nel manto azzurro di questo cielo indoeuropeo.

Anche le divinità passano di moda. Chissà se un giorno si parlerà del Dio dei cattolici come oggi di Zeus, Odino o Ahura Mazda?


Fazargade              
                                         

L’architetto che ha progettato la Tomba di Ciro il Grande ha affidato a questo monumento -austero, imponente, misterioso- un compito semplicissimo: esprimere una gloria destinata a sopravvivere per millenni. E così è stato.

Interessante la testimonianza di Arriano sul comportamento di Alessandro Magno verso il nemico defunto: “Alessandro, cui stava a cuore visitare la tomba di Ciro, trovò che tutto era stato portato via tranne il sarcofago e il letto; gli “sciacalli”, dopo aver levato il coperchio del sarcofago, avevano profanato il cadavere di Ciro. Alessandro ordinò di restaurare la tomba di Ciro, riporre nel sarcofago le parti ancora integre del suo corpo, metterci sopra il coperchio e murare la porticina d’accesso, intonacandola d’argilla, e con il sigillo reale. Poi fece arrestare i Magi, custodi del sepolcro, li sottopose a tortura perché denunciassero i profanatori, ma costoro si dichiararono innocenti, né fu provato in alcun modo che fossero complici del misfatto. Pertanto furono rilasciati. I Persiani accusarono allora il satrapo Orxine, che fu dichiarato colpevole di aver depredato le tombe reali. Perciò i soldati di Alessandro lo impiccarono.”


Abar Kouk

La Casa del ghiaccio, edificio di forma conica, a metà strada fra preistoria e fantascienza.


Yazd

Le Torri del vento: antichissimi sistemi per rinfrescare gli ambienti in modo naturale, soluzioni ingegnose e seducenti. I nostri impianti di condizionamento d’aria, al confronto, sembrano barbare invenzioni. 

Nel Tempio di Zoroastro, una sacra fiamma -accesa nel 425- arde da quasi 1600 anni. Commovente tributo alla forza degli ideali. E allimportanza dei simboli.



Torri del silenzio. I principi dello Zoroastrismo, applicati al culto dei morti, hanno ispirato la costruzione delle Torri del silenzio. Qui i cadaveri venivano esposti alle intemperie e alla voracità dei corvi per evitare miasmi e impurità derivanti dalla cremazione.
Raggiunta la torre più alta di questo sito archeologico, ho notato un adolescente sdraiato a terra, immobile, le membra abbandonate, sanguinante, in stato di semi-incoscienza. Accaldato dal sole cocente del meriggio, procedendo lento, sotto il peso della sua disperazione, è salito fin quassù, cercando proprio la casa della morte. E ha bussato alla sua porta. Quando lei gli ha aperto, le ha chiesto solo un podi pace e la forza di ferire il proprio corpo in più punti, con una pietra aguzza.



 Tra Yazd e Isfhan

A Na’in, la Masjed-e Jameh: moschea fra le più belle e antiche dell’Iran, costruita fra il X e l’XI secolo. Suggestivo il mitreo sotterraneo.

Lungo la strada per Isfahan, ci investe una violenta tempesta di sabbia e vento. Allimprovviso noi e il nostro bus veniamo catapultati nel regno dell’invisibile: sarebbe stato un buon inizio per un viaggio nello spazio-tempo, attraverso altre dimensioni.


Isfahan

Mentre cammino per le vie della città, mi rammento le parole di Robert Byron ne “La via per l’Oxiana”, quando inserì Isfahan “nel numero più ristretto di quei luoghi, come Atene e Roma, che costituiscono una fonte continua di delizia per tutta l’umanità.” Come dargli torto?
Nella sala da musica all’ultimo piano del Palazzo Ali Qapu, assisto a un concerto improvvisato davvero speciale, eseguito con uno strumento d’epoca “a corda”, chiamato “taar". Il musicista            -lineamenti levantini ed espressione ispirata- gioca di fantasia su motivi tradizionali del repertorio persiano. Antico e moderno, Oriente e Occidente si sposano con naturalezza in queste melodie esotiche ma universali. Nell’ascoltarle ritrovo la stessa vena tragica sottesa agli “Ultimi quartetti per archi” di Beethoven.

Geniale lo studio sulle proporzioni auree celate nel progetto della Naqsh-e Jahan Square, per dimensioni la seconda al mondo dopo Tienammen a Pechino. A svelare l’appassionante mistero, Jason Elliot, nel sesto capitolo di “Specchi dell’invisibile - Viaggio in Iran” (Neri-Pozza, Vicenza, 2007).




Torri dei piccioni. Costruite per esigenze pratiche eppure non prive di fascino. Qui i volatili ottengono ospitalità in cambio del loro prezioso concime: una fruttuosa società tra uomini e animali.
Immersi in questa architettura di pieni e di vuoti, si ha l’impressione di camminare su una scacchiera di tenebre e luce. Una sorta di viaggio iniziatico che mi ha riportato a quelle atmosfere narrative un po’ surreali che ci accompagnano in certi racconti di Borges. (“Biblioteca di Babele” , “Giardino dei sentieri che si biforcano” ).


Quartiere Armeno, Cattedrale di Vank. Un affresco del giudizio universale in stile Hieronymus Bosch, dove il demonio mette in scena diverse e raffinate forme di supplizio. Quando i film horror non esistevano ancora, così forse i fedeli saziavano la loro sete “splatter" di sangue, mostruosità e ferocia.



Un delizioso gelato allo zafferano, nella sala da tè dell’Abbasi Hotel.


Tappeh-ye Seyalk (Sialk)
(fra Kashan e Fin)

Uno ziggurat del IV millennio, forse ancora più antico di quelli mesopotamici, eroso dall’acqua e dal tempo, ma in parte ancora integro. L’istinto di pensare in grande e l’impulso a creare, a costo di immani fatiche, opere capaci di resistere ai millenni, presuppone una straordinaria fede nel futuro, oltre che energia, entusiasmo, immaginazione. Fattori che, a giudicare dai risultati, durante l’infanzia dell’umanità non dovevano certo mancare.


Teheran

Una megalopoli popolosissima. Dodici milioni di abitanti, la notte. Che durante il giorno, per l’afflusso di pendolari, salgono a sedici. Una sacca infernale di smog, inquinamento, rumore. Né le auto né i pedoni rispettano i semafori rossi. Forse anche per questo il traffico è spaventoso.

Meraviglioso il Palazzo Golestan, con sale sfarzosissime e pareti esterne rivestite di specchi in cui si riflettono giardini incantati.


Imperdibili capolavori al Museo del vetro e della ceramica.

Teoria di tesori al Museo Nazionale,: statuina di femmina acefala, tutta cosce e mammelle (VII millennio), modellino di casa in muratura (V millennio), gigantesco lucchetto di granito (III millennio), ruota in pietra (II millennio), forchette sasanidi del 230 d.C. … 

Purtroppo, per un imperdonabile errore organizzativo da parte del nostro tour operator, capitiamo a Teheran nell’unico giorno in cui il mitico Museo dei gioielli, ospitato nel caveau della Banca Centrale, resta chiuso al pubblico.

Come premio di consolazione, indimenticabile visita al Museo del tappeto: dolce naufragare in quel caleidoscopio di colori, motivi, epoche e stili diversi. E, mentre attraverso questo labirinto immaginifico, noto che da ogni figura geometrica affiorano carovane di forme: una sorta di nemesi dell'arabesco.

Gli iraniani appaiono poco sicuri di sé. Quando incontriamo persone del luogo ci chiedono sempre se il Paese ci piace e che cosa pensiamo di loro.

Dopo tanta carne, finalmente assaggio uno squisito kebab di storione.

Anche qui alberghi spesso fatiscenti, scarsa pulizia ovunque e toilette pubbliche con bagni per lo più alla turca.

Birra analcolica: sapore dolciastro e colore equivoco, servita quasi sempre tiepida. E poi niente vino. Questo lo si sapeva. Ma almeno avevo sperato nell’acqua minerale gassata, che invece è introvabile. Così, mentre rimpiango un buon bicchiere di vino bianco, ripenso a una splendida quartina di Omar Khayyam, poeta e astronomo persiano dellXI secolo d.C., appassionato di vino e di donne:

“Quando son sobrio, la gioia mi è velata e nascosta, 
Quando son ebbro, perde ogni coscienza la mente, 
Ma c’è un momento, in mezzo, fra sobrietà e ubriachezza…
Per quello tutto darei, quello è la Vita Vera!”


                                          
SICHUAN
di Walter Porzio







SORRISI DAL MONDO
di Walter Porzio







ROMANIA
di Walter Porzio







YEMEN
di Walter Porzio








A SPASSO FRA LE PLEIADI 
Sette isole, un’estate
Reportage
di Lidia Sella

Rodi
La via dei Cavalieri

Ore ventuno del 9 agosto 2014. Atterro a Rodi. Aeroporto affollatissimo. Per ingannare l’attesa dei bagagli, invento un passatempo divertente. Osservo -dal “punto-vita” in su- alcuni rappresentanti del genere maschile. Se sono molto burini, scommetto con me stessa che portano i bermuda: e non sbaglio! 
Dato l’enorme afflusso di turisti, i tassisti organizzano solo corse collettive.
Al Nireas, cena deliziosa: insalata di ricci freschi, crocchette di granchio, gelato alla crema con backlava. 
Uno strano negozio offre l’opportunità di immergere i piedi in una vasca piena di pesciolini, per un massaggio “ittico”. 
A notte fonda mi avventuro nella Rodi vecchia, lontano dalla baraonda: pergole di bouganville, aria che profuma di gelsomino come a Capri, luna piena fra le antiche mura e, a sorpresa, l’orgoglioso rudere di una chiesa del XIV secolo, che sembra una San Galgano in miniatura. 
La mattina dopo, visito il Palazzo del Gran Maestro e l’Ospedale dei Cavalieri. Poi il Museo archeologico. Con specchio di età minoica (XIII-XIV secolo a.C.), precoce manifestazione di narcisismo. E terracotte del XII secolo a.C.: ma quanti millenni sopravviverà il nostro servizio da cucina?

Tílos


Pace e silenzio irreali: mai un rumore a interrompere il sonno.
Una sola strada, poco battuta. Impressionanti scorci a strapiombo sul blu, lungo la via per il Monastero di Agios Panteleimon. 
Sul porticciolo di Livadia, dove i traghetti attraccano in un mare limpido come un lago alpino, si affacciano diverse taverne. Kriticos, forse, la migliore.
Isola aspra lungo le coste ma con un cuore verde. Qua e là, rocce rosse, simili a unghiate sulla pelle della Terra. 
Acque tiepide, trasparenti, e rari sprazzi d’azzurro. Le spiagge più suggestive sono di ciottoli, quasi deserte persino a ferragosto, per lo più da raggiungere camminando a lungo sotto il sole cocente. O, in alternativa, con la barca un po' zozza del grasso greco Stelio che, incurante del proprio scarso fascino, si lancia in spericolate avances verso le sue clienti. Su un altro pianeta di civiltà si muove invece il fido e simpatico Rob di Manchester, che lo affianca nelle manovre e nell’organizzazione. Peccato gli orari svizzeri, con partenze troppo mattiniere e la giornata spezzata da rientri a metà pomeriggio. 
A Plaka, eleganti pavoni si esibiscono fra i bagnanti, nella speranza di conquistarsi una merendina…
Nella splendida insenatura di Àgios Sérgios, mi preoccupo di dissetare un intero gregge di caprette. Risultato? Si contendono una sorsata d’acqua a cornate. 
Serata metafisica a Mikro Chorio, music-bar inserito in un paese fantasma: lo spettacolo pirotecnico delle stelle cadenti che sfrecciano sullo schermo infinito del cielo aggiunge un respiro cosmico a questa città sospesa fra vita e morte.

Nysiros

Cratere

Toccata e fuga, in giornata, da Tílos. Quattro scie di ricordi.
1) Stéfanos, un cratere lunare striato di zolfo. 
2) Emporio: chora "bonsai" con pavimentazione mosaicata stile Campidoglio.
3) Il Monastero della Madonna Spiliani, sul costone roccioso che domina il villaggio marinaro di Mandraki: un’inquadratura da cartolina. 
4) Tílos, all’orizzonte, affiora dalla foschia come una terra fatata.

Halki



Hotel St. Nicolas Boutique, unico vero albergo dell’isola, ricavato in un’ex fabbrica di spugne. Da qui si gode una visione privilegiata sull’armonioso, coloratissimo, porticciolo ad anfiteatro, patrimonio dell’umanità protetto dall’Unesco. Uno scenario che lo sguardo e la mente potrebbero contemplare all’infinito, senza mai stancarsi, come davanti al fuoco nel camino.
Le chiamano “caves”. In realtà è un canyon fra gli scogli: quando lo si attraversa a nuoto, sembra di entrare in una galleria di azzurro. 
Yaloì e Aréte: luoghi di magica solitudine. Da raggiungere in barca con Lachis Paspalakis, proprietario del bar “La Piazza”, garbato e professionale, niente a che vedere col suo concorrente Alex, incivile ed esoso. 
Dal castello, vista mozzafiato sulle isole sorelle: una terrazza sul mondo. E sulla sottostante Baia di Trakià.
Da Remetzo o da Babis, i migliori “little shrimps”.

Creta (nord-est, est, sud-est)


Monastero Moni Toploù

Sitìa: unica nota di rilievo, il piccolo Museo archeologico. Conserva pezzi interessanti, ad esempio una vasca da bagno di epoca palaziale (1700 a.C.).
I siti archeologici che ho visitato da queste parti (Itanòs, Palèkastro, Katò Zàkros, Tripitì, Gournià) sorgono in posizioni panoramiche straordinarie, sebbene si trovino purtroppo in pessimo stato di conservazione.
Riguardo alle spiagge, ve ne sono di magnifiche. A est: Roussòlakkos, Katò Zàkros e, soprattutto, Xerocambos. Oltre alla mitica benché troppo affollata Vài. A sud: Diaskari e Agìa Fotìa. A nord est, nei pressi di Istron, la Golden Beach di Voulisma.
Nuotando a Kató Zakrós, ho rischiato la vita: intenta a inseguire un pensiero, e a modellarlo in forma perfetta, non mi ero accorta che il vento che si era levato improvviso mi aveva spinta al largo, ben al di fuori dalla profonda insenatura con acque tranquille da dove ero partita. Il mare si era ingrossato di colpo e quando mi sono voltata per meglio valutare quanto fossi distante da terra, un’onda mi ha sommersa, ho bevuto, mi è mancato il respiro e, per un attimo, sono stata presa dal panico. Ma mi è bastato immaginare le complicazioni legate al rimpatrio della mia salma per ritrovare subito coraggio e attraversare il lungo tratto che ancora mi separava da riva, sfidando la corrente contraria con un vigore che si rinnovava a ogni bracciata.
A Loghari, nella pianura di Kritsà, la Panagìa Kerà, chiesa bizantina del XIII sec., con affreschi del XIV e XV: sull’albero dell’arte, le chimere religiose si sono qui trasformate in tante gemme lucenti.
Àgios Nikòlaos, atmosfera animata e gioiosa, bar e ristoranti sulle sponde del piccolo lago circolare, noto come Vromolimni o Voulismeni, che fra il 1867 e il 1871 il pascià Adosidis ha provveduto a far collegare al mare mediante un canale. Le ripide pareti di granito che racchiudono in parte il bacino     
-nelle ore notturne, illuminate ad arte- creano sullo specchio d’acqua riflessi prodigiosi che sembrano allungarsi in profondità, quasi a evocare vette altissime. A completare l’atmosfera fiabesca, bianchi cigni veleggiano nel buio.

Chrissi




Cioè l’isola dorata, sebbene il suo vero nome sia Gaidouronìsi. Sei chilometri quadri di dune, sabbie chiare, finissime, cedri del Libano e acque di una bellezza commovente.  La si raggiunge in meno di un'ora di navigazione da Ieràpetra, con un boat-people che scarica orde di gitanti. Però qualche angolino più tranquillo attende i meno pigri. E se qui avrete la fortuna di scattare una foto con la vostra mente, vi resterà impressa per sempre.


Spinalonga


Spinalonga, isola-fortezza, eretta nel 1589 e in mano alla Serenissima Repubblica di Venezia fino al 1715, dal 1903 adibita a lebbrosario (uno degli ultimi in Europa), è disabitata dal 1957.
Mi arrampico fino al torrione e, mentre cammino lungo il suo perimetro interno, assemblando piccoli tasselli di panorama sul Golfo di Mirabello -catturati fra le merlature- penso che alla nostra specie è stato concesso di percepire soltanto i fotoni che pulsano in un modesto intervallo di lunghezze d’onda: come osservare il mondo da una feritoia.
Al rientro dall’isola, al ristorante Vritomartes di Elounda, spuntino a base di “cheese pie” casalinga, gustosa quanto la focaccia al formaggio di Recco, anche se al posto del certosino viene impiegato lo Xinomizytra, un caprino locale.

Note a margine.
Propedeutico alla morte, il viaggio itinerante: ti allena al distacco da luoghi e persone.
D’estate, in Grecia: cielo azzurro assicurato. E l’anima si sente a casa.
Non un compagno d’avventure ma resoconti di viaggio per lettori sconosciuti: emozioni in differita.
Cantare per due giorni interi Volare oh oh di Domenico Modugno: questo l'ordine semiserio che una notte mi è stato impartito in sogno. Una riprova inconscia del mio bisogno di svagarmi.
A tenermi compagnia, i miei amici adorati: i libri. Non potrò scindere il ricordo di atmosfere e paesaggi dalle suggestioni che la lettura di queste duemila pagine mi ha regalato.
I miei ringraziamenti vanno dunque ai seguenti autori:
1) Al Marchese Donatien Alphonse François De Sade per il godibilissimo “Dialogo tra un prete e un moribondo”, terminato nel 1782, uscito per la prima volta nel 1926 e ora contenuto in “Strenne filosofiche”, volumetto pubblicato nel luglio di quest’anno da La Vita Felice. Interessante la prefazione di Matteo Noia: da un lato ripercorre la vita tribolata dell’autore durante quasi trent’anni di reclusione; dall’altro suggerisce stimolanti riflessioni sul rapporto fra scrittura, immaginazione e realtà.
2) A Dostoevskij, per “Umiliati e offesi”, avvincente romanzo-feuilleton che il grande scrittore russo iniziò a concepire durante i lavori forzati in Siberia e poi terminò nel 1861, in pochi mesi di scrittura febbrile. Per lui non si trattava di un buon periodo. Eppure la sua ispirazione fu tanto forte da imporsi su i debiti, le perdite al gioco, gli amori burrascosi e le ricorrenti crisi epilettiche (fino a trenta attacchi all’anno). E non c’è da stupirsi che i numeri della rivista Vremja (Il Tempo), sulla quale il testo fu pubblicato a puntate, andassero a ruba. Indimenticabile il personaggio del Principe Valkovskij, figura di diabolica ipocrisia, costruita mediante finissimi artifizi psicologico-dialettici.
3) A Eva Cantarella per “Ippopotami e Sirene”. In questo saggio vengono messi a confronto due differenti modi di concepire il viaggio nell’antichità. In Omero, più xenofobo, i popoli che Ulisse conosce nelle sue peripezie appaiono piuttosto primitivi. E la vicenda fantastica offre continui spunti per richiamare il lettore ai nobili doveri che l’appartenenza alla civiltà greca impone. Erodoto, primo antropologo della storia, innamorato dell’ignoto, risulta invece affascinato dall’incontro con altre culture, sebbene nei suoi resoconti mescoli spesso storia e leggenda.
4) A Raj Jayawardhana per “Cacciatori di neutrini”. Centinaia di milioni di neutrini attraversano ogni secondo i nostri corpi. Non derivano solo da esplosioni di supernove ma vengono prodotti anche dalla fornace solare e nelle viscere della Terra. La loro concentrazione è tale che per ogni atomo del cosmo esiste un miliardo di neutrini. Il fisico teorico Boris Kajser ha addirittura affermato: “Se i neutrini non esistessero, noi non saremmo qui.” Ecco perché può tornare utile possedere qualche informazione in più su questi nostri misteriosi compagni di viaggio.
5) A Benedetto XVI e Piergiorgio Odifreddi  per “Caro Papa Teologo, caro matematico ateo”. Appassionante dialogo tra fede e ragione, religione e scienza. Dal quale la Chiesa e i suoi stessi fondamenti teologici escono con le ossa rotte.
6) A Caleb Schaef per “I motori della gravità - L’altra faccia dei buchi neri”. Al centro della Via Lattea - popolata da duecento miliardi di stelle - “abita” un buco nero con una massa quattro milioni di volte il Sole, che assolve un duplice compito: tiene sotto controllo la produzione di stelle, evitando un eccessivo accrescimento della Galassia, e converte in energia una grande quantità di materia. Questa, in sintesi, la nuova e affascinante tesi cosmologica qui suggerita.
7) A Nikos Kazantzakis (nato nel 1883 a Iraklion, dove oggi riposa), per “Zorba il greco” il romanzo è ambientato a Creta, nel primo Novecento, in un’atmosfera primigenia, adamantina. Iniziato negli anni Trenta, portato a termine nel maggio ’43, il testo fu per la prima volta tradotto dal greco in italiano nel 2011 a opera di Nicola Crocetti. Con questo racconto, Kazantzakis insegna il coraggio del cuore e indica agli uomini la via per una saggezza panteistica. L’intera vicenda si configura come una sorta di ironico, audace vangelo laico che, attraverso lo strumento letterario, tratteggia una moderna filosofia di matrice ellenica ma di vocazione universale, nemica di chi sopravvaluta la ragione a scapito della gioia di vivere.





                                           


RUSSIA
di Walter Porzio







ALGERIA DI VIRGOLA
di Walter Porzio

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LE CASE DEL NORD
di Valentino Pellegrini




Stoccolma.  Alle 6 si entra nel fiordo di Stoccolma e c'è un bel sole, lo stupore per le rive boscose e per le centinaia di isolotti è grandissimo, l'acqua è calma, minuscole insenature con essenziali attracchi e una casa in legno poco distante. Case semplici, in legno, pitturate con colori basici e della giusta intensità, hanno la forma che esemplifica il concetto di casa e sembrano collocate da una mano infantile che crea un paesaggio. Dove il sole brilla di più, dove l'insenatura è dolce e accogliente e l'acqua più cristallina, dove un gruppo di betulle offre un ombra discreta, ecco proprio li è il posto giusto per mettere una casetta. La nave procede lentamente per quasi sessanta miglia, gli isolotti più vicini passano a poche decine di metri, raramente le case sono raggruppate e ancor più raramente il gruppo eccede la coppia, non si vedono recinzioni. Si collocano da sé con discrezione, per non darsi fastidio ma ben attente a non perdere il piacere di vedersi da lontano, e di dare notizia del loro essere abitate con una festosa bandiera e la barca ormeggiata nella caletta.
Ma non esiste simbiosi tra natura e abitazione, nulla che possa ricordare capanne o insediamenti agro-pastorali, la meravigliosa natura se potesse non vorrebbe neanche le linde casette svedesi, si adatta al misurato e dispotico volere dell'uomo che impone il suo piacere senza altre necessità. E' bello avere una casetta su di piccolo scoglio ma è pur sempre una futilità salutistica e le finalità estetico-edonistiche vengono confermate dalla totale assenza di posticci di qualsiasi dimensione e misura, niente serre in  plastica niente capanni per gli attrezzi, niente forni e barbecue in muratura, la rimessa  per la barca ha la stessa dignità strutturale delle abitazioni.



Anche i russi amano la campagna e d'estate vanno a vivere nella dacia che può essere come quella di Putin, non molto diversa dalle residenze estive dei Romanov, o molto simile nella maggior parte dei casi ad una, piccola, rurale abitazione con orto, capanni, recinti costruiti con materiali di recupero. Le necessità in Russia affermano se stesse con prepotenza ed anche i grandi palazzi dalla cupole d'oro ne portano le tracce: le grondaie non finiscono nelle fogne che evidentemente non esistono o non possono esistere e terminano a mezzo metro dalla superficie dei marciapiedi e nell'ultimo tratto sono tutte acciaccate e distorte e questo vale anche per il teatro Marijnsky o per il palazzo Jussupov.
Pietroburgo possiede una collezione di muffe che intaccano i basamenti delle case non meno importanti di quelle di Venezia e per entrambe la manutenzione appare sempre enormemente inferiore alle manifeste necessità. In Svezia e in Finlandia le case non hanno mai bisogno di interventi di ripristino, tranne quelle in cui sono in corso, e questo segna una differenza fondamentale che non può essere spiegata soltanto in termini economici. Forse può ricevere qualche lume dalla riforma protestante dopo la quale fu maggiormente chiaro per quei popoli che i conti ciascuno li deve pagare da se. Più si va verso Nord e più le case rispecchiano bisogni fondamentali e la necessità di adattarsi al clima rigido dei lunghissimi inverni e si modellano sulla base di esigenze sociali nucleari e prive di esibizionismi cortigiani. Alle Lofoten si affiancano uniformi e utili lungo la piccola baia simili alla piccola casa di Pietro il Grande quando decise di  stabilirsi all'estuario della Neva. Poi tutto divenne diverso e Pietroburgo rappresenta con immediata evidenza uno dei maggiori e giganteschi sforzi di piegare la natura ai disegni della mente, solo gli argini granitici del fiume e la fortezza di Pietro e Paolo rispondono alle esigenze della lotta contro gli elementi naturali, il resto dice della volontà di piegare e mutare l'aristocrazia russa del 1700.




Se fosse cresciuta lentamente come primo porto e cantiere navale della Russia avrebbe accolto i suggerimenti della natura, basamenti granitici, muri di legno o forse di pietra o mattoni ma bando totale per intonaci pastello, lesene e stucchi, processioni di stanze fredde e inutili dove galoppava la tisi. Tantissimi edifici pubblici e in particolare le chiese e moltissime case nel Nord sono costruite con bellissimi mattoni di tonalità di colore che vanno dal rosso al bruno, spesso sapientemente  accostate. L'argilla non deve mancare e neppure il legname per cuocerla nei forni, il castello dei Cavalieri Teutoni a Marlbork mi è rimasto impresso come un immane monumento alla pazienza artigianale, credo che il primo pensiero di molti alla sua vista vada al numero di mattoni che sono stati necessari per costruirlo.
E' quasi impossibile non essere stupiti dalla mescolanza di potere, cocciutaggine, pazienza e abilità umana che esemplifica, alla bellezza non si pensa perché del tutto accessoria.
Vengono in mente le Piramidi anche loro oltre il bello e si pensa sempre alla fatica e all'ingegno necessari per assemblare i blocchi di pietra nella loro costruzione. Dal blocco al mattone l'impressione non cambia: grande potere e grande capacità di innalzare ad esso monumenti ciclopici, l'uomo evidentemente ha bisogno di impegnarsi in questo modo, si supera la noia dei bisogni quotidiani, si fronteggia la paura della morte e di svanire nel nulla.



Il destino di un popolo si legge nelle sue case? Sembrerebbe proprio così; dove abitano i Pietroburghesi? Le guide turistiche e gli autisti dei pullman, i controllori delle frontiere, i custodi delle sale dei palazzi dei Romanov verranno alla sera inghiottiti dagli immensi edifici civili del periodo Staliniano del tutto simili a quelli pre e post. Se non si fa parte di una colossale collettività organizzata a Pietroburgo non si può esistere e resistere; il rapporto tra il luogo e i suoi abitanti è stato possibile soltanto in  questa dimensione.
Anche se ci hanno vissuto Gogol, Dostoevskij ed  Esenin non si riesce ad immaginarli nelle loro case, a zonzo per il loro quartiere e men che meno al bar: Hemingway costretto dalla sorte a vivere a Pietroburgo non avrebbe scritto una riga. Il passaggio drammatico e brusco da una intellighenzia cortigiana e salottiera a quella  impegnata e devota alla politica è forse all'origine della mancanza di negozi, caffè, locali di ritrovo. Prima nei salotti dei nobili e nei molti grandi teatri poi solo in questi e nei luoghi di educazione e coordinamento politico. Il centro, architettonicamente europeizzante e aristocratico manca totalmente dei tempietti del buon vivere borghese e questa caratteristica determina uno sconcerto che confina con l'angoscia nei turisti che vedono materializzarsi il bando ad ogni aspirazione a quelle differenze irrinunciabili, quanto concrete, tra se stessi e gli altri che si realizzano nei negozi.


Fortunatamente a Stoccolma e Helsinki negozi, ristorantini e bar non mancano. Edifici severi classicheggianti e granitici, strade ordinate e pulite, mercati coperti letteralmente privi dell'odore di derrate alimentari ma finalmente un'infinità di posti dove si può comprare. E' una liberazione dall'incubo comunista dove esistevano soltanto, nascosti e relegati, posti di prelievo di beni di prima necessità. Anche se non è più così, le case e le strade russe riferiscono ancora di un mondo disciplinato e sobrio dominato dall'ideale del bene comune che riesce ad atterrire anche il popolo della sinistra di provenienza emiliano-romagnola. Si torna a Rostock, c'è il tempo per una gita a Berlino in pullman. I campi sono immensi, coltivati con cura e precisione teutonica e con grandi isole boscose che ne interrompono la monotonia, non si vedono abitazioni rurali simili alle nostre, ogni tanto paesi nuovi e ben costruiti, probabilmente le nostre cascine sono superate o forse mai esistite.
Nelle poche case isolate non si notano fienili, deposti, cortili con macchine agricole, tutto deve ormai svolgersi con modalità e ritmi industriali. Grandi capannoni dove vengono ricoverate e riparate le macchine agricole, i prodotti vengono immediatamente inviati a centri di lavorazione.
Certamente un gran risparmio se penso al mio vicino che possiede un trattore a cingoli per la vignetta ed un enorme trattore a ruote per un campetto di patate e per spalare la neve in inverno per conto della Provincia. Berlino è piena di vita e di giovani che ci vengono a studiare da mezzo mondo, la Merkel abita in un normale alloggio, i ministeri sembrano davvero uffici per lavorare ma forse è solo una superficiale impressione. Mi sento piccolo, molto ridicolo ma disperatamente pieno di voglia di sopravvivere.







                                                





























PASSAGGIO IN INDIA
di Walter Porzio






MYANMAR
di Walter Porzio





FIORDI NORVEGESI
di Walter Porzio





KENIA TANZANIA
di Walter Porzio







BULGARIA VIRGOLA
di Walter Porzio





HOLLA MOHALLA
di Walter Porzio


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BULGARIA
di Walter Porzio






KROBO
di Walter Porzio






FORTE DI KANGRA
di Walter Porzio





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WUDAABE AL GEREWOL
di Walter Porzio




AKWASIDAE 
di Walter Porzio





CALGARY 
di Walter Porzio





BUONA PASQUA 
di Walter Porzio






IL PARLAMENTO EUROPEO 
di Walter Porzio






ARGENTINA 
di Walter Porzio


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INDIA 
di Walter Porzio

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EGITTO 
di Walter Porzio







BIRMANIA 
di Walter Porzio







ALBANIA 
di Walter Porzio








LA CIQUITANIA
di Walter Porzio









ARGENTINA
di Walter Porzio







L’eliminazione del colbacco
di Giovanni Bianchi




Sono tornato in Russia (Mosca e San Pietroburgo) da dove mancavo da qualche anno. L'invito era stato fatto ancora una volta dagli amici di una fraternità ortodossa che risponde al nome di Sretenie ("Presentazione al Tempio"). Vivaci nella fede ortodossa, ansiosi di diventare vivaci anche nel sociale. Da qui il rapporto più che decennale con le Acli.
Sono convinto che il grande possa talvolta essere letto a partire dal piccolo e l'universale dal particolare, se hai la fortuna di collocarti dal punto di vista giusto. La Russia di Putin ha migliorato il tenore di vita generale dopo le svendite e le disattenzioni di Eltsin, troppo attento alla vodka. Inoltre il nuovo zar ha ridato dignità geopolitica al più grande Paese del globo, attingendo alla memoria e all'orgoglio non ancora spento dei soviet. Quasi una reincarnazione di quello spirito imperiale e di quella volontà di potenza che da Stalin giunse fino alla mummia di Breznev. Credo siano essenzialmente queste le coordinate del successo elettorale dell'abile dirigente del Kgb.
Che cos'è questa Russia? Non la si intende estendendo con ottuso continuismo il legame con quella di Stalin. Neppure la si legge inseguendo le fortune e i fasti dei nuovi oligarchi, sguinzagliati in mezzo mondo ad acquistare squadre di calcio, in patetica concorrenza con gli sceicchi arabi del petrolio. Forse ci si avvicina un po' di più alla sua verità odierna osservando i flussi del turismo di massa verso il Bel Paese, la riviera romagnola e altrove.
Non si governa un territorio esteso come la Russia, non lo si amministra negli interminabili inverni senza un apparato statale pesante. Chi paga e chi assumerebbe il numero infinito di donne e di uomini che spalano la neve e rendono transitabili i binari liberandoli dal ghiaccio? Il business non si è mai fruttuosamente cimentato con questi problemi collettivi.
È a partire da queste ataviche necessità che la nuova classe e le sue oligarchie di potere incrociano il dilagare inarrestabile del turbocapitalismo con gli organigrammi e i tempi da pachiderma di un'antica, estesa e necessaria burocrazia. Qual è dunque la vera sostanza sociopolitica della Russia di zar Putin?




Anche le sociologie dopo i fasti di Weber, Parsons, Sorokin e Wright Mills si sono svagate perché invaghite dei propri effimeri successi, del nuovo metodo, di una scientificità dalla corta radice destinata a danzare nel tempo breve. Dunque nessuna pretesa sociologica o sistemica nel mio rapido sguardo, ma la voglia ostinata di capire: quasi una sfida al bricolage della vita quotidiana, che tuttavia non è più in grado, neppure nella Russia postsovietica, di ignorare quelle "periferie esistenziali" che papa Francesco ha buttato negli ingranaggi di un turbocapitalismo globale che maschera la propria incoercibile avidità nella ideologia concreta del Pensiero Unico.
Anche in Russia? Anche in Russia, vecchio tovarish. Perché è sempre vero che se è rimasto indistruttibile e nostalgico l'antico richiamo della foresta, adesso la foresta non c'è più. Per tutti. Anche in Italia…



Mosca

Dove va la Russia di zar Putin e del Gazprom non lo so dire. Dico solo che la vorrei più prossima all'Europa, magari più prossima del Regno Unito di Cameron e della sua City rapace, che tanti guai, più di Wall Street, ha procurato agli Europei. I quali hanno avuto la dabbenaggine di nominare finalmente il loro primo Ministro degli Esteri scegliendo per l'ufficio lady Ashton, che, come tutti i sudditi di Sua Maestà Britannica – da destra a sinistra – crede anzitutto nella sterlina. In piena crisi dell'euro. Come se a inseguire le magnifiche sorti e progressive del Vecchio caro Continente "detronizzato" (Carl Schmitt) siano rimasti soltanto i disperati ucraini.
Ma placo subito, anche per ragioni di spazio, gli ardori geopolitici per tornare al mitico colbacco. Gli incerti rigori dell'inverno italiano (anche in Russia il clima fa le bizze e stupisce) ne avevano imposto l'immagine nostalgica alla coscienza, essa sì infreddolita. Ma sono tornato a mani vuote per lo choc di avere trovato sulle bancarelle per turisti nella sezione souvenir dei supermercati –gli stessi che troviamo in Italia intorno alle stazioni ferroviarie  e agli aeroporti, con gli stessi nomi scritti in cirillico– i "nuovi" colbacchi sintetici, dai colori incredibili, tutti con l'immancabile Stella Rossa in evidenza.

San Pietroburgo
Quando il business e il kitsch si danno la mano, anche una gloriosa e non universalmente amata rivoluzione appare trasformata in patacca per rispondere alla domanda di un turismo non sempre obnubilato dalla vodka. Ma li vedete questi finti colbacchi color ciclamino, verde e fucsia, rigorosamente unisex, a dispetto dell'ostinazione di zar Putin a negare l'evidenza che impone al diritto di riconoscere universalmente che oramai i sessi principali sono due? Tutti serialmente con la Stella Rossa, ridotta a patacca passepartout. Gli unici a conservare un bel colbacco di pelo d'ordinanza sono i poliziotti e qualche raro anziano renitente alle mode e al progresso. E perché allora non piazzare sul nuovo colbacco sintetico, già che ci siamo, il Che Guevara, Maradona o la Madonna di Medjugorie? Scherzi della nostalgia? Macché! Scherzi del business, la cui avidità ignora le frontiere, a partire da quelle dell'utilità e del buon gusto.
E mi rimbomba nel capo – quasi un mantra forsennato – la previsione del Manifesto del 1848, quando Marx ed Engels scrivevano: Tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria. Una profezia ripresa in sociologia da Bauman con la fortunata metafora della "società liquida" e da Marshall Berman nel titolo (in inglese) del più bel libro sul tema scritto a New York nel 1986, anticipando tutti i temi della crisi globale in corso.
E Berman si prende la libertà di dedicare il primo capitolo del libro al Faust di Goethe ...




 
ALGERIA
di Walter Porzio

                                                                                         




SLOVENIA
di Walter Porzio








DAHANU E BO - NO - NA

di Walter Porzio







QUEBEC
di Walter Porzio







ZULULAND
di Walter Porzio










OMAGGIO A "MILANO CITTA' NARRATA
di Paolo Di Stefano















Un omaggio di Paolo Di Stefano al volume
“Milano città narrata”
A cura di Angelo Gaccione
Meravigli Editrice 2013
Pagg. 160 € 15,00


Milano narra di sé
Testo e foto di Paolo M. Di Stefano



















Milano narra di sé
Silente
A se stessa
Spoglia d’ogni retorica
Solo specchiandosi
In quel mondo diverso
Nato
Dalla pioggia cessata appena  















Non tamerici
Salmastre ed aspre
E pineti neppure
Ad ispirare il retore poeta
Solo sconnessi selciati
E pietra
E sassi di lontani torrenti
E asfalto incerto














E sosta la pioggia
E trema
Negli angusti confini
Che ruote impietose
Violano tormentose
Ed  iracondi passi
Premono in fretta
Maledicenti














Nel mobile velo
Milano si disegna
E solo si offre
Al guardar degli umili
Ai quali il cielo















Ricrea
E sua dimora ne fa

Vestita a festa.








MONGOLIA
di Walter Porzio







LA DONNA NEL MONDO

di Walter Porzio








KANGRA SRINAGAR
di Walter Porzio










LA RUTA MAYA
di Walter Porzio



Guerriero Maya

Si chiama ruta maya, cioè "strada dei maya", ed è il percorso seguito da questa antica civiltà nelle vari tappe della sua espansione. In Messico, Honduras, Guatemala, Belize, Salvador, restano ancora og importanti siti archeologici che testimoniano gli antichi splendori di un popolo, per molti versi ancor sconosciuto e misterioso. Grandi templi dedicati al culto astrale ed imponenti edifici raccontano la su storia.... Clicca qui per scaricare il video di Walter Porzio. Buona visione!








SARAWAK
di Walter Porzio

Sarawak & Sabah - Il Borneo malese. Clicca qui per scaricare il video.






REPORTAGE

APPUNTI CRETESI
Viaggio solitario fra arte, cucina e natura
di Lidia Sella

Tempio votivo nella campagna di Creta
Nel preparare la valigia per partire, dimentichiamo sempre qualcosa. Un po' come quando ci apprestiamo ad affrontare la vita.
Chi ama la mitologia o ha avuto la fortuna di leggere "Il Minotauro" di Dürrenmatt, non dovrebbe visitare il Palazzo di Cnosso: tutto è così fasullo che si ha l'impressione di trovarsi di fronte a un sito ricostruito dalla "Disney"!
Peccato, contrariamente alle informazioni ricevute dall'ufficio del turismo greco a Milano, trovo chiusi sia Festós che Górtina: ecco un ottimo pretesto per tornare!
In compenso, nella vicina area archeologica di Agía Triáda, accanto ai resti di una villa reale minoica immersa in un silenzio irreale, ho ammirato gli affreschi del XIV secolo che decorano l'abside della cappella di Agíos Geórgios, stupendi nonostante il pessimo stato di conservazione.
Lungo la strada da Festòs a Mátala: terra rossa, sposa di questo cielo blu. Luce precisa, sapiente. Vitigni vestiti d'autunno e distese di ulivi che scuotono le loro chiome d'argento nel vento tiepido di ottobre.
Mentre camminiamo nella realtà, non possiamo sapere ancora quale fra i paesaggi che stiamo attraversando fungerà, domani, da scenario dei nostri sogni.
Mátala: Sepolcri romani, scavati in un costone di roccia color ocra, sferzato da un vento africano, a picco sul mare. Anche progettando le stanze del loro sonno eterno gli antichi romani si preoccupavano di garantire la bellezza. Avendo forse intuito che il messaggio in essa contenuto era tanto potente da sopravvivere ai millenni...
Di certo prima o poi qualcuno calpesterà le nostre tombe.
Questa sera ho notato un uomo che portava con orgoglio uno stuzzicadenti dietro l'orecchio.
La notte, a Creta, il vento va a dormire.
Che cosa "vedrei", del mondo, se non avessi occhi?
Solo croci bianche e fiori colorati nei cimiteri greci, nessun dettaglio lugubre: una concezione serena della morte mediata dall'Oriente?
Tempietti ortodossi disseminati per la campagna: testimoni silenziosi di un sentimento pagano mai sopito?
Monastero di Pre¦üveli
Certe gole rocciose, simili a ferite nel ventre della Terra, si spalancano in improvvisi teatri di luce. Accanto a colline d'argilla che svettano come enormi mammelle da mungere.

 
Non credo in nessuna religione. Però nel monastero di Préveli ho acceso una candela alla vita. L'ho posta vicino alle altre, tutte infilate nella sabbia, inconsapevolmente unite a simboleggiare un fuoco sacro. Mi sono abbandonata alla superstizione di esprimere un desiderio impossibile, fingendo per un attimo di credere che si sarebbe avverato. A commuovermi la magia di quella fiamma cui avevo dato vita per capriccio e che, nella penombra del tempio, con pazienza, avrebbe sciolto la cera per restituirla alla terra: occorre tempo per venire alla luce e anche per tornare cenere.     
Ogni passo nel futuro ti porta nuove emozioni. E se viaggi nello spazio, oltre che nel tempo, allora si moltiplicano.
Costa sud di Creta, ultima propaggine d'Europa, una roccaforte affacciata sul mar Libico: qui il sole regala languidi, lentissimi tramonti.
Le stelle, da queste parti, giocano a nascondersi fra rocce altissime e rami di palme: così ci appaiono solo costellazioni mutilate, quasi volessero non farsi riconoscere.
Mi resterà il rimpianto di non essere approdata a Gávdos, isola coricata nel canale libico, a 26 miglia dalla costa cretese, già abitata nel neolitico, nota col nome di Clauda in epoca romana, covo di pirati sotto la dominazione araba… Per raggiungerla occorrono diverse ore di navigazione e in questa stagione i collegamenti scarseggiano. La rotta più breve - 2 ore e mezza - da Hóra Sfakíon.
Culla di civiltà, Creta, curiosamente è a forma di culla.
Padrona di strade semi-deserte, mentre profili di paesaggi sconosciuti mi vengono incontro, guido a velocità sostenuta, pennellando ogni curva. E sorrido all'idea che sarebbe piacevole, con la stessa naturalezza, riuscire a dominare l'ignoto.
Senza la civiltà micenea, quale diversa direzione avrebbe imboccato il nostro pensiero?
Viaggio senza radio, né tom tom, né cd. Uno sciame di pensieri mi tiene compagnia per qualche istante, prima di volare fuori dal finestrino abbassato. Sul sedile accanto a me, la cartina geografica ha un'aria un po' frustrata, perché non la consulto quasi mai: ho già presente il percorso o, al limite, chiedo indicazioni. Come sottofondo musicale, il requiem di Tomás Luis de Victoria (Sanchidrìan 1548 - Madrid 1611): scoperto mesi fa, poi ascoltato decine di volte, tanto che ora provo a riprodurne a mente l'amato suono.
Penisola di Gramvousa - cappella nella fortezza veneziana
L'aria profuma di finocchio selvatico bruciato dal sole.
Sono diventata arteriosclerotica persino sul fronte onirico. Sogno forsennatamente, ogni notte, come stanotte: trame complicate, dialoghi stimolanti, nitide architetture. Ma poi non ricordo più nulla.
Sono un sorvegliato speciale. Sotto stretto controllo da parte di me stessa. Distratta e smemorata come sono, quando mi muovo da sola all'estero devo prestare particolare attenzione a non perdere o dimenticare borsa, bagagli, documenti d'identità, biglietti vari, fogli col programma del viaggio, contanti, carte di credito, tablet, cellulare, macchina fotografica, occhiali da sole, l'unica chiave dell'auto a noleggio: uno sforzo di concentrazione continuo!
Anche a Creta ho incontrato una percentuale piuttosto elevata di greci rozzi e ottusi, forse i diretti discendenti delle orde di Slavi, Avari e Bulgari che, fra V e VIII secolo dopo Cristo, invasero la Grecia spazzando via le popolazioni autoctone, disperdendo così quel prezioso patrimonio cromosomico ellenico originario che in maniera tanto straordinaria aveva contribuito allo sviluppo del pensiero umano.
I greci, in genere, producono vini mediocri. Creta fa eccezione. Ho gustato un bianco fantastico: "Vidiano" del 2012, cantina Lyrarakis. Per la verità apprezzo anche il vino di Sámos, ricorda un passito. Già noto nell'antichità, a Milano l'avevo trovato da Superpolo.
Spiaggia di Préveli. Nel pomeriggio, sotto un cielo di zaffiro, ho camminato da sola, lungo un torrentello gelido, trasparente, che si faceva strada attraverso una foresta di palme. Ho seguito questo anonimo, inconsapevole ponte sull'Africa fino alla sua modestissima foce. E con lui mi sono mescolata alle tiepide acque marine.
Plataniás. Uno yogurt al rosmarino, delizioso. Al ristorante "Kianos". Ho domandato al proprietario che cosa significasse questa parola. Mi ha risposto: "luce blu". Per collegamento di idee ho subito pensato al termine Kuanós, che in greco antico veniva utilizzato per indicare il "fiordaliso."
Alla Penisola di Gramvoúsa, in nave. Durante la traversata capto uno scambio di battute demenziale. Lui, italiano aitante e saccente: "Il vero nome della città è "Split", poi italianizzato in Spalato." Lei, croata ma altrettanto ignorante, gli risponde: "Confermo, è proprio così!"
Dal forte veneziano, panorama di primordiale bellezza: vale l'arrampicata. Bálos, oasi marina protetta, una laguna incantata, maldiviana. La mia anima se ne ricorderà prima di lasciare questa Terra.
Insenatura di Fala¦üsarna
Nei dintorni di Paleohóra ho assaggiato una squisita "Sfakiá pita", pizza al formaggio, sottile e croccante, affogata nel miele, un dolce tipico del villaggio di Hóra Sfakíon. Chissà se la pasta della "pita" è un'antenata della "pizza"?
Stanotte la natura ha allestito uno spettacolo d'eccezione: nubi di panna montata in festoso girotondo attorno alla luna piena e, al centro del mare, una radura di luce.
Creta è interessante anche sul versante gastronomico. I piatti tradizionali vengono realizzati con cura e quelli rivisitati rivelano gusto e fantasia. Achei, dori, romani, arabi, bizantini, genovesi, veneziani, turchi: dietro ogni invasione, una scia di sapori?
Isolotto di Elafonisi: premio al cosmo per la miglior scenografia! La passeggiata fra piccole insenature di sabbia rosa e sensualissime dune è fonte per gli occhi di continua meraviglia. Non ho scattato nessuna foto. Come immortalare una bellezza a 360 gradi? Forse nemmeno un filmato saprebbe restituire il senso di perfetta armonia che emana da questo luogo.
A nuoto perlustro in lungo e in largo la splendida insenatura di Falásarna. Nessuna macchia di modernità ad alterare la quiete di questo mare eterno: niente barche a motore, né moto d'acqua, né musica assordante. Nelle orecchie, sulla pelle, solo la carezza lieve del vento e delle onde.
Haniá, la Canea, in italiano. Palazzetti veneziani affacciati sull'Egeo. La moschea dei Giannizzeri, un diamante incastonato nel porticciolo. Al museo archeologico, sarcofagi dipinti di età micenea. Al ristorante Tamam, ricavato negli antichi bagni turchi, un'ottima "cheese-pie", clone in miniatura di seadas sarda.
Penisola di Akrotíri. Monastero di Gouvernéto: sotto una patina fatiscente, tracce di antico splendore.
Al Monastero di Agía Triáda (noto anche col nome di "Tzangorolou", in quanto fondato nel XVII secolo dal monaco veneziano Geremia Zangaroli): un anziano pope, in una nube d'incenso, benediceva i fedeli inginocchiati in una lunga fila davanti a lui.
A Réthimno, stregata dalla fontana Raimondi.
Modestamente, mi sono rivolta i complimenti per la perfetta organizzazione del viaggio, pianificato in totale autonomia fin nei minimi dettagli.) Unico inconveniente, ho guidato un po' troppo, procurandomi un attacco di lombalgia acuta: "prove di vecchiaia"!
Ho letto che Creta rappresenta il cuore geografico della rosa dei venti. Sarà vero? Sud-est, scirocco, dalla Siria; sud-ovest, libeccio, dalla Libia; nord-ovest, maestrale, da Roma, "magistra mundi". In base a questa teoria, soffiando da nord-est, il grecale risulterebbe però provenire dalla Turchia...
Una tipica pasta di Creta, nota col nome di "skiuficta", somiglia alle trofie: eredità genovese?
Hania¦ü - moschea dei Giannizzeri
Da "Terzaki", a Iráklio, ho assaggiato due piatti favolosi: "asicolibros", una verdura stufata non meglio identificata, e "loukoumades", bomboloni mignon annegati nel miele.
Museo archeologico di Iráklio: come entrare nel Paese delle Meraviglie: scultura, arte vetraria, oreficeria… E poi, ancora: scudi in bronzo lavorati a sbalzo; monete ateniesi del V secolo a.C., con l'effigie della dea Atena a proteggere la città eponima, le stesse che maneggiò Pericle; una statua romana del dio Pan dall'occhio terrifico, rinvenuta a Górtina; l'affascinante disco di Festòs, con misteriosi, ipnotici, spiraliformi geroglifici incisi nell'argilla; uova di struzzo istoriate, simboli di rinascita, parte di corredi funebri. Potrei, insomma, continuare all'infinito... Ma ciò che mi ha colpito fino alle lacrime sono stati i capolavori ospitati nella prima sala “Il raccoglitore di zafferano”, “L’uccello blu”, “Scorcio fluviale con scimmia e piante acquatiche”, etc. - strappi d'affresco di epoca neopalaziale, 1500-1600 avanti Cristo: tratto sicuro, gusto raffinato, uno stile moderno, quasi visionario, caratterizzano queste composizioni animate da un originalissimo senso del colore e ispirate a un grande afflato di spiritualità. Ma perché stupirsene? I primi dipinti rupestri (El Castello, Spagna) si collocano in un arco temporale compreso fra i 41.000 e i 37.000 anni prima di Cristo. Dunque, da allora in poi, all'umanità non sono certo mancate le occasioni per esercitarsi nell'arte figurativa!

Isola antica, mare sereno, cieli pieni di luce: nel grigiore milanese, avrò immensa nostalgia di Creta.







TRANSIBERIANA
di Christian Eccher*

 Vladivostok-Ussuriysk, 24-08-2013 (sereno – instabile in quota, rovesci temporaleschi)



La stazione ferroviaria di Vladivostok si trova sulla lingua di terra che chiude a ovest la Baia del Corno d’Oro. Un violento acquazzone ha lasciato un lungo e irregolare alone sull’elegante facciata giallo-ocra, proprio sotto l’enorme tetto a spiovente che protegge i tre archi al di là dei quali si aprono le porte di ingresso del corpo centrale dell’edificio: al suo interno, un grande atrio adibito a sala d’attesa. Il treno per Mosca è fermo sul quarto binario; i passeggeri si accalcano alla porta di ingresso di ogni vagone; i cuccettisti – due a carrozza – controllano i biglietti e i documenti di identità di ciascun viaggiatore. Le vetture di terza classe sono al loro interno aperte; lo spazio è regolarmente suddiviso in compartimenti senza porte da una serie di pareti in plastica. In ogni scompartimento si trovano quattro letti, due sulla parete di destra e due su quella di sinistra. Altre cuccette sono sistemate lungo il corridoio. All’interno, l’aria è irrespirabile: l’umidità di Vladivostok, che durante l’estate si aggira intorno al 90%, si insinua, insieme all’odore di terra bagnata, all’interno del vagone; all’esterno, fra i vapori dell’acqua piovana che evapora, si intravvede una grande nave, bianca, surreale. Il porto è a pochi metri dalla stazione ferroviaria e ogni sera, al calar del sole, un traghetto si allontana dal molo, esce dalla Baia e, dopo essere passato sotto il Ponte Russkiy, si dirige deciso verso il Giappone. Il treno invece va verso nord, verso il capoluogo dell’Estremo Oriente Russo,

Habarovsk. Esce lentamente dalla città, prosegue lungo la costa che alterna spiagge di sabbia grigia a prati erbosi che si interrompono solo a contatto con le onde salmastre. All’orizzonte, verso l’interno, nubi cumuliformi bianche e rosse giganteggiano sospese, imponenti isole aeree che troneggiano su montagne invisibili. Laggiù è già Cina. Per l’intera notte, il convoglio seguirà la linea di confine, fra dolci colline ricoperte di lussureggiante vegetazione: tigli, aceri ma soprattutto cespugli e piante basse: raramente si incontrano centri abitati. La Russia orientale è per lo più disabitata. Di notte, i villaggi e le cittadine dell’Estremo Oriente si annunciano con un rosso fumo di nebbia, che si irradia nel cielo oltre le colline. Passano diversi minuti prima che la linea ferroviaria incroci i lampioni delle periferie e le prime abitazioni, in mattoni rozzi, dal tetto ondulato in amianto. Le stazioni sono piccole, lunghissimi convogli merci aspettano che il treno passeggeri oltrepassi il segnale di ingresso per riprendere la corsa verso il centro della Russia e verso Mosca: trasportano legname, nafta, carbone; in testa, le gigantesche locomotive elettriche ronzano cupe. Per qualche minuto, un merci e il passeggeri si affiancano silenziosamente, esanimi, come ansimanti, spossati dai chilometri percorsi. All’improvviso, i vagoni del merci si muovono con uno strattone, i respingenti si allontanano l’uno dall’altro e il treno si scuote rumorosamente, svegliando i viaggiatori del treno accanto, che nelle loro cuccette si erano già assopiti. Durante il giorno, quando gli espressi a lunga percorrenza sostano per più di dieci minuti, sui marciapiedi che costeggiano le rotaie, anziane signore con la testa coperta da un fazzoletto vendono cibarie e bevande: disposti su banchetti provvisori, polpette, pomodori, uova sode, carote e patate bollite attirano l’attenzione dei passeggeri e dei cani randagi, magri come chiodi, che si aggirano guardinghi fra i binari, impauriti dalla presenza degli esseri umani.
In una di queste stazioni, a Ussuriysk, salgono anche Katya e la sua famiglia.


Ussuriysk-Habarovsk, 24-25 agosto (bassa pressione, pioggia)

Katya e Vladimir hanno trent’anni e due figlie gemelle di quattro anni, che si sistemano prontamente sulla cuccetta superiore. Tornano dalle vacanze, hanno trascorso qualche giorno al mare e poi hanno fatto visita ad alcuni parenti a Ussuriysk. Le bambine guardano con attenzione un cartone animato sul computer portatile, mentre i genitori tolgono dalle valigie cibarie di vario genere e una bottiglia di vodka. Katya è di statura piuttosto bassa, pingue; ha i capelli rossi e lunghi raccolti sulla nuca da un fermaglio di plastica. È estremamente aperta, comunicativa, ha una voce squillante e ride spesso; la sua voce sembra un fiume in piena, la risata una cascata d’acqua che si infrange sulle rocce. Vladimir è invece più riservato, beve incessantemente vodka e accompagna ogni sorso con uno spicchio di mela. Siede sulla cuccetta a petto nudo, ha una lunga cicatrice sull’addome. Lo sguardo duro, gli occhi piccoli e neri, incute timore. In realtà è estremamente gentile, lavora ad Habarovsk come piccolo imprenditore, ha aperto anni fa una ditta che produce porte e infissi. Katya racconta delle ultime vacanze al mare, del fatto che solo negli ultimi anni la sua famiglia ha conquistato un benessere tale da potersi permettere i viaggi e la villeggiatura estiva. Il marito annuisce, mentre con i denti sguscia dei piccoli semi di girasole. “Merito di Vladimir Putin – asserisce Katija – e dei governi dell’ultimo decennio”. Dal compartimento accanto, si affaccia una signora dalla sguardo stanco, nonostante gli occhi brillino di un azzurro intenso; i capelli lunghi e castani lasciano intravvedere una sfumatura grigia alla radice, vicino alla fronte, lì dove la ricrescita smaschera la tintura. Vive a Irkutsk e torna anche lei da una breve vacanza balneare sul Mar del Giappone. Il marito è morto alcuni anni fa, il figlio è un noto avvocato moscovita e la figlia si è recentemente separata perché il suo compagno beveva ed era violento. “Tempo fa – asserisce la signora di Irkutsk – Vladimir Putin si è improvvisato sommozzatore e si è immerso nel lago Baikal; peccato che sia riemerso. Ma che meriti può avere Putin, la corruzione impera ovunque, Mosca controlla ogni rublo e fa l’elemosina alle periferie…”. “La corruzione c’era anche prima – ribatte convinto Vladimir – anche durante il periodo sovietico. Io so solo che adesso è possibile viaggiare, che posso permettermi di comprare dei vestiti decenti e che potrò far studiare le mie bambine”. “Da quando Putin è al governo gli stipendi sono duplicati”, aggiunge Katya con uno sguardo serio. La discussione politica lascia il posto a tematiche più personali, i treni russi somigliano a dei confessionali e in certi casi agli studi degli psicologi: ognuno parla di sé e dei propri problemi più intimi. La notte è ormai calata, le luci nel vagone si sono spente, nessuno va più verso il “samovar”, il boiler che si trova all’ingresso della carrozza e che fornisce acqua calda per il tè o per la zuppa liofilizzata. I passeggeri sono disturbati dalla voce squillante di Katya ma non protestano. Nervosi, si rigirano nella propria cuccetta. Presto anche Katya si addormenterà, vinta dalla stanchezza. La pioggia tamburella sul tetto del treno in corsa. All’alba, all’arrivo ad Habarovsk, Katya e il marito lasciano in fretta e silenziosamente il vagone, con le bambine ancora addormentate in braccio. Fuori, la città è un immenso lago: a causa delle abbondanti precipitazioni, il fiume Amur ha rotto gli argini ed è straripato. Chilometri di campi sono sott’acqua, la peggiore alluvione degli ultimi due secoli nel Lontano Oriente Russo. Il treno corre senza problemi sull’alta massicciata e, visto dall’esterno, sembra una lunga nave d’acciaio che naviga a filo d’acqua.

Habarovsk-Ulan Ude, 25-27 agosto  (alta pressione, sereno)

La pioggia cessa non appena il treno vira con decisione verso est, verso l’immensità della Siberia. Kubat è salito ad Habarovsk, ha sistemato la propria cuccetta con precisione militare: le lenzuola ben distese sul materasso sottile e la coperta ripiegata verso la parete del compartimento, a lasciare lo spazio necessario per sedersi. Kubat è kirghiso, è stato diversi mesi nel capoluogo dell’Estremo Oriente Russo ospite del fratello. Torna a Novosibirsk, il figlio e la moglie lo attendono da tempo. Kubat ha anche un’altra moglie e altri due figli che vivono a Istanbul. Si divide fra le due famiglie, le mogli si rispettano a vicenda e si sentono regolarmente al telefono; la poligamia (maschile) fra i musulmani non è vissuta come un problema. Kubat si lamenta per la sporcizia lasciata sul pavimento dalla famiglia di Katya: gusci di semi di girasole, la bottiglia di vodka ormai vuota dimenticata in un angolo, sul pavimento macchie appiccicose di succo di frutta. Il vagone, in realtà, viene pulito due volte al giorno dai due cuccettisti, che fanno turni di 12 ore ciascuno: sono studenti che, per mantenersi all’Università, passano l’estate lavorando sui treni. Il loro compito è quello di mantenere pulita la carrozza, controllare che tutto sia in ordine fra i passeggeri, vendere bustine di tè e merendine a chi non ha portato da casa tutte le vivande necessarie ad affrontare il lungo viaggio.
A Novosibirsk, Kubat fa l’autista di “marshrutkte”, vale a dire di quei furgoni – simili ai Ducati della Fiat – che nelle città dell’ex impero sovietico fanno concorrenza al trasporto pubblico. Kubat non ha una propria “marshrutka”, lavora sotto padrone. Fra i capelli corti, di colore castano scuro, fa capolino qualche pelo bianco. Kubat ha un viso sincero, ovale, il sorriso schietto svela un incisivo d’oro. Si sdraia su un fianco e guarda per ore il paesaggio, muto, il gomito appoggiato sul letto e la mano destra a sorreggere la testa. Il sole inonda la steppa, verde con rare macchie gialle di erba secca. A nord, le betulle e i pini alti e slanciati segnano l’inizio della taiga. La regione è collinare, il treno fa ampie curve e spesso sembra tornare sui propri passi, indeciso ma allo stesso tempo veloce. Le ruote scorrono sui binari con un battito regolare e metallico. Di tanto in tanto, all’interno del treno dal finestrino si affacciano ampi pascoli su cui sono come appoggiati vacche e cavalli. Rari contadini raccolgono il fieno e i villaggi sono composti da case in legno, con grandi parabole a captare i segnali dei satelliti che percorrono gli ampi cieli siberiani, trasparenti e azzurri, nelle ore più calde solcati da piccoli cumuli bianchi. L’umidità di Vladivostok è ormai solo un lontano ricordo. “Difficile vivere qui – dice all’improvviso Kubat, quasi parlando da solo – i vecchi campano coltivando patate e vendendo legname, i giovani se sono fortunati trovano lavoro a Irkutsk o a Vladivostok, altrimenti devono andare fino a Novosibirsk se non a Mosca”. Masha, che ha occupato la cuccetta su cui aveva dormito Katya, lo guarda con interesse e non dice nulla: Irkutsk è la sua città natale, dove tuttora vive e dove sta tornando dopo essere stata ospite del proprio fidanzato in un villaggio a pochi chilometri da Habarovsk. Lo sguardo serio e compunto, il viso lungo racchiuso da una cornice di capelli biondi, raramente sorride; vent’anni, troppo matura per la sua età, pensa già al matrimonio; anche il ragazzo, Sasha, che viaggia con lei, è biondo. Il suo viso ha tratti assai delicati e quasi femminili. Tacere è la loro virtù. Lei ricama un motivo floreale su un fazzoletto, lui legge una grammatica giapponese, in preparazione all’anno accademico ormai alle porte: entrambi sono iscritti all’ultimo anno della Facoltà di Lingue Straniere di Irkutsk, dove si sono anche conosciuti. Lungo il corridoio, fra i raggi del sole che entrano dai finestrini come una lama e migrano sul pavimento del vagone a mano a mano che il treno cambia direzione, fa capolino un bambino seminudo, bianchissimo, con un caschetto biondo: è Artiom, che corre e urla contento di potersi muovere liberamente. All’improvviso, da chissà quale carrozza, dietro di lui compare un ragazzo alto, in canottiera bianca; i tratti leggermente orientali, la pelle olivastra, i capelli corti e una piccola cicatrice vicino al naso. Maxmidov ha 27 anni, è uzbeko, di Fergana, lavora ad Habarovsk come aiuto muratore. È dovuto partire all’improvviso, gli hanno comunicato che la mamma è malata ed è ricoverata in ospedale. Arriverà a Tashkent fra 6 giorni, dopo una breve sosta a Novosibirsk in attesa della coincidenza; poi dalla capitale uzbeka ancora una notte di viaggio verso la Valle di Fergana, al confine con il Kirghizistan. Si ferma a parlare con Kubat, è socievole, ha voglia di chiacchierare. Io gli chiedo se è vero ciò che in quel momento sto leggendo sul romanzo di Dina Rubina “Dalla parte soleggiata della strada”, e cioè che in Uzbekistan gli uomini non possono fare a meno dei locali da tè. Prende il libro in mano, riesce a stento a compitare le lettere e poi chiede a Kubat di leggergli ad alta voce il passo in cui si parla degli Uzbeki. Masha e Sasha si guardano imbarazzati, Maxmidov è semianalfabeta. Kubat legge lentamente e chiaramente, Maxmidov annuisce sorridendo. Poi si allontana, contento di aver potuto scambiare due parole con gente giovane. “È sempre così – dice Kubat sdraiato, mentre guarda fuori dal finestrino –  se tua madre è davvero malata non ti dicono niente per non farti preoccupare. Se ti telefonano e ti dicono che tua madre sta poco bene, vuol dire che non c’è più nulla da fare: arrivi e dalla stazione ti portano direttamente al cimitero. Tua madre è già sepolta”.
Vera è cresciuta nella Tashkent postbellica, dove molti russi riparavano durante la Seconda Guerra Mondiale. Ricorda ancora la via Karl Marx, lungo la quale si passeggiava la domenica e dove era possibile incontrare tutti i conoscenti; la Casa degli Ufficiali, dove sua madre andava a ballare al prezzo di un rublo. Ricorda anche la musica delle vie di Tashkent: all’alba la voce del lattaio, “Мал-лë-ко-у!”, “Latte”, urlato in russo con accento uzbeko, a metà mattina quella del vecchio che raccoglieva oggetti usati; e ancora, il rumore della lama dei coltelli che venivano affilati nelle piccole botteghe del centro, il venditore di pannocchie abbrustolite, la signora ebrea che offriva per poche monete prelibati sciroppi alla menta e ad altri gusti quasi sconosciuti, una rarità a guerra appena terminata, solo gli ebrei sapevano come procurarsi certe leccornie… L’ultima volta che lasciò il paese natale per trasferirsi definitivamente in Russia, trent’anni fa, il mandorlo era in fiore e nei cespugli profumavano le viole.


Ulan Ude-Jekaterinburg, 27-29 agosto (sereno – bassa pressione)

Il Baikal è uno dei laghi più grandi del mondo. Il treno corre lungo la sua la sponda meridionale, l’acqua cristallina bagna le spiagge di pietra grigia ed è assolutamente trasparente. Il lago compare dopo Ulan-Ude, il capoluogo della Repubblica Autonoma della Buriatia, in cui vive una popolazione di origine mongola. Una signora magra, dai capelli nero-bianchi e dal viso smunto, passa per i vagoni e vende il pesce tipico del Baikal, l’omul. Secco, affumicato, si mangia a poco a poco con le mani, dopo aver tolto a una a una le numerose spine. Pasha, un ragazzo alto, dal sorriso largo e gentile a denotare un invidiabile equilibrio fra cuore e intelligenza, compra un omul per sé e per Theresia, la giovane tedesca che siede a gambe incrociate sulla propria cuccetta e scrive alacremente i propri appunti di viaggio su un taccuino blu. I due parlano sommessamente, in tedesco, mentre spinano il pesce appoggiato su un foglio di giornale. Di tanto in tanto alzano lo sguardo per scrutarsi e sorridono per un istante, prima di riabbassare imbarazzati e confusi gli occhi sul cartoccio che contiene il pesce. Pasha è stato pochi mesi fa a Berlino ed è rimasto colpito dall’ordine delle città tedesche. Studia diritto all’Università di Irkutsk, il suo viaggio da Vladivostok è quasi terminato; ha appena il tempo di chiedere a Theresia un contatto elettronico; ha trovato troppo tardi il coraggio di avvicinarsi a lei.
La stazione ferroviaria di Irkutsk, in cui il treno si ferma una quarantina di minuti, ha la facciata azzurra ed è sulla sponda sinistra del fiume Angara. I passaggeri scendono, salutano coloro che sono arrivati e che abbandonano il vagone. Kubat aiuta Masha e Sasha, i due fidanzati, a far scendere le valigie: le scale del vagone sono molto alte e scomode. Maxmidov corre a comprare le sigarette, torna e scherza allegro con gli altri passeggeri; racconta di una ragazza conosciuta in seconda classe che lo ha baciato poco fa, nell’atrio della stazione. Purtroppo lei è ormai a destinazione, la loro storia è finita prima di cominciare. Succede spesso in Russia, sui treni a lunga percorrenza. Mi chiede delle donne italiane, vuol sapere se sono di facili costumi e se è vero che raramente sono bionde. All’improvviso si fa serio, lo sguardo vaga fra il cielo e la facciata della stazione ma è chiaro che gli occhi sono lontani, persi in un orizzonte lontano, forse già nel cielo di Fergana. Di colpo rivolge le pupille nere, impenetrabili verso le mie, inarca le sopracciaglia e con un’espressione grave e addolorata chiede: “I morti in Italia li bruciano oppure li seppelliscono?”.
La steppa prende il sopravvento sulla taiga al di là dello Jenisei e della città di Krasnojarsk (L’acqua pesante non scorre verso il mare. Il proscritto s’è inoltrato nella steppa, al di là dello Jenisei. Cantiamo silenziosamente da quest’altra parte del fiume, a stento sentiamo noi stessi: un tozzo di pane e una scorza di terra). Erba alta, gialla, tronchi di betulle mozzate dal gelo invernale e dal peso della neve, cieli purissimi d’azzurro metafisico interrotto solo da piccoli cumuli bianchi che di tanto in tanto nascondono il sole. Il Capitano conosce alla perfezione ogni angolo della steppa, racconta la storia di ogni villaggio. Originario di Novosibirsk, ha fatto il servizio militare a Vladivostok, nella marina; al termine degli obblighi di leva, si è imbarcato come motorista su una nave mercantile, da cui è sceso solo 20 anni dopo, quando, a seguito del crollo dell’URSS, la flotta è stata in gran parte privatizzata. Regolarmente viene chiamato da ditte private e naviga ancora, per lo più nei mari del nord. “Ormai non è più come una volta. Le paghe sono molto basse, certe volte non vale neanche la pena accettare l’impiego offerto. Mesi e mesi in mare aperto su una nave rompighiaccio, lontano dalla famiglia e dagli amici... I giovani non vogliono più lavorare come marinai, preferiscono trovare un posto in un ufficio, a Vladivostok o a Mosca. È più sicuro, più tranquillo. Da un lato li capisco, dall’altro però non cambierei la mia vita con la loro. Ho visto tutto il mondo, dal Brasile al Giappone al Sud d’Africa. La città più bella è Venezia, un sogno, abbiamo attraccato al Lido nel 1984... Eravamo esotici, russi, venivamo dall’est, dal blocco comunista; la gente ci ha accolto con curiosità e affetto; quella mattina c’era il sole, l’acqua del Canal Grande luccicava”. Calvo, magro, la barba ispida, una cicatrice sulla guancia destra, il Capitano ha perso quasi tutti i denti a causa di una malattia delle gengive. Dimostra almeno 70 anni, ne ha 54. Conosce a perfezione la steppa dove è cresciuto come i mari e gli oceani che ha navigato; ha conseguito appena la licenza elementare ma la sua cultura è amplissima, spazia dalla meccanica alla fisica, dai venti alle correnti marine, dalla botanica alla storia. Ha letto molto sulla nave, la sera, quando non c’è nulla da fare e la libertà, assediata dall’acqua salmastra, diventa una schiavitù insopportabile. Nei suoi occhi azzurro scuro, con impercettibili sfumature verdi, si rispecchiano ancora i porti da cui è salpato e le genti incontrate. Anche lui scende a Novosibirsk, insieme a Kubat. Sorridono, salutano i pochi passeggeri che non si sono ancora addormentati. Kubat ha fretta di arrivare a casa e di rivedere suo figlio, che probabilmente già dorme, data l’ora tarda. Ad attendere il Capitano c’è invece la figlia, una donna che indossa uno spolverino rosso e che abbraccia lungamente il padre. La notte è stellata, fa freddo.
La bassa pressione si annuncia appena lasciata Novosibirsk e la pioggia sorprende il treno che è ancora notte; nessuno si chiede più che ora è, già dopo due giorni di viaggio gli orologi – che continuano a scandire il tempo di Vladivostok – non servono più a nulla. A mezzanotte è ancora giorno, il cielo si colora d’alba alle 11 antimeridiane.
Le nubi si diradano con le prime luci del mattino e il sole si riaffaccia a Omsk: l’aria è fresca, pulita, senza odore; spira un vento freddo dal nord, simile al “Borino” che nei giorni autunnali accarezza l’adriatico e fa increspare l’acqua salmastra e la schiena delle ragazze che passeggiano ancora vestite d’estate lungo il Corso di Fiume. Il confine con il Kazakistan è vicino, la steppa si estende fino a Bishkek e alle montagne del Kirghizistan; le recenti piogge hanno lasciato larghe pozze d’acqua ai piedi della massicciata; enormi camion corrono lungo la ferrovia, su strade non asfaltate, e alzano nuvole sbiadite di polvere marrone. I campi sono coltivati, per lo più a cereali. Il treno scivola facilmente verso Jekaterinburg, il centro industriale che segna il confine fra Asia e Europa. Gli Urali sono vicini, con i loro villaggi, ancora una volta in legno e con le colline agrodolci che il treno supera grazie a lunghi viadotti e a oscure gallerie. Il paesaggio è antropizzato, le distese selvagge e deserte della Siberia sono lontane, perse oltre gli Urali. È già Occidente.

Jekaterinburg-Mosca, 29-31 agosto (velato – bassa pressione, pioggia)

“Rose a nascondere l’abisso”
Nel suo viaggio verso Mosca, il treno attraversa le Repubbliche autonome della Ciuvascia e del Tatarstan: boschi di betulle corteggiano la massicciata, fra le case basse dei villaggi dai tetti in amianto spuntano bassi minareti in legno, quasi tutti colorati di verde. Solo dalla nuova stazione di Kazan, che si trova fuori città ed è stata costruita in occasione delle Universiadi del 2013, è possibile vedere palazzi altissimi, nuovi e splendenti. Appena lasciata alle spalle la città, le betulle si alternano a campi incolti, dove troneggiano pompe petrolifere e carcasse arrugginite di automobili. Marat è tataro; dopo una vita burrascosa ha trovato pace negli insegnamenti del Buddismo, di cui è uno studioso. La figlia è ormai grande, vive a San Pietroburgo, lui viaggia, segue i suoi maestri e vive di borse di studio e di piccoli lavoretti. Approfondisce alacremente la dottrina buddista, è stato a Ulan Ude dove c’è una scuola estiva di Buddismo famosa in tutto il mondo e trascorrerà i prossimi mesi a Mosca. Una camicia azzurra, i pantaloni a quadri neri e rossi, parla con gli altri passeggeri dei suoi studi e della sua religione, di cui spiega i precetti senza alcuna intenzione di imporli agli altri. In lui è assente ogni spirito missionario; dai suoi occhi trapela solo la voglia di pace, pace interiore a ogni costo. Lo ascolta con attenzione Kristina, 25 anni, di Irkutsk. Il viso magro, gli occhi di un azzurro slavato, Kristina torna a Mosca dopo le vacanze estive passate con la madre nella città natale. Studia recitazione nella capitale, non tornava a casa da due anni. È allegra e aperta. Ha le labbra sensuali, gli incisivi leggermente inclinati verso l’interno della bocca. Sorride spesso; ogni sorriso, ogni movimento, ogni sguardo è leggero e delicato, la voce calma e ferma. Quando sua madre ha saputo di essere incinta, il fidanzato si è rifiutato di assumersi le proprie responsabilità; la donna, ancora molto giovane, ha avuto un esaurimento nervoso e Kristina è passata sotto la tutela dei nonni, due amabili persone ma molto anziane: il tribunale dei minori non ha permesso loro di continuare a occuparsi della nipote; a sei anni Kristina è stata affidata all’orfanotrofio di Irkutsk. Per anni ha sperato e creduto che la madre sarebbe tornata a prenderla, ma gli altri bambini la schernivano, le davano dell’ingenua; i più sensibili le consigliavano, a sera, sdraiati sulle brande del dormitorio, di non illudersi e di dimenticare i genitori. Dopo tre anni la madre è tornata davvero: la legge russa impone al genitore che vuole riavere la patria potesta sui propri figli di trovare un impiego. La mamma di Kristina, con molte difficoltà, ha trovato un lavoro dignitoso e un nuovo compagno. La bambina è così tornata a casa, dove ha vissuto fino all’età di 18 anni, quando è riuscita a iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Mosca, indirizzo recitazione. Probabilmente, sul palcoscenico riesce a vivere un passato migliore rispetto a quello reale. Kristina racconta la sua storia senza pathos, guardando negli occhi Marat e Ljuba, una ragazza di San Pietroburgo di ritorno da un viaggio in Mongolia. La notte scende lentamente sulla Russia europea, ancora poche ore e il treno arriverà a Mosca. Le luci del vagone si spengono, Marat accende una piccola pila elettrica, la appoggia vicino a una bottiglia di plastica e l’acqua contenuta all’interno rifrange la luce fin sul finestrino, su cui colano di traverso grosse gocce d’acqua piovana. (Le mani si intrecciano leggermente, le braccia si sfiorano e le gambe si accostano lievemente, il contatto è leggero e violento come le ruote del locomotore che sprizzano scintille leggere quando scorrono sui binari. Ma bisogna aspettare, bisogna parlare, far finta che il mondo sia vero, far finta che il treno sia un treno e non pura follia lanciata nel nulla. Soltanto più tardi, soltanto nel neon che scioglie i contorni le braccia si intrecciano – si indietreggia ancheggiando, ci si sposta di fianco – le bocche si fondono, l’acqua di pioggia è saliva, saliva che scorre, il treno si scuote e cuce i contorni, e l’acqua è di vetro, e il vetro si fonde, si attacca al binario, e il binario non frena, aumenta indistinto –  sul desiderio insoddisfatto).
Le luci del vagone si accendono che è ancora notte fonda. Fra una quarantina di minuti il treno arriverà a Mosca, bisogna utilizzare la toilette per tempo, prima che chiuda per motivi igienici. I passeggeri, assonnati e distanti, restituiscono le lenzuola e le tazze da tè al cuccettista. Il treno arriva a Mosca, alla stazione Kazanskaya, sferzata da una pioggia battente, già autunnale. Marat aiuta i passeggeri a portare le valigie fuori dal vagone che lentamente si svuota. Sotto la volta coperta da una cupola di vetro e acciaio, la stazione brulica di facchini e di persone in attesa di amici e parenti. Il locomotore viene prontamente staccato dal resto del convoglio. Kristina si avvia verso l’uscita con uno zaino enorme sulle spalle. La pioggia ha ripulito l’aria di Mosca dall’afa estiva: i lampioni brillano bianchi sui palazzi del centro cittadino, giù giù fino alle luci arancioni del Cremlino e della piazza rossa; l’atmosfera è di cristallo, la pioggia è chiara e senza odore. Gli enormi edifici sovietici simili a torri dalla punta con la stella rossa risaltano nitidi sullo sfondo di nubi rosse e nere che corrono verso est e frastagliano l’orizzonte. Sulle scale che portano verso la metropolitana, non ancora in servizio, c’è solo Margarita, una scialba ragazza di ritorno da Uljanovsk, dove ha trascorso le vacanze, con una valigia per lei troppo grande. Presto riprenderà a lavorare come segretaria in uno studio da commercialista, ma il suo più grande desiderio è quello di fare la scrittrice e di vivere in Italia.
Solo nelle notti di pioggia di settembre e solo ai viaggiatori stanchi, Mosca, città severa, dà l’illusoria certezza che i sogni diventeranno realtà.


*Christian Eccher è nato a Basilea nel 1977, a Roma si è laureato in Letteratura Italiana Contemporanea e ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Filologia, Linguistica e Letteratura. Dal 2010 è docente di Cultura Italiana nell'ateneo di Novi Sad. Si dedica al giornalismo e collabora con testate serbe e italiane. Ha scritto numerosi articoli riguardanti il teatro e la geopolitica, con una particolare attenzione alle aree di frontiera dove le culture si incontrano e i popoli a volte si scontrano.
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