UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

I TACCUINI DI GACCIONE

AREZZO. L’ORTO DI VASARI
di Angelo Gaccione


Sentite come parla del suo orto Giorgio Vasari in una lettera all’amico cardinale Minerbetti: “Il mio orto, alido e sitibondo di me, sentendo che io vado, rimette le fronde, già secche per il dolore di vedermi stentare per le case altrui, doglioso nel vedersi da altre mani troncarsi le cime delle erbe et sbarbare i cesti delle ricche foglie, vero ornamento, honore et veste della fruttifera terra...”. 


Quello che Vasari chiama orto, in realtà è un giardino che circonda la casa di via XX Settembre che l’artista compra nel 1541 nel borgo di San Vito, e che a quel tempo era formata di campagna e orti. Una zona più fresca e silenziosa e di sicuro con un’aria migliore rispetto al resto della città fittamente urbanizzata. Era qualche tempo che volevo venire ad Arezzo per vedere proprio la casa del Vasari. In altro tempo mi ero limitato a visitare l’esterno della città, e avevo anche trovato chiusi alcuni luoghi. Per esempio la casa natale di Petrarca e diverse chiese, ma avevo potuto godere del Duomo e del Palazzo dei Priori, della Fortezza Medicea e di Palazzo Pretorio, di Santa Maria della Pieve, della fascinosa Piazza Grande con le case medievali e delle Logge Vasari, sotto i cui archi mi ero anche seduto per ristorarmi. Questa volta invece ho potuto fermarmi un numero di giorni sufficienti per esplorarla da un angolo all’altro e non mi sono fatto sfuggire nulla o quasi. Ho potuto con più agio sciamare dall’Anfiteatro Romano fino alle mura del Prato dove vigila il patriottico monumento al Petrarca; da Piazza Guido Monaco col monumento a questo figlio illustre del quale, se non è certa la sua nascita qui, ha qui tanto operato, dando al mondo il tetragramma prima e la solmisazione dopo, che alla musica apportarono un immenso beneficio, al Borgo di Santa Croce, e così via. 


Non ho ovviamente mancato l’appuntamento con le numerose chiese, e in particolare con la basilica di San Francesco di cui a suo tempo mi aveva colpito la facciata grezza e non finita (me ne ero ricordato anni dopo parlando di San Lorenzo di Firenze, e così è finita nelle pagine di Romanzo impuro nella parte ambientata in questa città), perché volevo vedere la Cappella Maggiore con i magnifici affreschi di Piero della Francesca  nel ciclo della Legenda della Croce. Di questo pittore ho visto tutto in città diverse, ma devo dire che questa chiesa meritava davvero. I suoi dipinti sono ammirevoli, ma non sfigurano artisti come Paolo Schiavo, Lorentino d’Andrea, Niccolò Soggi e il grande Spinello Aretino. Le vele della Cappella dipinte da Bicci di Lorenzo sono pregevoli, e le immagini si sono nel complesso ben conservate. Il racconto di Piero (perché tutta questa pittura ha un intento narrativo, didattico e simbolico) è superbo: le scene ed i colori squillanti, lo scandaglio teologico degli episodi della Bibbia di facile lettura per la sensibilità di una cultura che nel Rinascimento doveva ancora mantenere fortemente la sua cifra educativa e morale. Nella scena dell’Incontro della regina di Saba con il re Salomone, Piero si è ritratto in vesti sontuose e con lo sguardo frontale stranamente rivolto altrove. Non guarda, come il corteo di personaggi, all’incontro e all’evento dei due protagonisti che si stanno stringendo la mano. Ne è quasi estraniato ed indifferente. Nell’episodio della Battaglia di Ponte Milvio colpiscono invece gli occhi di Costantino e del suo bianco destriero, indomiti e fieri della imminente vittoria. Un enorme crocifisso dipinto da anonimo del XIII secolo introduce alla Cappella. Un altro in legno, anch’esso anonimo, è del XIV secolo lo trovate nella chiesa, ed è quanto di più umano e terreno possibile. Se ne avessi il tempo mi piacerebbe dedicare un lavoro corposo a questo simbolo cristiano, alle migliaia che ne ho visto scolpito, dipinto, affrescato, inciso, intarsiato a mosaico, in ogni dove. Non mi sono dispiaciuti in questa chiesa né il san Francesco giovane e sbarbato, né la statua in bronzo dell’Immacolata che lo scultore contemporaneo fiorentino Mario Moschi ha regalato alla basilica. Mi è dispiaciuto invece il prezzo esagerato del biglietto e soprattutto l’assoluta mancanza di cartigli esplicativi. Nulla di nulla, neppure uno straccio di guida che dica qualcosa ai visitatori di questa Cappella, e per somma di beffa una rivista del costo di 9 euro disponibile solo in francese, cosicché gli italiani non se la possono portar via, mentre i visitatori di lingua francese se la devono pagare.


Tutt’altra storia, invece, alla Badia benedettina delle sante Flora e Lucilla in piazza della Badia. Tutt’altra storia grazie all’anziano ma vivace e simpatico parroco don Vezio Soldani, che si è messo a disposizione e ci ha raccontato ogni dettaglio, fatto gustare aneddoti, opere e storia, con semplicità e sintesi. Ho usato la particella pronominale ci perché non ero solo in questa chiesa, assieme a mia moglie qualche straniero e un paio di “sperduti” italiani. Ci sono città straordinarie dove nessuno mette piedi, in compenso vanno a New York o alle Maldive. Anche su questa chiesa ha messo le mani il Vasari che l’ha completamente modificata. La sua presenza qui è molto forte: vi è stato portato, nel 1865, l’altare maggiore che aveva realizzato tra il 1562 e il 1564 per custodire le sue spoglie e quella della sua famiglia, e che in origine era stato collocato nella Pieve di Santa Maria. È stata per me una vera delusione apprendere da don Vezio che i resti dell’autore de Le vite e quelli dei suoi familiari (genitori, nonni e moglie), non erano dentro l’altare di questa chiesa come mi ero immaginato, e che invece erano andati dispersi. Vi sono rimasti i loro ritratti che l’artista ha dipinto, e nel Lazzaro e la Maddalena Vasari ha riprodotto il suo volto e quello della moglie. Tutto il complesso monumentale vasariano è straordinario, come straordinaria è la sua Assunzione, una tavola enorme del 1567 in cui si è ritratto fra gli apostoli con un libro in mano, forse il suo trattato sulla pittura. Ci sono opere di grande valore in questa chiesa, e basta citare qualche nome: Lappoli, Baccio da Montelupo (ottimo crocifisso ligneo), Segna di Bonaventura, il paliotto quattrocentesco (ambito Neri di Bicci), Maiano, Simone Mosca...


La casa natale del Petrarca, ora proprietà dell’Accademia Petrarca di Lettere Arti e Scienze di Arezzo, è in via dell’Orto al n. 28. Salendo il Corso Italia, tra la Pieve e la Cattedrale, compare questa costruzione solida, con il chiostro e un loggiato al piano superiore. Come sappiamo il poeta è morto ad Arquà, ora Arquà Petrarca, e ad Arezzo in realtà ha vissuto appena otto mesi, per via dei contrasti politici del tempo (il padre era della fazione dei guelfi bianchi) e ad Arezzo ci tornerà una sola volta in occasione di un viaggio a Roma per il Giubileo del 1350. Dunque il rapporto con la città è stato alquanto marginale, e tuttavia volevo vedere dove ha aperto gli occhi e cosa rimaneva in questa casa. Praticamente poco: l’attuale edificio è del XVI secolo edificato su quello che rimaneva dell’antica struttura. Vi si conservano opere d’arte, cimeli petrarcheschi, materiale numismatico dell’Accademia e i 4 mila volumi del letterato e naturalista Francesco Redi, che sono un notevole patrimonio per la città.
San Domenico invece non ve la dovete proprio perdere. Intanto per la sua singolare forma (probabilmente non finita), poi per la pendenza che la caratterizza, e ancora perché da fuori pare molto più piccola, rispetto all’omonima piazza, di quanto in realtà è all’interno. Qui il crocifisso di Cimabue che tutti abbiamo negli occhi per averlo visto tante volte sui libri d’arte, è posto al centro dell’abside. Non dimenticate che nel momento in cui lo dipinge Cenni di Pepo (Cimabue), ha solo vent’anni. Mi ha sempre impressionato quello stomaco “a caciocavallo” del Cristo che attira l’occhio più del volto dolente, più del corpo esile e quasi femmineo degli arti. 


Sfortunatissimo pittore, poco si conserva di altrettanto ben tenuto della sua opera, andata quasi pressoché perduta. Sulla destra troverete una crocifissione di segno opposto, quella di Parri di Spinello. È un affresco ben conservato, se si eccettua il pezzo di una delle figure che attorniano la Vergine affranta. Del padre di Spinello, Aretino, c’è una bella Annunciazione e una composizione più ampia, sempre ad affresco, di santi, martirii e miracoli, che sempre abbondano in pittura. Presente anche una madonna con Bambino affrescato da Duccio di Boninsegna e una terracotta “invetriata”, come si dice in gergo, di un San Pietro realizzato da Giovanni della Robbia assieme al fratello Girolamo. L’interno ha dodici monofore gotiche da cui filtra la luce, con i bordi a fasce come si vede nell’arte senese.
Ho scoperto che la Casa Vasari è ha pochi metri da questa chiesa, basta percorrere un breve tratto della via San Domenico e svoltare. Da sola la casa vale un viaggio ad Arezzo. Non è una semplice casa, è il luogo dove l’artista dà il meglio della sua visione artistica, della sua potenza creativa, del suo pensiero e della sua visione di mondo di uomo del Rinascimento. La acquista nel 1541, ma ci lavorerà per oltre 26 anni. Vuole affrescarla tutta e tornarci per riposarsi dalle fatiche e dal continuo girovagare per le continue faticose committenze. La finirà nel 1568, ma morirà appena sei anni dopo. La godrà per periodi piuttosto brevi con la giovanissima moglie Niccolosa Bacci, perché conteso com’era non gli era facile tirarsi fuori. 


Il piano nobile vi introduce nella Sala del Camino detta anche del Trionfo della virtù. Sul soffitto, dentro un ottagono, tre figure dal seno nudo, lottano aspramente. Sono l’Invidia e la Fortuna scacciate dalla Virtù. Alle pareti figure allegoriche, paesaggi, poeti della classicità. Nella Camera della Fama e delle Arti, la Fama è dipinta seduta sul globo terrestre e squilla la sua tromba per annunciarla ai quattro punti cardinali, mentre le Arti sono raffigurate nei pennacchi della volta e sono la Scultura, l’Architettura, la Poesia e la Pittura. Nei medaglioni delle lunette Vasari celebra i suoi amati artisti, fra cui il bisnonno Lazzaro, Luca Signorelli, Spinello Aretino, Bartolomeo della Gatta, Buonarroti, Andrea del Sarto, e naturalmente se stesso. La camera di Apollo e delle Muse rende omaggio al dio Apollo e ai vari dèi protettori: Melpomene, Calliope, Tersicore, ecc. con i simboli che li distinguono. Seguono la Camera di Abramo e quella del Trionfo della Virtù. La prima era la sua camera nuziale: per propiziare la fertilità raffigura il Padreterno che benedice il seme di Abramo, la stirpe che si genererà. Questo auspicio non si realizzò, Vasari non ebbe figli, e la stirpe di Abramo, cioè noi uomini, siamo quell’infame prodotto malriuscito, come attestano gli incendi di boschi, pinete e parchi, di questo periodo in ogni dove.  



Ricchissima la quadreria iniziata negli anni Cinquanta e arricchita da successive acquisizioni, contiene opere di artisti come Jacopo Zucchi, Jan van der Straet (italianizzato in Giovanni Stradano), Michele Ridoldo del Ghirlandaio, e tanti altri. Del Vasari vanno ricordati almeno il grande dipinto Cristo portato al sepolcro, opera di grande potenza espressiva e drammatica, e un Giuda. Prima di lasciare la casa, ho voluto sostare a lungo nel giardino e fra le piante. Non è tenuto molto bene: è l’Italia, signori. Ho voluto sostarvi perché immagino quanto gli fosse caro sostare qui, raccogliere le idee e riflettere: nella quiete del meriggio, all’approssimarsi del tramonto, o al mattino presto per prendersi cura delle sue amate piante.
Quelle piante sitibonde di lui, addolorate e dogliose di non averlo presente per prendersene cura.

***
VITERBO, LA CITTÀ DI PIETRA
di Angelo Gaccione


Se dicessi che la cosa più bella di Viterbo sono le rondini, naturalmente spudoratamente mentirei. Ma che volete, non accade in tutte le città il privilegio, e diciamolo pure, il miracolo, di essere svegliato al mattino dal loro garrire e dai loro volteggi. Il loro irrequieto sfrecciare senza posa, senza un attimo di tregua, sembra volerci dire che ogni gioia è breve e dunque questo vorticare festoso deve compiersi tutto intero ora, nell’attimo stesso in cui questa gioia ci è concessa, spensierata e dimentica di ogni coscienza. Finestre che si affacciano sui tetti, come queste della  Residenza Nazareth di via San Tommaso, tetti bassi per lo più, perché torri e campanili devono ergersi a loro presidio, in un confronto bivalente in cui potere religioso e potere civile danno la misura della loro forza. Simboli solidi, terreni, innestati nel corpo vivo della città.


Finestre che guardano cipressi, pini, cedri del Libano e suoni di campane in lontananza: non può desiderare di meglio chi come me giunge da Milano, dove il risveglio è annunciato dal caos dei motori, dai mille infernali rumori metropolitani. Di alcune città si dice che non dormono mai, e chi lo dice lo fa a cuor leggero, e non ha alcuna consapevolezza del delirio che sono diventate, e dove ogni rapporto con i ritmi biologici e naturali è stato violato e stravolto. I concetti di riposo, di quiete, di raccoglimento, di respiro della notte, sono scomparsi; e come noi, le stesse creature notturne ne sono state  private. Più nessuno spazio per il fantasticare e il sogno. Tutto è stato irrimediabilmente annegato, perduto in un eterno fluire, in un eterno presente che non conosce discontinuità, interruzioni, pause.
In un tempo passato, i nobili lasciavano le città per recarsi nelle loro dimore di campagna, le ville, a riposare, a villeggiare. Lì trovavano riposo e quiete. Siamo stati noi moderni a passare dal caos urbano al caos delle vacanze, in luoghi altrettanto affollati e caotici dove non si dorme mai, e ci si intontisce di rumori, di decibel alle stelle fino all’alba, fra alcool, pasticche e porcherie di ogni genere.
In realtà Viterbo, questa vera e propria città di pietra, è fin troppo bella. Basterebbero i suoi 5 chilometri di mura che la racchiudono e le sue 10 porte: Porta della Verità, Porta Romana, del Carmine, Faul, Fiorentina, Murata, sto citando a memoria, o l’intero quartiere medievale di san Pellegrino con le sue volte, torri, porticati, il suo acciottolato, il concio in peperino che trionfa ovunque, per dirne tutta l’importanza.



Manufatti notevoli come il magnifico chiostro longobardo di Santa Maria Nuova, chiese, fontane a fuso e palazzi a bizzeffe, qualunque direzione voi prendiate, e non solo quelle più canoniche come la piazza Plebiscito nel cui perimetro trovate il palazzo dei Priori e quello del Podestà, o la Piazza della Morte che vi conduce, attraverso il Ponte del Duomo, in Piazza san Lorenzo dove svetta il campanile della Cattedrale e troneggia il Palazzo dei Papi. Le vie e i corsi sono una continua sorpresa e conviene procedere a caso, sarà la città a venirvi incontro ed a stupirvi. Anche ciò che riterrete minore vi sorprenderà, potrà accadervi con il palazzo Ascenzi, ora sede del Circolo Cittadino Viterbese dove nel giardino scoprirete una magnolia della seconda metà dell’Ottocento e un nespolo selvatico gigantesco. La guerra non ha risparmiato questo palazzo, come mi informa Maria Rita De Alexandris, per fortuna ricostruito subito  dopo. Come il curioso altare della appartata chiesa di san Sisto che si protende verso l’alto con la sua lunga gradinata. Deve aver fatto una strana impressione ai fedeli che vi sono entrati per la prima volta, e si sono trovati il loro celebrante sospeso così in alto. Tuttora l’effetto rimane intanto. 


Se all’esterno la città si presenta colma di suggestioni, gli interni (palazzi e chiese) sono ricchi di capolavori di maestri che dal medioevo arrivano fino al XVIII secolo. Darne conto in uno scritto così contenuto sarebbe far loro torto. Mi sarebbe piaciuto vedere il Museo della Ceramica della Tuscia (un’altra eccellenza viterbese e dintorni), ma era chiuso. Il Palazzo Brugiotti che lo custodisce è anche tenuto male. Peccato. Come peccato davvero è la chiusura  definitiva dello storico Caffè Schenardi al numero 11 di Corso Italia, nella vicina Piazza delle Erbe. Nato ai primi dell’Ottocento, come tutti i Caffè europei aveva visto passare dalle sue sale e dai suoi tavolini, la vita politica e culturale della città, e ospiti di una certa levatura. 


Fa tristezza vederlo chiuso e solo un paio di immagini in bianco e nero ne rimandano, agli innamorati come me, l’atmosfera. A questi magici luoghi e alla loro precaria esistenza, ho dedicato molti anni fa un racconto dal titolo “Un caffè accanto al sigaro”, compreso ne La striscia di cuoio, libro più volte premiato. Come fa tristezza vedere lungo i muri di Palazzo Farnese, degli orribili pluviali di lamiera. Il punto non è quello che ci è stato lasciato in eredità dalla storia e dalle epoche passate, il punto è come lo custodiamo, come ce ne prendiamo cura. E soprattutto come e con quale coerenza a questi manufatti accoppiamo, facciamo innesti, accordiamo ciò che è moderno perché non stridi, non offenda, non gridi vendetta. Turba, altresì, e angoscia, il silenzio mortale e l’abbandono a cui parte del centro storico pare condannato. Vendesi e affittasi ad ogni passo. Le porte in rovina, i muri sbrecciati, l’acciottolato divelto, le crepe, se non riparati per tempo, finiscono fatalmente per deperire. Lo spostamento di parte della popolazione al di là della cinta muraria, nella parte nuova della città sicuramente più comoda e ricca di servizi, potrà creare problemi al nucleo antico. La città dovrebbe interrogarsi su tutto questo ed aprire una discussione pubblica collettiva. Il rischio è che una grossa parte del centro storico diventi un museo all’aperto degradato, muto e privo di vita. 

***
CIVITA DI BAGNOREGIO: LA CITTÀ CHE MUORE
di Angelo Gaccione

Civita di Bagnoregio

La cosa che più mi stupì, arrivando una domenica di giugno (e precisamente il 25 intorno alle 19, mentre il sole cominciava a declinare e nel cielo comparivano le prime strisce colorate del tramonto) sulla piazza Cavour di Civita di Bagnoregio (come si fa a dare il nome di Cavour alla piazza di un borgo etrusco medievale, è il mistero dei guasti prodotti dell’eccessiva esaltazione risorgimentale), è trovarvi l’allestimento di un coro e orchestra che si apprestava ad eseguire il Requiem di Mozart. Non che qui Mozart fosse stonato, anzi, ma proprio il Requiem in quella che è stata definita “la città che muore”, mi colpì molto. Probabilmente a nessuno del numeroso pubblico presente era venuto in mente questo accostamento, ma il mio insano mestiere ha, fra le sue perversioni, quella di una fantasia oltremodo eccitata.

Negli ultimi tempi ho firmato più volte degli appelli promossi dal governatore del Lazio Zingaretti, da Comitati e altre benemerite associazioni cui sta a cuore la salvaguardia di questo splendido borgo arroccato su una roccia di tufo. Ora apprendo che si sta cercando di sensibilizzare l’Unesco perché venga dichiarato patrimonio dell’umanità. Speriamo. Da più parti si sostiene, tuttavia, che è un’impresa disperata fermare il degrado di una materia la cui deperibilità sta nella natura stessa della sua essenza. Il tufo è un materiale fragile e delicato facilmente aggredibile dal variare degli agenti atmosferici. Lo sperone su cui il borgo sorge, continua a franare e a produrre crepe. Un’agonia lenta che angoscia tutti coloro i quali amano questo abbraccio di case, fantasiose e bizzarre nel loro disporsi, i suoi angoli poetici, i suoi piccoli giardini cintati, le sue pietre, il suo ricamo di viuzze. Non ho competenze per dire se questa sfida per impedirne la definitiva scomparsa è possibile. Tutte le volte che vado a Pavia a vedere la bellissima facciata della basilica di san Michele Maggiore, mi accorgo che pezzi di arenaria si sono sbriciolati; che le intemperie hanno prodotto altro guasto da un anno all’altro. E questo avviene ovunque, e sempre me ne torno immalinconito. Resta la segreta speranza che prima dell’inevitabile, la ricerca metta a disposizione degli studiosi, dei restauratori e dei tecnici, altre possibilità e altri rimedi. Un brutto ponte sospeso nel vuoto, si è dovuto realizzare per arrivare dentro il borgo di Civita dove risiedono un pugno di famiglie e alcuni esercizi necessari al ristoro dei visitatori. L’impatto visivo non è dei migliori, ma è stato necessario perché un’ambulanza vi possa arrivare, e così un furgone per le merci. Si sarebbe potuto valutare se non si potesse farne uno con materiali diversi e soprattutto visivamente più armonico. Ma forse la questione è che non si dovrebbe destinare ad altro, ciò che la storia, il tempo e le necessità, hanno fissato in quel modo. Un eremo per mistici contemplativi, una rocca a presidio militare di difesa e quant’altro, non possono essere trasformati in luoghi dei nostri bisogni contemporanei, senza farli diventare altro. Di innesti il tempo ne produce molti e le cose si stratificano come il terreno delle ere geologiche. Fa davvero impressione, ad esempio, vedere sulla piazza Cavour, incombere con tutta la sua mole, la cattedrale di san Nicola che è della fine del Cinquecento, dentro il borgo medievale del teologo Bonaventura, così piccolo e così raccolto. Ma il dominio cattolico dello Stato della Chiesa, non poteva non marcare il territorio, non lasciare i suoi simboli e innalzare i suoi campanili. Come oggi il potere finanziario con i suoi grattacieli, come ieri le torri dei Signori.    

***
FORTUNE
di Angelo Gaccione

Giorgio Bassani

Quale sublime fortuna accompagna la vita di certi uomini che può contare sulla memoria fedele di altre anime (rare, ma ancora esistenti), che ne custodiscono vivido il ricordo e la difendono con una passione così pervicace e ostinata che commuove. Confesso di aver provato una punta di invidia nel sentire con quale devozione la professoressa Silvana Onofri, membro della Fondazione Bassani di Ferrara, raccontava dell'autore di Cinque storie ferraresi, di come ne prendeva le difese e rievocava i ricordi di un lontano passato. E come subito si è messa amichevolmente a disposizione per portarmi sulla tomba dello scrittore il giorno dopo, nel cimitero degli ebrei in via delle Vigne.
L'idea, magnifica, era farmi ascoltare il testo poetico “Rolls Royce” proprio davanti alla sua tomba, in quel cimitero disteso tra i vecchi, assopito nel campo tutto arreso a uno sguardo infinito, come ha scritto, e dove riposano i suoi cari.
La mattina del primo giugno però, trovammo il cancello chiuso per una delle tante feste ebraiche. Non ci perdemmo d’animo, munita di un piccolo stereo portatile, Silvana, che era arrivata in bicicletta, mi portò sul terrapieno delle mura di San Giovanni, proprio nel punto in cui Bassani ne Gli occhiali d’oro descrive il cimitero dall’alto. In linea d’aria la sua tomba era appena sotto le mura e non visibile; visibili erano qua e là alcuni cippi schermati dalle piante, ma il posto non poteva essere più consono. Non accade tutti i giorni la fortuna che un’ammiratrice colta e informata si prenda la briga di farvi ascoltare la voce di un amato scrittore a pochi metri da dove il suo corpo riposa. Che vi dedichi con pazienza alcune ore del suo tempo per dirvi che anche il magnifico polmone verde che state attraversando, denominato Canpagna dentro la Città, è qui integro perché il suo amato scrittore, presidente per un periodo di Italia Nostra, levò anche la sua di voce e lo difese come patrimonio collettivo. Un parco stordente di profumi di alloro perché di questa pianta è stracolmo. E quale meraviglia per me avervi scoperto alcuni alberi della mia fanciullezza: il gelso bianco e il gelso nero. Dal sugo dei frutti dolcissimi di quest’ultimo, un rosso stupendo, ci imbrattavamo mani e viso, torso e gambe; i più maturi di essi ce li scagliavamo addosso in una battaglia innocua dopo esserci quasi del tutto denudati. Guai se fossimo tornati a casa con pantaloncini o magliette colorati di rosso! Portavamo i segni di “ferite” da cui saremmo presto guariti: bastava strofinare su tutto quel rosso ostinato, alcuni gelsi rossicci ma non ancora maturi, e come d’incanto ogni traccia spariva.

La tomba di Bassani nel cimitero ebraico
                                                                            ***

Ferrara. Un particolare del Duomo

A Casa Ariosto, dove lo scrittore Roberto Pazzi ha avuto la grande generosità di venire il 31 Maggio scorso, per dire altrettante generose parole sullo scrittore Carlo Cassola, riferendosi alla vita di provincia raccontata dall’autore de Il taglio del bosco, ha affermato che mai si sarebbe separato dalla sua magnifica città, mai avrebbe lasciata per un altro luogo la sua Ferrara. Che grande fortuna, mi son detto. Ho riflettuto molto nei giorni seguenti su questa sua perentoria dichiarazione d’amore, e ho pensato al misero destino degli sradicati come me che hanno perso una terra senza averne fino in fondo acquisita un’altra.

Roberto Pazzi
                                                                            ***


A Palazzo Schifanoia in via Scandiana il visitatore ci va per farsi sedurre dai magnifici affreschi del Salone dei Mesi. Ma a me è capitata la fortuna, stanco dai troppi giri a piedi, di fare sosta anche nell’ampio giardino che lo delizia. E quale non è stata la sorpresa nello scoprirvi degli stracarichi alberi di visciole! I piccoli aciduli frutti di queste piante, sconosciuti ai più, non erano neppure degnati di uno sguardo. Per terra, un tappeto fitto di quelli già abbondantemente maturi. I rami ne trionfavano, ma nessuna mano, se non la mia, si è levata per raccoglierne alcuni. E pensare che al Portico di Ottavia, quasi di fronte alla sinagoga di Roma, gli ebrei continuano a fare una gustosissima torta di visciole e ricotta, capace di farvi schivare non solo la noia, ma sopportare persino il traffico delirante della città.

Le visciole

***  
CORTILI APERTI
di Angelo Gaccione

Milano. Cortile di palazzo Borromeo

Queste giornate dei “Cortili Aperti” sono divenute ormai canoniche qui a Milano, un po' come l'apertura di musei, castelli, magioni nobiliari, siti archeologici e beni del patrimonio culturale in genere, in ogni parte d'Italia, visitabili gratuitamente in alcuni periodi dell'anno.Sabato 20 Maggio, a Milano era una calda, magnifica, giornata più che primaverile ed era una di queste “giornate aperte” alla visita dei cortili di alcune tra le più blasonate dimore altoborghesi e nobiliari. Si trattava dei soli cortili per le case abitate, ma per le case museo come ad esempio Bagatti-Valsecchi di via del Gesù, palazzo Morando di via sant'Andrea, o il Poldi Pezzoli di via Manzoni, si potevano vedere, pagando una quota contenuta, palazzi e arredi, ambienti e collezioni. L'area compresa tra quella che oggi viene definita “quadrilatero della moda” (un tempo oramai lontano borgo delle arti e delle cospirazioni), offriva ben 9 possibilità: palazzo Belgioioso, casa Bergamasco, casa Marchetti, casa Del Bono, palazzo Morando, palazzo Borromeo D'Adda, palazzo Anguissola Antona, casa museo Bagatti Valsecchi, palazzo Vidiserti. Alcuni di questi luoghi li conosco a memoria e non so quante volte li ho visitati, di altri ho anche scritto. Le vie che li contengono fanno parte della mia mappa mentale per ovvi motivi e percorrerli è per me sempre una grande emozione. Tra la via Manzoni e la via Montenapoleone questi luoghi mitici hanno sede e hanno una forte presa sulla mia immaginazione. Al numero 8 della via Manzoni è nato lo scrittore Carlo Emilio Gadda nel 1893, come indica la lapide semisbiadita, anche se è morto a Roma dove sono andato a fargli visita molti anni fa, al cimitero acattolico, vicino alla Piramide Cestia di Porta San Paolo. Al numero 29 c'è il Grand'Hotel et de Milan con la suite 105 dove Giuseppe Verdi morì nel 1901 e dove si conserva intatto l'arredo, nella stessa disposizione del fatale, gelido gennaio di quell'anno. Ho avuto la fortuna di poter visitare in privato quelle stanze, qualche tempo fa, grazie alla liberalità della Direzione, di esserne sufficientemente edotto ed infine omaggiato di un raffinato volume stampato da Franco Maria Ricci, che attraverso gli ospiti più illustri racconta un secolo di storia milanese. Avrei voluto presentare il mio libro Milano città narrata edito dalla Meravigli, in uno dei saloni di quest'albergo, ma poi si optò per la Galleria Vittorio Emanule II.
Una delle anguste traverse di via Manzoni conduce, attraverso via Morone, alla casa dello scrittore de I promessi sposi, e la cui singolare facciata si apre sulla piazza Belgioioso dove c'è l'omonimo imponente palazzo, ma sulla via Morone ci sono ora Casa Bergamasco (al n. 2) e casa Marchetti (al n. 4). I cortili aperti di questi palazzi, sobriamente neoclassici e dotati di colonne, sono appartenuti a patrizi, a patrioti, a letterati. D'Azeglio che aveva sposato la sfortunata figlia del Manzoni, abitava proprio di fronte alla casa dell'augusto suocero. Un'altra traversa gronda anch'essa di storia e di memorie, la via Bigli. Al numero 21 abitò la contessa Clara Maffei, il cui celebre salotto accoglieva letterati, artisti, musicisti, patrioti, cospiratori. Rivoluzionari che si battevano ardentemente per l'indipendenza della patria dal dominio austriaco. Questo stesso palazzo vide il soggiorno giovanile (dal1894 al 1900) di Albert Einstein, a cui questa città fu sempre cara, e più avanti, al numero 15, visse il poeta Eugenio Montale che vi morì nel 1981. Ma via Bigli è importante perché al numero 10 c'è palazzo Vidiserti, dove il 18 marzo del 1848 i capi dell'insurrezione stabilirono il loro quartier generale, per dare vita a quelle che passeranno alla storia come le
eroiche Cinque Giornate di Milano. L'uscita opposta affaccia sulla via Montenapoleone, oggi dominata dal lusso sfacciato e dalle griffe di stilisti e marchi di ogni genere. Un tempo quei palazzi videro altre temperie ed altri scopi. Al numero 23, quasi a ridosso del quartier generale, c'è la casa in cui visse tra il 1840 e il 1848, il più acuto teorico della rivoluzione, Carlo Cattaneo. Ma oggi chi se lo ricorda più? Le lapidi diventano via via illeggibili e chi entra nei cortili di questi palazzi o percorre queste vie, è più sedotto dalle merci esposte nelle vetrine scintillanti, dal lusso e dalle Ferrari parcheggiate, che centinaia di telefonini immortalano come totem divenuti trionfali, piuttosto che dalle memorie patrie o letterarie. Segno dei tempi. Feticci di una modernità avviata spensieratamente al suo declino.

***

KAMEN’

La rivista di poesia e filosofia, Kamen’, diretta da Amedeo Anelli a Codogno, provincia di Lodi, è arrivata al 50° numero ed ha compiuto 26 anni. Sia in bosniaco che in sloveno il sostantivo kamen significa pietra, se è questo il senso che Anelli ha voluto attribuire alla testata, allora bisogna riconoscere che la sua creatura ha davvero una buona tempra ed è resistente come la pietra. Ventisei anni e 50 numeri per una rivista di questo genere non sono affatto uno scherzo. Questo cinquantesimo numero (pagg. 114 € 10,00) fa un magnifico regalo a noi estimatori dello scrittore Giuseppe Bonura, perché apre il fascicolo con oltre 40 pagine a lui dedicate. La sezione compresa sotto il titolo “Letteratura e giornalismo”, è curata, introdotta, e annotata, dall’ottimo Alessandro Zaccuri che si conferma una volta di più come il più appassionato, attento, devoto alla memoria dell’amico, che fino alla sua scomparsa ha condiviso le stesse pagine del quotidiano “Avvenire”, su cui Bonura ha esercitato la sua critica letteraria con un’acribia, un’onestà, e una credibilità piuttosto rare. Il Bonura critico, militante radicale ed estremista, non faceva sconti a nessuno: si poteva dissentire dai suoi giudizi, ma non erano mai dettati dalla malafede, semmai dal convincimento profondo che essendo il lavoro sulla letteratura preciso come quello di un maestro artigiano, non si poteva mistificare, e lui ne sapeva riconoscere i difetti perché possedeva quell’occhio esercitato che il buon maestro ha affinato sul campo in anni e anni di pratica con gli utensili più acconci e su una materia che non sempre si lascia plasmare e addomesticare. I brani riprodotti da Zaccuri danno un assaggio di questa sostanza di Bonura, il lettore ne è felicemente sorpreso e spiazzato perché è costretto a rivedere ciò che gli era sfuggito, ciò che la superficie aveva nascosto, e la sua intelligenza ne viene illuminata. Molti in questi scritti sono gli spunti che fanno di Bonura il “solitario” di cui parla Zaccuri, valgano per tutti quelli sul Manzoni.
A.G.  

[Per contatti con la Redazione della rivista amedeo.anelli@alice.it 
Libreria Ticinum Editore Tel. 0383-212285]


***
IL GIOVANE FAVOLOSO
di Angelo Gaccione

Recanati. Palazzo Leopardi con la chiesa

Sorvolo sulla diatriba cinema-letteratura vecchia come il loro rapporto, e non entro in merito agli aspetti più propri della “macchina” spettacolare che attengono al puro mezzo espressivo e alla sua finzione, ricordando a me stesso, come ha scritto Enzesberger, che la lettura è un atto anarchico e ognuno vi coglie ciò che più lo interessa e da cui è affascinato. Dunque, anche l’angolo visuale da cui si pone il regista, deve rientrare a pieno diritto in questa legittimità. Mi importano invece i dati salienti. Il primo resta che la regia di Mario Martone si tiene molto a bada, e questo è un pregio. Il secondo è che dentro la narrazione cinematografica, ha inserito una recitazione apertamente teatrale che è il fascino de Il giovane favoloso

Elio Germano nel ruolo di Leopardi


Tutta la recitazione di Elio Germano, che è l’interprete di Leopardi, lo è. Il fuori (quello che il lessico della settima arte chiama gli esterni), è ridotto all’essenziale e le inquadrature non vi indugiano mai troppo. Lo sguardo su Recanati è quasi sempre colto da dentro: la finestra del palazzo del conte Monaldo come palcoscenico, il fuori come fondale per lo più evocato, ridotto all’essenziale, con sequenze brevi e senza compiacimenti descrittivi. Gli scorci del borgo, la notte, il belvedere di palazzo Venieri da cui lo sguardo spazia verso la vallata, la luna che incornicia un ritaglio di cielo, i pochi stacchi sul colle dell’Infinito. Ma lo stesso avviene a Napoli: il Vesuvio con la sua lava hanno più il carattere di fondale teatrale dipinto, che quello oggettivo e reale che la macchina da presa registra. Scelta dunque molto attenta, considerati gli scenari di grande suggestione -Recanati in primis-, e poi Firenze, Roma, e in particolare Napoli con il suo folklore, il suo colore, la sua vitalità.

Recanati. La piazza con il monumento del poeta

Il film nella sua centralità verte su due istanze: il desiderio di gloria di un giovanissimo genio, e il desiderio di fuga. Per gloria deve intendersi qui non la ricchezza e il successo come li intendiamo oggi nella loro più deteriore accezione. Non dimentichiamoci che Leopardi era già ricco ed era un conte. Gloria per un letterato e un uomo di pensiero quale Leopardi è, significa semplicemente che gli scritti prodotti da quella arte e da quel pensiero, devono poter entrare in risonanza con gli spiriti più eminenti, ricettivi e sensibili del suo tempo, per essere discussi e valutati con sguardo aperto e sgombro da pregiudizi. Cosa che evidentemente non poteva avvenire nel clima soffocante di Recanati, dominato da una madre bigotta e dalla presenza ossessiva e invadente di un clero reazionario. Ricordiamoci che le Marche erano sotto il rigido controllo dello Stato Pontificio. La fuga non è che consequenziale a questo prepotente bisogno che abbiamo appena illustrato.

La Biblioteca

Il padre, conte Monaldo Leopardi, ama profondamente il figlio e ne sa riconoscere il talento. Non solo di Giacomo, in verità. Ho visto nel palazzo di Recanati e nella immensa enciclopedica biblioteca paterna (voluta e messa assieme dalla sua caparbietà, non lo si dimentichi), i magnifici disegni di Paolina e quelli di Giacomo stesso; ma apprezzava anche  le eccellenti qualità di studioso del figlio Carlo.  
Ho visto la sezione dei libri proibiti e messi all’Indice a cui i tre ragazzi potevano liberamente accedere per leggerli e consultarli in piena libertà. So della sua indulgenza verso i dinieghi del figlio a prendere parte alle continue funzioni religiose che avevano luogo nella loro chiesa privata, posta proprio di fronte al palazzo, e in cuor suo non vuole affatto farne un ecclesiastico, come vorrebbe la madre e la componente materna degli zii. Se opportunisticamente Giacomo avesse voluto conseguire fama e ricchezze, la carriera ecclesiastica gliele avrebbe servite su un piatto d’argento. Quello che Monaldo non ha compreso, è che è stata proprio la sua liberalità intellettuale a “minare” lo spirito del figlio; sono state le letture dei libri della sua immensa biblioteca, gli autori altrove proibiti che il figlio ha avuto in mano, lo “studio matto e disperatissimo”, a fornirgli la dinamite. Da lì sono venuti gli elementi della sua Weltanschauung, della sua disillusa visione dell’esistenza e della sua caducità. Una visione tragica e un pensiero nutrito dal dubbio che erano stati propri dei grandi tragici dell’antichità prima di lui, e delle intelligenze più profonde e inquiete della modernità. Lui non era che il più contemporaneo di quella schiera, e se il caso aveva voluto radicarlo nell’Ottocento, non era sua la colpa. Il secolo delle “magnifiche sorti e progressive”, il secolo dell’ottimismo positivista non poteva sedurlo. E tuttavia aveva pur scritto una canzone “All’Italia” nel 1818, ma poi erano venuti i moti e le successive repressioni con le fucilazioni, le impiccagioni, il carcere e l’esilio dei patrioti e dei rivoluzionari. Se il suo animo di poeta non poteva non cogliere la bellezza straordinaria della natura, il suo pensiero non poteva tacerne l’arbitrio, il cieco procedere, in cui non c’è posto per nessun Dio regolatore. Solo la cieca forza di cui la furia del Vesuvio è l’emblema.


Quando infine il padre gli accorderà il permesso di lasciare Recanati, l’esperienza si rivelerà per molti aspetti fallimentare. Gli ambienti intellettuali lo deluderanno: sarà così a Roma, sarà così a Firenze. I salotti lo annoiano, gli intrighi lo disgustano e li trova meschini. Napoli con tutte le sue contraddizioni e malignità, resta il luogo più ospitale e gioioso, il più caloroso, sempre protetto dall’affetto fraterno di Paolina e Antonio Ranieri. Ad ogni modo restano centrali il “borgo selvaggio” Recanati per la forza della poesia, Napoli per i bagliori di felicità dell’esistenza e dove si accentuano la svolta materialista e la polemica contro il romanticismo cattolico. E soprattutto, dove, nasce quell’Odorata ginestra / contenta dei deserti.
Il paradosso è che il filosofo del nulla e dell’inutile e sconsolato vivere, il cantore della natura matrigna, ci ha lasciato alcune delle poesie più belle dedicate da un poeta alla natura. Di tutto questo il film rimanda i suoi echi, consapevole che la materia era tutt’altro che disposta a lasciarsi addomesticare. Il tentativo è stato comunque encomiabile e certamente agli studenti offrirà spunti per interessanti approfondimenti. Ottima la prova attorale di Elio Germano e molto belle le atmosfere. 

***
POETI IN PROPRIO
di Angelo Gaccione

La copertina del libro

Comincerei dalla dedica: all’amico Angelo Gaccione, sono sempre un poeta postumo. Una dedica giustamente criptica, ma che si chiarirà più avanti. Molti conoscono Franco Paone, qui a Milano, e lo hanno incontrato spesso in occasione di presentazioni di libri, letture poetiche ed altre manifestazioni culturali. Sanno che è stato amico di molte figure importanti della poesia e della cultura scomparse, e che tuttora di molte egli lo è. Non sanno invece, perché raramente o forse mai, lo hanno sentito leggere versi in pubblico e tanto meno hanno visto un suo libro in circolazione. Per me, Giampiero Neri e il folto gruppo che frequentava il salotto letterario di Irene Stefenelli in via Marcora (piazza della Repubblica) e altri luoghi della Milano dei libri (e non solo), non era un mistero la sua attività di poeta e non lo era l’ottima qualità della sua poesia. Non lo era nemmeno ad un poeta come Vittorio Sereni che di Paone è stato estimatore, e che lo ha più volte incoraggiato a pubblicare i suoi versi e di smetterla di fare il “postumo in vita”. E poiché Franco sapeva che io ero al corrente della sua produzione poetica, ecco spiegata la dedica che il 5 dicembre scorso, portandomi Invariazioni sul nero alla Casa della Cultura dove stavamo occupandoci di un romanzo, ha voluto apporre sul frontespizio. Un richiamo a quella lontana stagione e a quella remota eco Sereniana. Postumo lo rimane ancora ad abundantiam, se diamo retta al nutrito elenco di titoli riportati nella quarta di copertina.
Veniamo ora alle date: 1953-2016. Questo è l’arco di tempo in cui Paone ha raccolto l’intera produzione poetica, messa assieme in ben 63 anni, praticamente una vita. Possiamo però immaginare quanti altri testi non siano entrati in questa corposa pubblicazione (336 pagine), e quanti ne ha scartati o dovuti sacrificare. Se teniamo conto che Franco è del 1935, si capisce come il suo rapporto con la poesia sia cominciato in un’età giovanissima e non si è più interrotto. Dunque Franco ha concepito la sua vita come inseparabile dal fare poetico e dalla sua espressività.
L’edizione. In perfetta coerenza con le sue vedute e le sue convinzioni critiche verso l’industria editoriale e l’inflazionato mondo della poesia, Franco ha aspettato di giungere alla veneranda età di 81 anni per decidersi di dare alle stampe la sua produzione poetica. Probabilmente ha sentito l’esigenza di essere lui stesso a scegliere, sistemare e dare ordine ai testi, per evitare che “dopo”, da “postumo”, la scelta fosse arbitraria e non conforme alle sue vedute; ma ancor più perché ha voluto essere lui stesso factotum della sua opera: autore, sistematore, curatore, annotatore, editore in proprio, esegeta. Si vedano le tre note poste in apertura del libro, le spiegazioni che dà a Giuseppe Jacona sul collage di aggettivi posti a sottotitolo del corpus: sinfonico, tattico, ortopedico, lunare, e la nota conclusiva della penultima pagina sul perché di quel Parenti Neri Editori messo in copertina. Personalmente non so se è mai esistito un Franco Parenti Editore come sostiene Paone; per certo è esistito e ancora opera un Neri Pozza editore, e che il Neri Parenti regista è molto noto ai cinefili. Ad ogni modo, qualunque siano le motivazioni, quello che è chiaro a noi pochi possessori del volume di cui Franco ha voluto farci dono, è che egli non ha tollerato che altri, se non lui, su questa pubblicazione mettessero le mani. Ha gestito tutto in proprio, tiratura compresa, ha messo ciò che ha voluto in copertina e che più lo rappresentasse (la foto del Porto Antigo dell’Isola di Sal di Capoverde), ha rifiutato che il libro avesse un prezzo, e soprattutto assicurarsi  che vada nelle mani giuste, quelle mani in cui il libro possa trovarsi bene e a proprio agio.
La materia. Trattandosi di oltre 260 componimenti e considerato i sei decenni che attraversa, si capirà facilmente come il libro rifletta su un ventaglio di temi fra i più vari. Ma quel che qui più conta, è il modo come i temi vengono affrontati; come il verso “piega” la materia alle sue esigenze; come questa si debba “adattare” al lessico, allo strumento del poeta, alla sua fucina, e come da questa forgiatura il verso ne esca arricchito e spiazzante. Tutto questo è possibile perché Paone ha affinato un orecchio oltremodo sensibile, sempre vigile a tenere a bada la zavorra e di alleggerire il suo “carico”, ed in particolare a servirsi di due antidoti magnifici che padroneggia a meraviglia: l’ironia e il cinismo. Queste due risorse così ben impiegate, fanno dei versi di Paone una mistura godibile che non lascia scampo ad alcun ottimismo consolatorio.
Qualche esempio.

l’amore la pace
per colomba che ne voli
prestato sempre
nudo alla porta
- ieri bimbi m’han donato
una conchiglia
dentro millanta a eco il mare
e vaste lande lontane…
così la misura di tutto è nell’acqua –
della colomba
ala e verso massacrati

*
a una ragazza
che di cognome
si chiama Guerra
- due punti-
i tuoi seni sono il suono lontano
delle sole bombe che amo

*
ricetta:
schiarire con lucido per scarpe incolore
di marca inglese
la pelata del Ciriaco-Bettino

per il passato
i fratelli Caltagirone che furono e sono
di Caltagirone
e anche Giulio che è dello stesso luogo
e di tanti altri posti
a macchia d’olio

per contorno
una smaneggiata di chiappe
alla nipotina


***
EDITORI
di Angelo Gaccione

La copertina del libro di Silvio Raffo


Buona notizia quella della nascita delle Edizioni New Press di Cermenate (Como), un’editrice che ha deciso di rivolgere la sua attenzione esclusivamente alla poesia. Direttore della Collana battezzata Il Cappellaio Matto, è il critico letterario e poeta egli stesso, Vincenzo Guarracino. Guarracino ne è l’anima e sta procedendo con la relativa necessaria cautela che l’impresa richiede, considerato quanto il settore sia inflazionato e superaffollato. Poiché Vincenzo ha messo in gioco il proprio nome, è naturale che voglia fare della sua creatura una cosa degna e di qualità; che il catalogo acquisti il necessario prestigio e si imponga all’attenzione dei cultori e delle intelligenze più esigenti. Alberto Mari e Silvio Raffo sono i primi due poeti pubblicati e sul cui valore e il robusto cursus poetarum non si discute. Pregevole nella semplicità della grafica, tuttavia a mio parere l’edizione dovrebbe risolvere alcuni aspetti fondamentali per una Collana elitaria come la poesia: quella della copertina eccessivamente delicata nel suo biancore e che si sporca con estrema facilità, quello del prezzo di copertina troppo alto (18 euro per un libretto di appena 60 pagine sono un vero salasso) che rischia di penalizzare un mercato già di per sé asfittico. Se mi posso permettere qualche suggerimento (da cultore di libri e da addetto ai lavori), considerato che gli editori sono anche diretti proprietari, oltre che esperti stampatori, inserirei le alette di copertina per rendere più accattivante l’edizione (una preziosità utile), e soprattutto l’uso della rilegatura in filorefe per salvaguardare il libro nel tempo. Questa buona, antica pratica, sta diventando sempre più marginale e i libri finiscono per sfarinarsi fra le mani. I cultori di libri sanno che questi elementi rivestono grande importanza, per un oggetto così particolare, e che certamente non può considerarsi una merce qualsiasi.  

***
Il poeta Silvio Raffo

[Riportiamo uno dei magici testi poetici della raccolta di Silvio Raffo
Veglia d’autunno, pubblicata dalla New Press Edizioni, 2016]

SILVIO RAFFO

(Kind will be Death)

Con noi sarà gentile. Noi l’abbiamo
esaltata in bei versi tante volte
fingendo di ascoltare il suo richiamo
dalle torre a ogni cambio delle scolte.

Più lieve di un respiro all’ascoltarsi
sarà il suo passo. Tacita catarsi
di frenetiche corse, e ridondanti
passioni folli ed insignificanti

*
(sweet winter)

Ci attende un dolce inverno che ogni male
dissolverà nel gelo dei tramonti –
per letto avremo lividi orizzonti
e la neve sarà nostro guanciale

***
SCRITTORI
di Angelo Gaccione

La copertina del volumetto

Encomiabile quanto prezioso, questo progetto letterario di Federico Migliorati, di ricomporre dei ritratti intimi e più privati di scrittori, in agili volumetti in cui oltre alla parola, una decisiva importanza rivestono le immagini. Il tutto attraverso una serie di colloqui diretti con gli autori, per i viventi, e attraverso conversazioni con i parenti più prossimi e con sodali e amici che li hanno frequentati, per gli autori scomparsi. Aneddoti, foto, documenti inediti, lettere, stralci di manoscritti, immagini di parti di città legate all’opera dell’autore preso in esame, la facciata della casa dove ha vissuto, la tomba e quant’altro può rientrare nell’interesse prima di tutto del ricercatore, e quindi del lettore. A supportare questa esplorazione di Migliorati, c’è la Fondazione Zanetto di Montichiari (Brescia) che ha dato di recente alle stampe un delizioso tascabile dedicato a Bassani e alla sua Ferrara, con una conversazione con la figlia Paola dal titolo Giorgio Bassani: nel giardino della cultura. Si tratta di un librino di 40 pagine che gli estimatori di Bassani sicuramente apprezzeranno.

Per richieste: Fondazione Zanetto
Via XXV Aprile n.30
25018 Montichiari (Brescia)
Tel. 030-2121040
Cell. 366- 4311080

Email: graphiclin@libero.it

***
FERRARA DELLE DELIZIE
di Angelo Gaccione





Boiardo, Ariosto, Tasso, Bassani, Frescobaldi, Antonioni, Florestano Vancini, Foà, Pazzi, De Pisis, Boldini, Savonarola, Previati, Dossi, Cosmè Tura, Francesco Barbieri detto il Guercino, Achille Funi, Biagio Rosetti, Dossi, Sebastiano Filippi detto il Bastianino… e  potrei continuare questo elenco ancora per diversi righi. Fra quelli che vi sono nati e quelli che vi hanno lavorato e vissuto, Ferrara vanta un florilegio di nomi straordinari che hanno eccelso in ogni campo. Se può bastarvene uno vi citerò Copernico che vi insegnò diritto canonico, come ricorda la lapide affissa sul palazzo Arcivescovile di corso Martiri della Libertà, che quasi tocca il fianco della Cattedrale e che dà il nome alla piazza. Vi sono luoghi in cui si va e si ritorna come in pellegrinaggio, tanto sono carichi di simboli, di archetipi e di miti che hanno alimentato ogni fibra della nostra immaginazione. Si sono sedimentati nella nostra memoria come visioni incancellabili e ci è doloroso il solo pensiero che potrebbero più non esistere. Sono stato in dubbio a lungo se scrivere o meno questa nota: Ferrara è come Venezia, è stato detto tutto. E mentre l’incuria e il terremoto di questi mesi e di queste ore, stanno cancellando vite umane e pezzi straordinari del nostro patrimonio artistico e culturale, un nodo mi serra la gola: e con la più impotente e sconsolata coscienza mi rendo conto di quanto tutta questa preziosa bellezza sia fragile, vulnerabile, effimera. Di quanto le istituzioni del mio Paese siano indifferenti ad essa, di quanto il meglio di questa mia dolente patria sia a rischio di estinzione. Comprenderete dunque con quale animo io possa raccontarvi le meraviglie di questa città dopo averla esplorata con trepidazione da cima a fondo, e quale sia l’angoscia che mi attanaglia per ogni sua possibile, irreparabile perdita. 



Quanto sia rimasta bella Ferrara lo si può vedere dalle sue mura. Per nostra fortuna ci sono ancora delle città o dei piccoli borghi che le mura le hanno preservate: Lucca, Montagnana, Palmanova, Sabbioneta, Bergamo alta, Monteriggioni, e tante altre ancora che mi sono imposto di visitare prima di chiudere gli occhi, sperando che il doppio terremoto (“morale e geologico”), come ha ben sintetizzato in una telefonata il mio amico pittore Filippo Gallipoli e che assedia la nostra bellissima, infausta Nazione, ce ne lasci il tempo. Quasi 9 chilometri di mura la cingono e la contengono con i loro baluardi a cuneo e i loro torrioni, ma quanto fosse stata ancora più suggestiva lo attesta l’impianto antico riportato dalle carte, con i pontili a mattoni che scavalcavano il Po. Cos’abbia fatto di magnifico l’architetto Biagio Rossetti con la cosiddetta Addizione Erculea è visibile a ogni occhio che sa guardare. E fortunatamente la città ha saputo mantenere la sua intelligente misura e ciò che svetta verso l’alto sono solo le torri e i campanili. Persino le architetture della fascistissima Ferrara sono state rispettose e conservano una loro severa eleganza e nobiltà. Naturalmente a sedurre un impenitente appassionato come me, è la Ferrara dei vicoli medievali, quella stupenda di via delle Volte, quella dei magnifici portici che scorrono sui due lati di via san Romano, la rettangolare piazza Trento e Trieste, un tempo più appropriatamente piazza delle Erbe, con la bella Cattedrale di san Giorgio nel cui catino absidale squillano i colori di un “Giudizio Universale” affrescato dal Bastianino, la Loggia dei Merciai e la Torre dell’Orologio, le vie del ghetto ebraico: via Mazzini,  Vignatagliata, Torcicoda, via Vittoria… ed è davvero un peccato che gli originali nomi spesso siano stati cambiati in omaggio agli eventi della storia successiva. Il cuore comprende il celeberrimo Castello Estense da cui non si può prescindere, e lungo il cosiddetto Muretto dovete obbligatoriamente sostare, perché seppure non abbiate letto Bassani, una lapide vi ricorderà gli undici martiri innocenti trucidati per rappresaglia dai fascisti nel novembre del 1943. Il palazzo del Comune con il monumento equestre di Borso d’Este, e più avanti una piazzuola armoniosa dove si erge un’altra statua, quella con il volto corrucciato di un altro cittadino illustre, il monaco Savonarola, che morirà arso vivo sul rogo.








Tutto questo “cuore” è affollato di edifici di grande fascino, ed io ho potuto godermelo alloggiando in via dei Prati a pochi metri dal Castello, e mi sentivo bene perché quasi di fronte, in via Lollio, c’è la casa della mia carissima amica Erminia Scaglioni, e abbiamo scarpinato fino ad avere male ai piedi, e con un tempo che non ha risparmiato di infierire. In un passato più lontano avevo tenuto una dissertazione pacifista nella bella casa del prof. Masini il cui terrazzo si affacciava proprio sul Castello, e quella sera avevo ricevuto l’onore della preparazione di una ricetta medievale: un dolce, se la memoria non mi tradisce. Lungo il corso Ercole d’Este fino al Quadrivio degli Angeli si trovano tre capolavori del rinascimento: il Palazzo dei Diamanti, il Palazzo Turchi di Bagno e il Palazzo Prosperi-Sacrati, nati dall’intelligenza architettonica di Biagio Rossetti. Non sovrastano, non opprimono e questo è un pregio in più. C’è anche un enorme Palazzo Bevilacqua-Rossetti-Pallavicini lì attorno, dai nomi delle tante famiglie che lo hanno abitato e posseduto; ha una strana forma a ferro di cavallo e i suoi mattoni rossi si fanno notare. Cinquecentesco anch’esso non regge però il confronto con un altro Palazzo Bevilacqua-Costabili, situato in via Voltapaletto dalla facciata ricca di decorazioni e oggi sede universitaria; sull’arco del portone due statue sdraiate raffigurano la Concordia e la Verità, e tanto ce ne sarebbero davvero bisogno ai tempi nostri. 







Anche piazza Torquato Tasso era a due passi dalla mia residenza e la Chiesa del Gesù è stata una vera sorpresa: vi ho trovato un “Compianto su Cristo morto” che è un dolente gruppo di otto statue policrome di terracotta, realizzate ad altezza d’uomo e attribuito a Guido Mazzoni. Le figure sono disposte attorno al corpo di Cristo disteso, con la Madonna al centro, addolorata e con le braccia aperte a mostrare tutto il suo sgomento. L’intero gruppo, composto da Nicodemo, Maddalena, Salomè, Giovanni, Giuseppe di Arimatea e Maria di Cleofa, partecipa al dolore e si dispera. La disposizione scenografica e i gesti hanno una presa emozionale fortissima, ed il realismo è tale che pare davvero di assistere ad una scena funebre concreta davanti a noi. 










La piazza Ariostea meriterebbe di essere vista dall’alto per cogliere nella sua interezza la forma ovale che Biagio Rossetti gli ha conferito. È vasta e oltremodo suggestiva, ma pioveva e faceva freddo e, come ho detto, va goduta con una migliore atmosfera. Vagando da traversa in traversa, da angolo ad angolo, da cantone a cantone, mi sono messo sulle tracce della casa di Frescobaldi che è puntualmente comparsa nella via che porta il suo nome, e poi il Conservatorio che gli è stato dedicato. E, mito dopo mito, non potevo non approdare in via Cisterna del Follo al numero uno: qui una lapide ricorda la casa dove lo scrittore Giorgio Bassani ha trascorso la sua infanzia. Come sappiamo Bassani era nato a Bologna, ma i suoi genitori erano ferraresi; a Ferrara ha dedicato romanzi, racconti, poesie e per un periodo vi ha anche insegnato. Ha voluto esservi seppellito, e riposa nel cimitero ebraico di via delle Vigne. Per mancanza di tempo non sono riuscito a visitarlo e dunque è un appuntamento solo rimandato. 





Ho percorso però Corso della Giovecca fino alla Punta della Giovecca, fino a piazza Medaglie d’Oro, visitando tutto ciò che ho potuto. Mi sono infilato dentro chiese e chiostri, in cortili e in palazzi; ho scoperto angoli magici di cui non ricordo più il nome perché i miei appunti si sono bagnati con la pioggia, ed ora la memoria mi tradisce. Ma ho scoperto che gli Ardighieri erano gli antenati di Dante, che la cioccolateria Rizzati è bella, ma troppo cara per i miei gusti; che la ciupèta, il pane ferrarese a bastoncini attorcigliati che ricorda una rudimentale bambola per bambini, si vende anche nel mio quartiere in Porta Romana a Milano; che il Teatro Comunale della città ora dedicato a Claudio Abbado che per un certo tempo lo diresse, ha un vestibolo dalla forma circolare denominata Rotonda Antonio Foschini. Realizzato tra il 1773 e il 1797 da Foschini e da Cosimo Morelli, il teatro si trova a due passi dal Castello, in via Martiri della Liberta, sotto i portici. La sua splendida Rotonda che si innalza verso il cielo è come un occhio spalancato, ed è stato un appuntamento quotidiano per levare lo sguardo verso l’alto e fotografare dentro quel cerchio, le nubi minacciose e gravide di pioggia, o catturare gli sprazzi di azzurro che si aprivano. 





In via Ariosto n. 67 c’è la casa del poeta e non me la sono persa. È in quella parte di città chiamata Arianuova e che il Rossetti riordinò con la cosiddetta “Addizione” voluta da Ercole d’Este. È una casa solida a mattoni, sobria e formata da un piano terra e un piano nobile. Non è sfarzosa, ma ha il privilegio di avere un giardino interno, e già mi immagino il poeta nella quiete più riposante e nel silenzio più denso, lontano dagli affanni diplomatici e dallo stridore delle armi, seduto ad un tavolo, a limare il suo celebre capolavoro “L’Orlando Furioso”. Vi ha fatto incidere una scritta in latino che corre lungo la fascia che divide il piano terra dal primo che così recita: “Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non sordida, parta meo, sed tamen aere domus”. Tradotta vuol dire che l’ha comprata solo col suo denaro, non deve nulla a nessuno e non è gravata da canoni. In più è pulita, decorosa, adatta alla sua persona e dunque ha quanto basta per vivervi bene. Purtroppo la godrà per soli 4 anni: vi era andato a vivere con il figlio alla fine di settembre del 1529, ma il 6 luglio del 1533, all’età di appena 58 anni, Ludovico Ariosto si spegnerà. 


Tra le tante cose preziose presenti nella casa-museo, un libro con le firme di visitatori illustri di ogni dove. Seppure meno illustre, ho lasciato anche la mia.


***
FRÉDÉRICK HAAS UN VIRTUOSO DEL CLAVICEMBALO
di Angelo Gaccione

Frédérick Hass

Davvero magnifico il pomeriggio che ieri il clavicembalista francese Frédérick Haas ha regalato a noi appassionati di questo dolcissimo e delicato strumento, oltre che di musica barocca, in una delle Sale del Museo degli Strumenti Musicali del Castello Sforzesco di Milano. Il programma prevedeva un percorso attraverso il nostro Domenico Scarlatti, il parigino François Couperin e lo spagnolo Antonio Soler, conosciuto anche come Padre Soler. Tre grandi del clavicembalo e non solo, compresi sotto un preciso “paragrafo” musicale: “I coloristi del clavicembalo”. Per questa occasione Haas (il cognome tradisce un’origine austriaca-tedesca, anche se in realtà il musicista è nato in Francia, in Bretagna, ma ha studiato sia in Olanda che in Belgio) ha suonato sul clavicembalo Pascal Taskin, strumento del 1788 e che il Museo musicale del Castello vanta assieme ad una vasta e ragguardevole collezione. Il programma proposto dal maestro ha messo in luce le tonalità sonore, timbriche, “coloristiche” dei tre compositori, ma ci ha rivelato altresì il suo virtuosismo esecutivo ed interpretativo che ci ha deliziati e incantati per la sua bravura. Personalmente mi sono stupito per le numerose assonanze armoniche presenti sia in Scarlatti che in Couperin: è davvero sorprendente scoprire quanta italianità c’è in questi due autori, anzi di quanta napoletanetà. Ci sono dei passaggi che rimandano a sonorità proprie della cantabilità napoletana, del ballo alla napoletana. Anche se in Couperin in maniera più romanticamente nostalgica, rispetto al temperamento musicalmente più estroverso e focoso di Scarlatti. Buona l’idea di inserire nel programma il “Fandango” di Soler, da cui abbiamo potuto gustare i ritmi ed il “colore” da danza spagnola, con suoi passaggi che evocano qua e là quello che molto più tardi diventerà il tango.
Pomeriggio magnifico, dicevo. Se posso permettermi un appunto, direi che l’eccessiva vastità della Sala non era adeguata alle potenzialità sonore di uno strumento che per sua natura necessita di un ambiente più intimo, più raccolto e meno dispersivo.

[Pubblicato sulla prima Pagina di “Odissea” in Rete venerdì 21 ottobre 2016]
www.libertariam.blogspot.it

***
MILANO PIAZZA DEL DUOMO
I FUNERALI LAICI DEL “GIULLARE”
di Angelo Gaccione




E sempre allegri dobbiamo stare
ché il nostro piangere fa male al Re,
fa male al Re e al Cardinale
diventan tristi se noi piangiam…”

Ha avuto i funerali laici che aveva predisposto e che di sicuro si era immaginato. Forse non aveva previsto solo che la sua bara sarebbe stata esposta sul sagrato della Cattedrale, lui dichiaratamente ateo, di quella piazza dove aveva più volte parlato. Un funerale pubblico com’era doveroso, perché non c’è stato in questi ultimi sessant’anni, personaggio più pubblico di Dario Fo. Si può dire, senza tema di essere smentiti, che la sua vita sia appartenuta quasi interamente allo spazio pubblico, a quanto dentro lo spazio pubblico si muoveva e si determinava. Dunque è stato giusto che la sua morte fosse quanto di più pubblico possibile. Nessuna parola alle autorità, che pure erano presenti: la coerenza prima di tutto e fino in fondo. Ma la musica quella sì, lui l’avrebbe voluta, la musica allegra, scanzonata, da circo, da teatro popolare, quella che anche lui spesso usava nei suoi spettacoli, quella surreale, ironica, canzonatoria, apparentemente illogica, e a cui prestava le sue parole, perché di parole messe in musica ne ha scritte tante. E il canto: quello di dolore e di rivolta, e li ha avuti tutti e due. Alla “Banda degli ottoni a scoppio” con i loro strumenti a fiato che alle manifestazioni milanesi non mancano mai, anche loro un po’ surreali, un po’ clown e un po’ lunari, abbiamo unito le nostre voci e i nostri canti allegri, irriverenti, politici. Gli abbiamo dato l’ultimo saluto come da noi si aspettava, e la pioggia che ci ha flagellati per tutto il tempo della cerimonia, nulla ha potuto contro la nostra caparbia volontà di stringerci attorno alle sue spoglie. Una fetta significativa della Milano antifascista e non moderata, era in quella piazza. Non ho visto bandiere rosse, ne ho visto un paio rosse e nere degli anarchici, e non c’erano striscioni, se non quello dei giovani del “Cantiere” e quello dei “Compagni del Movimento”. Ma dei giovani hanno distribuito un volantino con questa sua frase: “Il moderato chiude un occhio sulle speculazioni edilizie” e sotto un hashtag con la firma “Io non sono moderato”. I milanesi sanno quanta speculazione edilizia c’è stata in questa città, e quanto suolo si sono divorati le grandi lobbies del cemento per convertirlo in capitali. Noi non l’abbiamo dimenticato, noi continueremo ad essere “non moderati”. Come lui.   

[Pubblicato sulla prima pagina di “Odissea” in Rete sabato 15 ottobre 2016]
www.libertariam.blogspot.it

***
È MORTO DARIO FO
Scompare una delle ultime voci libere e scomode
della cultura italiana ed internazionale
di Angelo Gaccione

Dario Fo

Milano. Il premio Nobel ci ha lasciati. La notizia ci è arrivata presto in questa piovosa e gelida mattina di ottobre, rendendo la città ancora più gelida. Milano perde un altro dei suoi grandi figli e protagonisti, mentre la nostra agenda vede allungarsi la lista dei morti. Da dove cominciare per ricordare questo pluriforme artista sempre in conflitto con i poteri di ogni sorta, questo militante sempre pronto a sposare le cause più disperate? Potrei cominciare dagli anni della Palazzina Liberty, quando avendogli negato ogni spazio per il suo teatro politico (i proprietari di case rifiutavano persino di fittargliene una, per paura di attentati, e perché certi che le avrebbe trasformate in un “covo” di sovversivi), dopo aver peregrinato da un luogo all’altro (e noi sempre dietro a seguirlo), si decise di occupare quella bellissima struttura immersa nel verde dei Giardini Marinai d’Italia, in Porta Vittoria, che l’Amministrazione Comunale di allora aveva lasciato languire e andare quasi in rovina. Mettemmo le bandiere rosse, i cartelli, i volantini con cui tappezzammo il quartiere e iniziammo a portar via le macerie. Eravamo giovani studenti, lavoratori, appassionati di teatro per lo più, antifascisti e militanti di quel vasto arcipelago dell’opposizione alla disgustosa politica di compromessi e di corruzioni tanto in voga. La Palazzina Liberty rinacque. Il Collettivo Teatrale “La Comune” divenne un luogo di riferimento per la città e non solo. Mamme e bambini presero a frequentare il parco, i fascisti che avevano la sede in via Mancini si tenevano alla larga. La domenica si animava di canti e suoni; c’erano quelli del Canzoniere popolare, c’era la solidarietà con i militanti in galera e c’era il Soccorso Rosso militante. Sulle tavole di quel teatro, perché teatro divenne, con Dario e Franca, la sua inseparabile metà, il teatro divenne vita, e la vita vi entrò con tutte le sue spietate contraddizioni. Dario l’aveva adornata di pannelli con i suoi magnifici disegni e dipinti. Quanto la repressione e le autorità detestassero quel teatro e quella Palazzina, chi vi era attivamente coinvolto ne sa qualcosa. Alla fine finirono per riprendersela: preferirono tenerla vuota per altro tempo ancora, inutilizzata ma a loro modo “pacificata”. Il contenzioso con la giustizia si protrasse un bel po’: occupare un luogo in rovina, renderlo bellissimo con le proprie risorse e le proprie fatiche non contava per i normalizzatori della città. Se per noi la proprietà (lasciata al degrado) era un doppio furto, per loro era un reato. E così uno dei più grandi attori della scena internazionale, amatissimo in ogni dove, non aveva a Milano un luogo dove fare il suo teatro. Avversato come gli amici del Living Theatre, anch’essi ignorati e ostacolati in ogni modo dalla Milano istituzionale, costretti a presentare le loro performance in luoghi marginali e di fortuna, finché il presidente francese Mitterand non manderà un aereo a prelevarli e portarseli a Parigi. Potrei continuare con la marea di dibattiti e le mobilitazioni per le stragi, per la battaglia sul divorzio, il movimento delle donne, il Vietnam… fino agli anni più recenti e alle iniziative per rendere questa città più vivibile, più respirabile. Aprì la sua casa in Corso di Porta Romana (a qualche metro da casa mia) e costituimmo un Coordinamento di comitati ambientalisti che organizzò manifestazioni e proteste. Noi di “Odissea” eravamo presenti con un gruppo denominato “Aria Protetta”, che poi era il nome di una delle rubriche del giornale. Ci vedevamo da Fo, ma ci vedevamo anche a casa della poetessa Donatella Bisutti (anche lei collaboratrice di “Odissea”) in via Anelli, dove venivano le scrittrici  Gina Lagorio, Grazia Livi e tanti altri amici letterati e non solo. Lettore di “Odissea” che riceveva in copia doppia, una era per Franca di cui abbiamo pubblicato diversi scritti, fu sempre generoso verso il giornale come lo furono entrambi verso di me. Nel 2001 realizzò il disegno che avrebbe dovuto andare sulla copertina della terza edizione del mio dramma teatrale “La Porta del Sangue”, ma che poi non andò in porto per questioni editoriali che ora non ricordo, e quando fu raccolto in un unico volume tutto il mio teatro da un altro editore, questi volle come titolo complessivo “Ostaggi a teatro”, e dunque il lavoro di Dario rimase inedito. Anni più tardi donò dei suoi lavori pittorici quando allestimmo allo “Spazio Lattuada” la vendita di materiali offertici da vari amici per sostenere la vita del giornale. Mi convocò nel suo studio per donarmi “Il compianto” da pubblicare su “Odissea” accanto al ricordo che scrissi per la scomparsa di un altro collaboratore del giornale e comune amico, il sacerdote don Luigi Pozzoli, scomparso a fine dicembre del 2011. “Pubblicalo sul giornale e poi tienilo come mio ricordo” mi disse. E ora è sulla parete del soggiorno assieme ai quadri di altri amici, e dunque ce l’ho sotto gli occhi, ed il ricordo suo è costante. Nel 2013, in occasione della pubblicazione della mia fiaba contro il potere “Vietato ridere”, gli avevo chiesto di farne l’illustrazione, sapendo quando il tema gli fosse caro. Franca mi telefonò per dirmi che era caduto e non avrebbe potuto disegnare, ma avendo saputo che la fiaba sarebbe stata pubblicata su “A Rivista Anarchica”, avendo una stima grande per gli anarchici e per quella rivista, ci fece dono di una tavola inedita intitolata “Il volo dell’anarchico”. Quel disegno diventò la copertina del numero 377 della rivista, il numero del febbraio 2013 che contiene la mia fiaba. Non dimentichiamoci che uno degli spettacoli più ironici e taglienti di Fo era stato proprio “Morte accidentale di un anarchico” dedicato all’omicidio di Pinelli e alla Strage di Piazza Fontana. Recentemente gli avevo fatto avere il dramma di Francesco Piscitello dedicato a Giuda “L’apostolo traditore” pubblicato dalle Edizioni Nuove Scritture, materia, quella dei Vangeli a cui era particolarmente interessato. Non sono riuscito a portargli invece un libretto di riflessioni e aforismi che avrebbe di sicuro gradito “Il lato estremo”, incasinato come sono stato per tutta l’estate, e coinvolto con gli amici nel “Comitato di Odissea per Turoldo”, di cui ricorre il centenario della nascita. Ogni volta che imboccavo il Corso di Porta Romana e passavo davanti al suo portone mi dicevo: “Uno di questi giorni lo farò”, e poi rimandavo. Il destino purtroppo non rispetta i nostri tempi, e così questa mattina la notizia mi è giunta di buonora, proprio mentre stavo finendo di scrivere una nota al libro di Franco Celenza per la rubrica ‘Officina’ di “Odissea” dove potete leggerla. Le telefonate di amici che avevano saputo della morte si sono susseguite e ho dovuto di continuo interrompere questo ricordo; l’ultimo mi è giunto per iscritto da Novara, dalla saggista e autrice di teatro Chiara Pasetti che ne fissa questo ricordo: “Ho saputo della morte di Dario Fo. Ho avuto solo una volta il piacere di vedere un suo spettacolo a Milano, nel 1995. Applausi a non finire. Due anni fa, mentre mi trovavo ad Arona per intervistare Dacia Maraini, a un certo punto è arrivato... Si sono alzati tutti in piedi. Io gli ho stretto la mano, emozionata, e gli ho detto: sono onorata di conoscerLa, Maestro, e ho aggiunto: sono qui come giornalista ma io in realtà voglio scrivere, anche per il teatro. E lui ha sorriso e ha detto: "Fai bene bambina... insieme a quello dell'attore è il mestiere più bello del mondo". E se ne è andato circondato da un sacco di gente... Volevo solo condividere questo ricordo con te”. Anche tutti noi.

[Pubblicato sulla prima pagina di “Odissea” in Rete giovedì 13 ottobre 2016]
e nella rubrica “I Taccuini di Gaccione”
www.libertariam.blogspot.it

*** 
SENIGALLIA LA BELLA
di Angelo Gaccione

Piazza del  Duomo 

Penso che basterebbero tre o quattro dei suoi capolavori per rendere obbligatorio un viaggio a Senigallia. Il magnifico Foro Annonario con il suo andamento circolare e la fila di colonne che sorreggono le volte dei portici, la Rocca dei Della Rovere in piazza del Duca, l’armoniosa e ampia piazza Garibaldi (così l’hanno ribattezzata), ma per me continua ad essere piazza del Duomo, perché un Duomo c’è davvero, sobrio, neoclassico e senza fronzoli. Ma oltre al Duomo c’è dell’altro: il Palazzo delle Dogane, il Palazzo Vescovile con la sua Pinacoteca Diocesana, l’Auditorium (a suo tempo chiesa dedicata a san Rocco), il Ginnasio Pio e la Filanda, nota anche come Palazzo Micciarelli, il tutto a comporre un rettangolo vasto e ben delimitato che è una vera felicità per lo sguardo, e dove, come in tutte le meravigliose piazze italiane, è estremamente piacevole sostare. Se poi vi spingete verso il mare (Senigallia è una città d’acqua bagnata dal mare e attraversata da un fiume, il Misa), una gradevolissima sorpresa si presenterà ai vostri occhi: tra il Lungomare Marconi e il Lungomare Dante Alighieri, lì dove si allarga il Piazzale della Libertà, una originalissima Rotonda di un bianco sfolgorante, si protende nel mare per diversi metri, sorretta da un lungo pontile ed è come un balcone aperto verso l’orizzonte, verso l’infinito. Questo scrigno, semplice ed legante, si deve alla genialità dell’architetto Enrico Cardelli, che la concepì nel 1933 in una visione sobriamente razionalista. 

Veduta aerea del centro di Senigallia

Ma a Senigallia c’è molto di più e lo scoprirete sciamando fra le sue viuzze, attraversando i suoi ponti, i suoi portici, le sue piazze. Improvvisamente potete trovarvi davanti alla sfarzosa sfavillante Chiesa della Croce, al Palazzo Mastai (la famiglia di quello che salì al soglio pontificio col nome di Pio IX), al palazzo del Governo, alla Fontana del Nettuno e a quella delle Anatre, ai portici Ercolani o alla Porta Lambertina. Questa città   ha anche il volto di amicizie che mi sono care, come quello di Laura Margherita Volante; lei vive ad Ancona, ma a Senigallia abbiamo condiviso delle allegre e spensierate giornate. Collaboratrice da anni del nostro giornale, Volante è una delle più abili scrittrici di aforismi italiane: per costanza verso questa forma espressiva, ironia e profondità, è tra le migliori in assoluto. A lei devo anche l’amicizia col grande fotoreporter di guerra (e non solo) Giorgio Pegoli, che ha il suo laboratorio subito dopo il Ponte 2 Giugno, il ponte che scavalca fiume Misa. Si tratta di via Carducci, l’animata via che si allunga fino alla bella Porta Lambertina. Di Pegoli “Odissea” ha pubblicato alcune delle sue foto più drammatiche e dolorose, scattate in mezzo mondo nei teatri della devastazione bellica e della morte. Pegoli è uno dei figli più prestigiosi di questa città; ha realizzato reportage in ogni dove: dal Vietnam al Ciad, dal Nicaragua al Libano, dalla Cambogia all’Afghanistan, dalla Bosnia al Kosovo…


Iraq 2014 (Foto: Giorgio Pegoli)

Il suo archivio è enorme (oltre 50 mila immagini dai tanti reportage realizzati per il mondo; più di 1.600 negativi in bianco e nero sulla Senigallia di una volta, ecc.) e i suoi scatti sono insieme vita e arte, come dimostrano i magnifici servizi realizzati a Scanno, a Venezia durante il carnevale, in Puglia, o nei vari Sud del mondo, per documentare un universo in pericolo, tradizioni, usi e costumi che potrebbe scomparire. Come è scomparso quel mondo di fascino e di fatica marinaro, a cui Pegoli ha di recente dedicato un corposo e documentatissimo volume dal titolo “La sciabica”. Si tratta di una tradizionale forma di pesca che a Senigallia e dintorni è stata per lungo tempo praticata.   A questa attività e ai suoi protagonisti, alla sua Senigallia, Pegoli ha voluto rendere omaggio con i suoi scatti. Il suo obiettivo segue con partecipazione umana i vari momenti della pesca, ne fissa i gesti, le movenze i volti, che il bianco e nero rende ancora più vivi di quanto appaiono. 

La Rocca del Duca

Fossi l’assessore alla cultura di quella città, non esiterei a dedicargli una sezione intera del Museo d’Arte Moderna, dove tra l’altro si conserva l’archivio di un altro celebre fotografo senigallese, Mario Giacomelli, tanto più che il Museo contempla già gli ambiti della fotografia e dell’informazione. Purtroppo questa estate ho mancato l’appuntamento col Museo; lo avrei visitato volentieri per dare un’occhiata anche ai materiali che il gruppo “Digit Art” di Milano, di cui ha fatto parte un altro amico e collaboratore di “Odissea”, l’artista digitale e pittore Giuseppe Denti, ha donato anni fa. Si tratta di una consistente raccolta di Copy Art (1987) e di diversi esemplari della rivista “Taccuino Apografo” del periodo 1981-1987. Sarà per la prossima volta, sperando di trovare la città più pulita, soprattutto alle spalle del Lungomare Alighieri, e soprattutto priva di quelle coperture di amianto che ancora fanno bella mostra di sé, su alcuni stabilimenti balneari e sulla tettoia di alcuni alberghi. Terra di marinai e di artisti, Senigallia, ma anche terra di antifascisti, uomini liberi e di martiri, come mostra, fra le tante, la lapide collocata sotto una delle volte dei portici, in memoria dell’anarchico Ottorino Manni.


***
MILANO: BOOK CROSSING A PORTA ROMANA
di Angelo Gaccione

Milano, Porta Romana, "La biblioteca più piccola del mondo


Domenica scorsa, percorrendo a piedi il corso di Porta Romana per tornare a casa, ci siamo imbattuti in una piacevolissima sorpresa. Dico ci siamo imbattuti, perché ero in compagnia di mia moglie, ed è lei che ha scattato la fotografia che questa sorpresa documenta. Proprio all’inizio di via Orti (siamo a pochi metri dall’arco di Porta Romana e dall’abitazione del premio Nobel Dario Fo), accanto ad una piccola aiuola che conserva anche un prezioso melograno, è stata installata una specie di “biblioteca” all’aperto. Si tratta di una semplice struttura metallica dal formato di una scatola, di un metro o poco più, sorretta da un sostegno di ferro anch’esso più o meno di questa misura, fissato nel terreno. Uno sportellino a vetri ma senza alcuna chiave, in modo che possa facilmente essere aperta e chiusa, protegge questo contenitore al cui interno, su due scansie è sistemato un certo numero di libri. A idearla e posizionarla in questo luogo, sono state due Associazioni molto attive nella zona e in città: Comitato CO4 e Quarto Paesaggio Milano. 
Ho trovato questa idea degli amici delle Associazioni davvero fantastica. Li definisco amici anche se in realtà ignoro i loro nomi e i loro volti, ma io credo davvero, com’ebbe a scrivere Proust, che esista una consanguineità delle menti, - e, aggiungerei io - delle passioni, e dunque come scrittore non posso non sentire amici   persone che verso i libri nutrono, come me, tale riverenza e tale amore.
Ho deciso di mettermi in contatto con loro dopo che questa riflessione sarà resa pubblica sulla prima pagina di questo giornale, ma intanto lasciatemi dire tutta la gioia che ho provato davanti a questa umile, preziosa edicola; a questo gesto delicato, civile, altruista.    
“Ecco un angolo di Svezia a Milano”, mi sono detto, e la sera stessa ho voluto condividere con l’amico filosofo Fulvio Papi questa scoperta. Ne è rimasto felicemente sorpreso anche lui: una bella prova di civiltà di stampo nordico, a cui noi latini non sembriamo più abituati.
Questa che possiamo in assoluto definire come la più piccola biblioteca pubblica del mondo, è nata con un unico scopo (anche se di scopi ne sottende diversi): condividere e scambiare libri. Farli circolare liberamente, lasciando che essi incrocino altre vite,   quelle dei lettori, e che dentro queste vite possano fecondare.
Chiunque passerà di qui, potrà, se lo desidera, aprire questo piccolo “tabernacolo”, scegliersi un libro e portarselo via, avendo cura, come recita la scritta lungo il bordo, di lasciarne uno in cambio: per altre mani, per altre menti. Perché la biblioteca resti piena, perché la catena non si interrompa. Perché questa circolazione anonima, volontaria, orizzontale, è un dono di uno a tanti e di tanti a uno.
Spero che questa buona pratica possa sopravvivere, che nessuno rubi i libri e li rispetti (sono creature troppo fragili), che il contenitore resti immune dal vandalismo metropolitano, dalla rozza stupidità del bullismo che imbratta e devasta senza riguardi. Spero soprattutto che anche il tempo sia clemente: ne vorrei vedere il “tetto” coperto di neve questo inverno, e luccicante al primo sole.
Forse a qualcuno un libro allevierà un dolore, gli farà compagnia e si sentirà meno solo, gli lascerà una cicatrice o lo farà indignare. Un buon libro può molto.
Ma basta, sono in debito e devo affrettarmi, devo portarne uno anch’io.
[Settembre 2016]

***

ILLUSIONI


Molti artisti vivono con la fallace illusione che i posteri, e le epoche future, siano sempre migliori di quelli contemporanei e che dunque, la loro opera sarà valorizzata da questi presunti futuri geni della sensibilità e dell’intelligenza. Per quale misteriosa ragione gli uomini futuri dovrebbero possedere queste magnifiche virtù, non è dato sapere. A me pare che ad ogni passaggio d’epoca stia avvenendo un irreparabile peggioramento, sia dei comportamenti collettivi che della manipolazione delle coscienze, e dunque c’è poco da essere ottimisti. A me basta l’aver conosciuto a fondo la mia epoca, per non farmi alcuna illusione.

***
DESENZANO. IL TIGLIO E LA FOGLIA
di Angelo Gaccione

Un tiglio del lungolago di Desenzano mi ha regalato una foglia. Mi è caduta delicatamente in grembo, ero seduto su una panchina sotto la sua ombra a mirare i volteggi dei gabbiani. Era il 7 di agosto del Duemilasedici dell’Era post Volgare. Un’Era decisamente post e molto, molto volgare, in verità.
Erano le 15 e 20, come annotava la “cipolla”, e il cielo azzurro era spennellato qua e là da strisce bianche dalle forme più curiose.
Il lago cullava gli anatroccoli, la brezza muoveva le fronde e le chiome, i barchini gonfiavano le vele. Lo sguardo inseguiva i monti lungo l’intero profilo, e l’arco delle due penisole che si aprono per accogliere i traghetti. Virava, lo sguardo, fino alle punte estreme di Sirmione e Manerba, da sponda a sponda.
È di un giallo caldo la foglia. Rovesciata pare un cuore. La terrò dentro i fogli del taccuino come si usava una volta. Foglia fra i fogli.
“Grazie” io dissi al tiglio “per questo dono”.
Non c’è quasi più nulla di gratuito a questo mondo.
[Desenzano, 7 agosto 2016]

***

DESIDERI E MERCATO
di Angelo Gaccione

Quanto meno bisogni avete,
tanto più sarete liberi
Cesare Cantù


Che il mondo sia divenuto un gigantesco mercato, è evidente anche dal modo come ci esprimiamo linguisticamente. E che noi esseri umani siamo fondamentalmente importanti perché rivestiamo il ruolo onnivoro di consumatori, è altrettanto scontato. I consumi sono aumentati, si dice con soddisfazione; i consumi sono calati, si dice con spavento; i consumi ristagnano e il mercato è fermo… Pare che tutto il senso più profondo della nostra civiltà, ruoti intorno al concetto di mercato e di consumo. Si dice che il desiderio crea il bisogno ed è il mercato che lo soddisfa. La formula potrebbe essere rovesciata dicendo che è il mercato a creare il desiderio, e che poi lo soddisfa come fosse un bisogno. In qualunque modo si strutturi la formula, il risultato finale rimanere identico: il consumo. Forse è una banalità dire che i bisogni nascono con la nascita dell’uomo. Bisogni primari da soddisfare subito per evitare che la sua vita sia messa in pericolo. Fame, sete, freddo, caldo, tutela della propria incolumità e della propria salute. Con la nascita dei legami sociali e l’ampliarsi delle relazioni parentali, i bisogni si dilatano ed acquistano nuove forme. Lo sviluppo della produzione economica e la sua diversificazione procede passo passo con la disponibilità delle risorse e della capacità tecnica di poterle trasformare. In teoria la sfida fra desiderio e bisogno potrebbe procedere all’infinito, l’uno alimentando l’altro e viceversa. Vista la stretta interdipendenza, il desiderio può far nascere il bisogno e il bisogno può far crescere il desiderio, senza soluzione di continuità, restando entrambi prigionieri di un circuito che non ha termine. Considerato dal punto di vista della produzione delle merci, questo rapporto può apparire ad alcuni esaltante, ad altri spaventoso. Nuovi desideri generano nuove merci, e nuove merci generano nuovi desideri. Finora ha funzionato così, e la produzione mondiale ha dato fondo a questa logica senza mai fermarsi, né domandarsi quanto questo modello sia effettivamente utile al bisogno di chi di quelle merci fruisce. Desideri artificialmente indotti creano nuovi bisogni, nuovi bisogni creano nuovi mercati pronti ad accogliere quei desideri divenuti bisogni e che prontamente la produzione soddisfa. Se c’è un mercato è naturale che qualcuno lo occupi e lo soddisfi. Quando parliamo di mercato e di soddisfazione di bisogni, è questa girandola vorticosa e inarrestabile che dovremmo tenere presente. Forse i bisogni sono contenuti e i desideri illimitati. Forse i bisogni veri di un uomo sono circoscritti alla tutela del suo corpo fisico, così come dalla natura gli è dato, e non dovrebbe oltrepassare quel limite. Di sicuro il punto dove ci stanno conducendo desideri illimitati e bisogni non necessari, (spaventosa produzione di rifiuti, saccheggio indiscriminato delle risorse primarie e prospettiva concreta di un disastro ecologico definitivo, ecc.), è un punto di non ritorno, una terra desolata.
[2015]


***
LA FOGLIA DI FICO
di Angelo Gaccione

C’è dell’incredibile in quello che accade nel mio Paese a causa della testa bacata di qualche funzionario. Si danno ordini per coprire delle sculture durante la visita in Campidoglio del presidente iraniano Hassan Rouhani, presupponendo che la vista di quei marmi avrebbero potuto turbarlo. È singolare come si ritengano oscene e disturbanti delle semplici statue, ma non ci si vergogna della corruzione e del malaffare che alberga nel Belpaese, universalmente considerato fra i più corrotti del pianeta. Dovrebbe essere tutto il contrario, in una nazione che possiede il settanta per cento dell’intero patrimonio artistico e architettonico mondiale. Bisognerebbe andare fieri di questo patrimonio e tutelarlo come si dovrebbe; viceversa, vergognarsi dell’ondata inarrestabile di scandali quotidiani che ci espongono al disprezzo del mondo.
Il bello è che non c’era stata, da parte delle autorità iraniane, alcuna richiesta di brache e mutande per le statue. Ma i funzionari di certo ignoravano che Rouhani ha studiato a Glasgow alla Caledonian University, e non è uscito dalle caverne.
Ma ammettiamo che un “ospite” straniero, fosse pure il più potente e ricco sovrano della terra, accampasse pretese del genere; non dovrebbe essere necessario ricordargli il secolo dei lumi, basterebbe molto più modestamente citargli questo proverbio russo di meditata e rara saggezza: “In un monastero straniero non cercare di imporre la tua regola”.         

***
AIUTO, DEVO MINGERE! 
di Angelo Gaccione


La vicenda è fin troppo banale. Siamo nella bergamasca e precisamente ad Averara, è Ferragosto del 2005 e sono le 2 di notte. Stefano Rho è con un amico e devono mingere (notate la raffinatezza del verbo e di chi sta stendendo questa nota) perché nel locale dove sono stati, hanno assorbito più liquidi di quanto la vescica ne possa contenere, e questa giustamente reclama. Comunemente, se uno non soffre di claustrofobia e sopporta i meravigliosi aromi che promanano dalle latrine dei magnifici locali pubblici italiani (e non solo), provvede alla bisogna dei bisogni (che artista!) al chiuso delle medesime. Può capitare di trovarsi all’aperto e non avere sottomano né un locale né una latrina, e le cose possono complicarsi. Se poi uno è incontinente o soffre di prostata, la situazione può diventare seria. Ad ogni modo Stefano Rho e il suo amico non soffrivano di incontinenza, e la loro età nel 2005 non era da prostata, ma non avevano a portata di pene un vespasiano. Decidono così di innaffiare un cespuglio. È raro che un carabiniere alle due di notte  controlli i cespugli, (a Milano non controllano né cespugli né muri, e al sabato notte in diversi luoghi della città gli effetti della birra regalano afrori di una certa intensità), ma una probabilità su un milione è sempre possibile. Ed ecco scattare un verbale di euro 200 e una segnalazione. Il giudice di pace di Zogno lo multa per atti contrari alla pubblica decenza, anche se l’unico pubblico presente alle 2 di notte è il carabiniere. Stefano Rho paga e tace, forse anche lui si è convinto di aver fatto un’azione disdicevole. La cosa sembra finita lì, ma non è così. Se vuoi fare il professore (e Stefano Rho vuole fare il professore) devi essere “pulito”. La regola, nel paese di Vitulia, è rigida e così Stefano, 11 anni dopo, si trova a pagare con il licenziamento dall’Istituto “Giovanni Falcone” di Bergamo, dove nel frattempo è entrato di ruolo come ottimo docente di Filosofia, questo lontano peccato urinario. Una inflessibile e solerte Corte dei Conti, confortata dal parere autorevole dell’Avvocatura dello Stato, impone all’Istituto la sua draconiana decisione. Giustizia è fatta. E così Vitulia, al penultimo posto nella classifica dei paesi meno corrotti dell’intera Europa, e ai primi posti per corruzione dell’intero globo terraqueo, può dormire sogni tranquilli. Buona notte. Scusatemi mi scappa da mingere: sono indeciso se farla sul palazzo della Corte dei Conti o su quello dell’Avvocatura dello Stato. Non potranno licenziarmi: io faccio il poeta.

***
OMAGGIO A RAVENNA
di Angelo Gaccione
Sant'Apollinare in Classe
Mi chiedo che cosa posso aggiungere di originale, parlandovi di Ravenna, a quanto è stato già scritto da viaggiatori autorevoli e provenienti dai paesi più diversi: da Henry James a Byron, da Oscar Wilde a Klimt, da Hermann Hesse a Freud, da Jung a Fo, da Eliot alla Yourcenar e così via. Potrei parlarvi di strani frammenti di sogni (chissà perché il mio soggiorno a Ravenna è stato affollato di sogni come non mi accadeva da tempo), o delle mie scarpinate fino a farmi dolere i piedi. Di Dante no, sarebbe fin troppo banale, e prima o poi qualunque intellettuale finisce per approdare nella via che porta il suo nome ed infilarsi nella cappella dove riposano i suoi resti, per rendergli omaggio. Certo i mosaici di cui la città va fiera ed è nota in tutto il mondo sono strepitosi, e le tre basiliche (san Vitale, sant’Apollinare in Classe, sant’Apollinare Nuovo) vi lasciano senza fiato. Così come sono magnifici il Mausoleo di Galla Placidia, la Cappella di sant’Andrea del Museo Arcivescovile, il Battistero degli Ariani, quello degli Ortodossi detto anche Neoniano, e la pavimentazione della cosiddetta Domus dei Tappeti di Pietra. E conservano tutto il loro fascino i deliziosi chiostri appartati, come le piazze che qui e là vi compaiono improvvise per sorprendervi. Io non sono rimasto indifferente neppure alla piazza dove troneggia la bianca facciata cinquecentesca di Santa Maria in Porto, che corre lungo la via Di Roma, la più trafficata della città. Dal balcone di via Cerchio, con la luce del mattino, era particolarmente suggestiva, e quando un ammasso di nubi bianchissime stazionava dietro il campanile, il fondale azzurro del cielo conferiva a tutta la piazza uno scenario magico. Abbiamo avuto la fortuna di fotografare questo spettacolo, ed è un vero peccato che gli archi della Loggetta Lombardesca si trovino alle spalle della piazza. Tuttavia essa è abbastanza armonica e gli edifici bassi e colorati, le aiuole fiorite, il verde e le sculture offrono un bel colpo d’occhio. E non sono rimasto indifferente al bellissimo mercato liberty di piazza Andrea Costa, da tempo lasciato a se stesso, e che per me è prezioso quanto il Foro Annonario di Senigallia. Sarebbe un grave danno per la città se questa fantasiosa costruzione dovesse andare definitivamente in rovina. Tuttavia io stravedo, letteralmente stravedo, per i bei campanili tondi addossati alle chiese e che le sovrastano. Ad un primo impatto possono apparirvi tozzi e grevi, se paragonati agli snelli campanili di più tarda età e fattura. Ma se li osservate a più riprese e in momenti diversi della giornata, magari con la luce chiara di settembre e un ricamo di nuvole bianche che fanno da cornice ad una quinta azzurra di cielo, vi appariranno diversi. Le feritoie che ruotano lungo l’intero “fusto” dal basso in alto (monofore, bifore, trifore), spezzano il senso di pesantezza e interrompendo il pieno assoluto dei mattoni, ne accentuano lo slancio. Questo gioco di intermittenze fra  pieni e il vuoti conferisce ai campanili una certa leggerezza e lo sguardo ne è catturato. Per uno che ritiene architettonicamente significative le stesse ciminiere a mattoni delle vecchie filande e degli opifici costruiti tra Otto e Novecento, (alcune miracolosamente sopravvissute alla furia iconoclasta del “nuovo” e del “moderno”, e per fortuna continuano a svettare affilate e leggere verso il cielo anche qui a Milano), questi campanili tondi di Ravenna sono una testimonianza forte di quella architettura verticale che si diffonderà nell’intera Europa cristiana.

***
LA RIVOLUZIONE PERMANENTE DELLA MODA
di Angelo Gaccione


Gli uomini della mia generazione portavano toppe ai pantaloni; spesso capitava di vederne anche su quelli di noi ragazzi. Erano i segni della povertà e il risultato del passaggio da un fratello all’altro di indumenti e vestiari. Probabilmente qualcuno se ne vergognava e oggi nessuno di loro indosserebbe pantaloni con rattoppi e vistosi squarci, come quelli imposti dall’industria della moda a giovani completamente privi di senso critico e di buon gusto. Ragionando col filosofo Fulvio Papi, qualche tempo fa, a proposito del carattere continuamente mutevole della moda, gli ho fatto rilevare come essa rappresenti bene l’essenza del capitalismo nella sua “rivoluzione permanente”. Se ci pensate, la moda è l’unica rivoluzione permanente. Una rivoluzione che non genera sangue ma profitti. Ed è arrivata ad un punto tale di condizionamento collettivo, da imporre indumenti stracciati a prezzi che non lo sono. Regalando persino qualche momento di illusoria felicità ai propri acquirenti-devoti. Abbiamo convenuto che il capitalismo ha vinto su tutta la linea e che può imporre qualsiasi tipo di merce, ad un mercato conformistico e sempre più omologato, anche la più discutibile e aberrante. Sono sempre più convinto che il consumismo, in fondo, non è altro che il trionfo del cassonetto della spazzatura, e dell’inutile.


***
ANIMALI E GUERRA
di Angelo Gaccione

Nel “Genesi”, nel paragrafo della creazione dell’uomo si legge: “Crescite et multiplicamini, et dominamini piscibus maris, volatibus coeli et omnibus animalibus”. Dio dà dunque all’uomo, creato a sua immagine e somiglianza, il dominio su tutte le creature della natura, animali compresi. Gli uomini hanno asservito gli animali per il loro tornaconto, ben prima che venissero a conoscenza delle parole contenute nel primo libro del Pentateuco. La domesticazione non ne ha attenuato lo sfruttamento, se non in quelle civiltà che hanno considerato sacrali alcuni di essi, elevandoli ad ornamento della casa e addirittura adorandoli. Impiegati per la fatica fino allo stremo, gli uomini li hanno seppelliti persino nel buio delle miniere dopo averli “pietosamente” accecati. Il massimo della degradazione, gli uomini lo raggiungono, coinvolgendo queste povere creature nella più barbara e criminale pratica partorita dalla mente umana: la guerra. Elefanti, buoi, cammelli, cavalli, muli, asini, cani, gatti, piccioni… adoperati come macchine da guerra, come supporti logistici. Esistono fotografie in cui si vedono cavalli e muli bardati con maschere antigas; gatti adoperati per verificare l’esistenza di campi minati; cani con addosso esplosivo, volatili ammaestrati per rilievi fotografici dotati di macchine da ripresa. La pittura che li ritrae, così come la fotografia, non hanno suscitato nei critici d’arte e negli osservatori di quelle immagini, mai un solo commento di indignazione o di pietà verso queste involontarie vittime della follia umana. La battaglia di Anghiari con il suo terribile, forsennato scintillio di lance e di spade, come lo stordente clangore di una qualsiasi battaglia campale fatta di cannonate e di tamburi, non è drammatica solo per i corpi dei cavalieri e dei soldati che vi sono coinvolti. Guardate attentamente il pazzo terrore che promana dagli occhi di quelle creature coinvolte in un massacro di cui non capiscono il senso. Immaginate per un momento il battito dei loro cuori a mille per la pulsione del sangue, la lacerazione della carne, le amputazioni, gli urla, le grida, le esplosioni assordanti delle granate. Sono convinto che neppure i pittori che li hanno raffigurati nelle loro tavole o affrescati sulle pareti, si siano mai domandati che cosa potessero sentire nel loro corpo, che fremiti li attraversasse.
Nessun essere vivente potrà mai eguagliare la spietata, gratuita ferocia degli uomini. La guerra dimostra che la catalogazione imposta da questi ultimi alla natura, è arbitraria e falsa e i generi andrebbero capovolti. Alla luce di ciò che sappiamo e da come il suo comportamento si è rivelato nella storia, bisognerebbe operare una ulteriore distinzione-correzione all’interno dei cosiddetti regni della natura, secondo lo schema qui suggerito: minerale, vegetale, animale, bestiale-artificiale. Dove per regno animale (esseri dotati di un’anima), è da intendersi qualsiasi specie, (compreso quelle che l’uomo ha fatto scomparire), presente in terra, acqua e aria, e per regno bestiale-artificiale, la specie bipede dotata di parola. A quest’ultima categoria va attribuita senz’altro la nominazione che più le si addice: quella di bestia. Umanizzare gli anima-li, im-bestia-lire quelli che finora abbiamo definiti uomini, non solo è più vicino alla verità, ma è un atto di giustizia. Non esiste in natura nessun animale capace di fare più danni della bestia-artificiale definita uomo. Neppure le forze endogene come le abbiamo conosciute: terremoti, maremoti, meteoriti, uragani, e così enumerando. La sua crudeltà è razionalmente organizzata, scientificamente programmata, artificialmente elaborata e premeditata. Si fa torto agli animali facendo derivare da un retaggio primigenio appartenuto a questi ultimi, il comportamento belluino della bestia-artificiale. Evolvendo, cioè diventando altro, l’uomo ha perso la natura animale. Se ne è allontanato definitivamente fino al punto di non somigliarle più. Diventando bestiale-artificiale, la sua crudeltà è figlia di questa seconda e nuova natura. Questa sì belluina. La parola belluina era sconosciuta agli antichi e non era di certo riferita agli animali. La parola belluina (e dunque la sua natura) appartiene alla bestia-artificiale chiamata uomo e alla pratica da cui deriva: guerra. Guerra è un termine neutro: Bellum. Da bellum a belluino: la traslitterazione ha una solare evidenza. Guerra: la più spietata, crudele, fredda, impassibile e disumana pratica civica, concepita dalla bestia divenuta artificiale. 

***
DÈI, RELIGIONE E GUERRA
di Angelo Gaccione


Un dato è incontrovertibile: che si prendano in mano i poemi di Omero, la “Teogonia” di Esiodo, la “Biblioteca” di Apollodoro, gli scritti di Eschilo e di Pindaro, o si vanno a considerare i miti precedenti della tradizione orientale - per esempio il mito ittita di Ullikummi - la nascita degli dèi e l’Olimpo, si fondano sulla guerra e sullo sterminio. La guerra spietata che li vede contrapposti per il dominio e la supremazia, non si esaurirà con il conseguimento dello scettro e il ristabilimento della gerarchia dell’ordine divino imposto da Zeus. Tutte le vicende, sia olimpiche che terrene, vedranno gli dèi in una ininterrotta contesa armata diretta, o attraverso i cosiddetti eroi mortali e terreni, fomentando fra costoro discordie, rivalità, guerre, e ogni sorta di mostruosità. L’Olimpo non nasce né pacifico né tollerante, e tanto meno la religione che ne discenderà; e pacifici e tolleranti non lo saranno gli uomini sulla terra. C’è conflitto in Cielo come c’è conflitto in Terra.                                                             
Sono dèi spietati ed esigenti dotati delle stesse passioni umane e dei peggiori difetti. Richiedono continui sacrifici umani; sgozzamenti ai piedi dei loro altari e dentro i loro templi, pretesi addirittura dalla mano amorevole degli stessi padri costretti a sgozzare figli innocenti; ecatombe di poveri animali inconsapevoli della follia e del fanatismo religioso degli uomini delle società antiche. Misere creature immolate in un disgustoso bagno di sangue. 
Riconsiderate sotto l’aspetto criminale della guerra e dei sacrifici umani e animali, quelle società - con l’impianto religioso che le sorregge - appaiono disgustose, feroci,  fanatiche, vendicative. L’esaltazione mitica dei cosiddetti eroi, celebra in realtà una genia di portatori di morte, sadici ed efferati, che non ha nulla a che fare con la pietà. Basta analizzare gli episodi salienti dei conflitti e il comportamento dei singoli eroi, per rendersi conto del loro odioso modo di procedere. Non ci si ferma neppure davanti agli infanti ancora in fasce, messi a morte senza scrupolo alcuno; straziati nel corpo e mutilati nel più bieco dei modi. Né davanti agli anziani indifesi e senza forze. Gli stupri sulle donne inermi sono diffusissimi e si arriva persino ad impedire la sepoltura dei cadaveri, lasciati all’oltraggio e alla voracità delle fiere.                                          Vista dall’ottica delle vittime innocenti, l’epica omerica è barbara e feroce come tutte le guerre; e come tutte le guerre rivelano la loro criminale follia. Con un aggravante in più: il coinvolgimento dell’Olimpo e di una religione altrettanto spietata che le giustifica. I poemi omerici e quelli degli scrittori successivi, non sono soltanto alta poesia, sono soprattutto un ammasso spaventoso di carneficine perpetrate con il contributo e il consenso degli dèi. L’abilità poetica dei cantori può rendere tutto più scintillante, ma il sangue resta sangue. 

***
OGNI BENE VIENE DALLA TERRA
di Angelo Gaccione

Ho un profondo rispetto per la civiltà contadina e per il lavoro della terra. Quando ero ancora un ragazzino, mia madre mi lesse qualcosa che non avrei mai più dimenticato (forse un racconto, forse una poesia) e il cui titolo era il seguente: “Ogni bene viene dalla terra”. Da adulto ho sempre tenuto presente questa incontrovertibile verità. Una volta, in occasione di un incontro pubblico piuttosto animato, dissi più o meno questo: ogni civiltà che si sarebbe susseguita nel corso del divenire storico, avrebbe apportato la sua dose di utile e necessario vantaggio, e prodotto molte e rivoluzionarie modifiche, ma non avrebbe potuto in alcun modo cambiare le basi su cui si fonda la nostra esistenza di esseri umani. Saremmo, cioè, sempre dipesi dalla terra.
Se ci pensate, noi potremmo fare a meno del petrolio e delle macchine; del laser e dei computer, ma non possiamo fare a meno del cibo per nutrirci. Cibo che in tutte le sue componenti ed elaborazioni, ha una sola e assoluta provenienza: la terra. Potremmo fare a meno di tutte le invenzioni più complesse e sofisticate nate dalla nostra fervida intelligenza ed immaginazione, ma non ci è possibile fare a meno di due semplici elementi della nostra sopravvivenza umana: acqua e aria. E anche questi due elementi hanno una sola e unica provenienza: la terra. L’acqua nutre la terra che a sua volta nutre le piante e che a loro volta nutrono ogni essere presente sulla terra. Respirare, bere e nutrirsi, sono le basi indiscutibili della natura e dunque della terra.
Provo molta tristezza quando mi capita di imbattermi in certi atteggiamenti da snob; si tratta generalmente di giovani o di professionisti le cui origini affondano nella civiltà contadina. Hanno mutato la loro condizione e ora il nuovo status di piccoli borghesi (in genere piuttosto ignoranti) li fa vergognare di ciò che sono stati, di ciò da cui provengono, come se essere nati da una famiglia o da antenati contadini, da gente che ha sopportato la grande fatica della terra, fosse un marchio di infamia. Tentano disperatamente di lavare questa “infamia”, per far dimenticare quelle origini e farsi accettare nel consesso della nuova classe verso cui sono approdati. Ridicoli. Semplicemente ridicoli e gretti. Verga ci ha dato un ritratto esemplare di questi ridicoli parvenu, nel suo “Mastro don Gesualdo”.
Io credo, invece, che bisogna andarne fieri. Senza gli uomini votati al duro lavoro della terra, non ci sarebbe disponibilità di alcun nutrimento per il genere umano, e questo sarebbe in pericolo. Senza il loro prezioso lavoro, gli stessi stupidi superficiali snob che guardano al mondo contadino e della terra con sufficienza e superiorità, morirebbero di fame. Se improvvisamente i lavoratori della terra decidessero di produrre solo per il loro unico fabbisogno: governanti, ministri, teste coronate, ambasciatori, cancellieri e cacasenno di ogni tipo, si ritroverebbero a domandare l’elemosina sui cantoni delle vie. Disavvezzi all’arte della coltura e della semina; incapaci di sopportare la fatica dei campi; tutti costoro non avrebbero scampo. Il loro denaro non gli servirebbe più, come non gli sarebbero di aiuto alcuno aerei, auto o computer. Non potrebbero mangiare le ruote delle loro belle macchine, i titoli che esibiscono nelle loro case, gli oggetti preziosi di cui si circondano. In casi di carestie, nulla è più importante di un tozzo di pane, di una giara d’olio, di un sacco di umili patate. Nessun diamante vale quanto un tomolo di legumi, uno staio di cereali o una forma di caciocavallo. Dipendesse da me, farei in modo che i beni della terra, tutti i beni della terra, compreso l’acqua e gli alberi che ci danno l’ossigeno, avessero il costo maggiore in assoluto e fossero considerati gli unici veri beni incommensurabili della vita. Svaluterei diamanti e computer, auto e televisori, ponendoli al più infimo gradino del valore monetario. E a chi ponesse obiezioni gli direi: “Ecco, ingoia questo saporitissimo telecomando. Assaggia un pezzo di questo gustoso pneumatico. Spalma sulle tue fruscianti banconote una fetta di questo magnifico personal computer”.   
Dite che cambierebbe opinione?   


***
MINIMA IMMORALIA
IL CAPITALISMO È MISERIA PER I POPOLI
di Angelo Gaccione


Abbiamo sperimentato il Capitalismo e abbiamo sperimentato il Comunismo: in entrambi questi sistemi non c’è stata alcuna uguaglianza fra gli uomini, nessuna abolizione delle classi, nessuna liberazione. Fame, morte, guerra, persecuzioni, devastazione della natura, rapporti spregevoli nei confronti degli animali e delle altre creature, intolleranza per i diversi. Sono cresciuti i profitti, le lobbies, le nomenclature, le privatizzazioni dei beni pubblici e comuni, le armi di sterminio e gli eserciti. Nessuna giustizia per le classi più povere, nessuna pace. Ora è tempo di ripensare un’altra socialità, un’altra visione possibile nei rapporti fra gli uomini e l’ambiente in cui si trova a vivere; un’altra riconsiderazione di tutte le risorse naturali e delle altre specie: animali e vegetali che hanno permesso fin qui la nostra sopravvivenza. Fuori dal profitto e fuori dai regimi finora conosciuti. Ci occorre una nuova e più profonda immaginazione, ricordando che qualsiasi sistema sociale che non ponga al centro la riconsiderazione degli esseri umani e delle altre specie della natura, va respinto come criminale. E soprattutto ricordando che i tempi per uscire da questa moderna barbarie sono stretti, maledettamente stretti”. 

***
CAFONARIA 4
di Angelo Gaccione

La cafoneria è ovunque e Londra non è immune. Da qualche tempo un’orda di ridicoli e arroganti rampolli figli di quel volgare “zurrume” composto da governanti e ceti ricchi degli emirati arabi, scorrazza impunemente per le strade della capitale londinese con fuoriserie di lusso sfacciatamente kitch, e con a fianco, manco a dirlo, le solite immancabili puttane. Vanno a velocità folle e spericolata, mettendo a rischio l’incolumità dei passanti. Si permettono in questa parte di “tollerante” occidente, ciò che a tutti gli altri è legalmente proibito. Insomma, fanno quello che vogliono e le autorità fingono di non vedere. Potenza del denaro: i rampolli portano moneta pregiata, spendono e spandono nei locali più esclusivi e non è prudente inimicarseli.
E così davanti alla prosaicità dell’argent, anche il proverbiale, ipocrita bon ton inglese, si adegua alla cafoneria. Va, in altre parole, a farsi…
Scegliete voi il verbo più appropriato.     


***
MINIMA IMMORALIA
SUI DESTINI DELLA NAZIONE
di Angelo Gaccione


La nostra è ormai una nazione irrecuperabile; tentare di migliorarla appare sempre più un’impresa disperata e molti la danno per perduta. I tempi per una nostra “ragionevole” rivoluzione morale che ne rovesci i postulati, sono sempre più stretti. È molto probabile che arriverà prima la natura con la sua spietata capacità selettiva. Tutti i segni ci dicono che sta lavorando in questo senso, e forse ben poco rimarrà in piedi. Ho pietà solo per gli animali e per le piante: di queste innocenti creature ho davvero pena. Ma col tempo si riprenderanno il loro posto e torneranno a star meglio, senza la nostra disgustosa bieca presenza. Come dovrebbe essere ormai a tutti noto, la natura non ha bisogno della nostra nociva presenza. Da tempo siamo divenuti i suoi becchini, ma la nostra ecatombe sarà lei a celebrarla. 

***
CAFONARIA 3
di Angelo Gaccione


Negli ultimi tempi sempre più malvolentieri prendo la Metropolitana. Il motivo è il diffondersi di una particolare forma di cafoneria. Bipedi italiani e stranieri di ogni sesso, si piazzano davanti alle porte di uscita e creano un muro che si è costretti a fendere con piglio piuttosto deciso, per poter scendere. Di volontà propria non si spostano, e se li fissi in attesa sperando che muovano un passo, stai fresco! restano lì impalati come ebeti. “Devo passarle sopra la testa?”, ho detto giorni fa ad una signora che mi si era parata davanti; “guardi che senza di lei il Metrò non parte” ho concluso ironico. Non è necessaria una intelligenza particolarmente spiccata per capire che basterebbe posizionarsi ai lati delle aperture e aspettare che i passeggeri scendano per potere poi comodamente entrare. A Milano non è così, e un branco di pecore vi si affolla davanti. A volte penso che in fatto di intelligenza e di comportamento, sia avvenuto un cortocircuito nell’evoluzione umana: dal gorilla all’uomo e dall’uomo alla capra. Con il dovuto rispetto per la capra.

***
CAFONARIA 2
di Angelo Gaccione

È molto più facile debellare il cancro e migliorare l’assetto economico della società, che liberarsi della cafonaggine. La cafonaggine è una pianta ostinata e tenace, ed estirparla sarà un’impresa piuttosto ardua. La difficoltà non consiste soltanto nella sua pervasività, ma nel fatto che attraversa tutte le classi. Noi italiani ne siamo abbondantemente contaminati e a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, abbiamo fatto notevoli progressi peggiorativi in questo senso. Abbiamo ricostruito i beni della nazione (fabbriche, ponti, strade, scuole, case, palazzi…), ma le macerie del nostro comportamento civico non sono state rimosse; anzi, le rovine si sono accumulate. Per rimanere nell’ambito della metafora, con l’esplosione del boom economico e del consumismo, quelle rovine sono divenute gigantesche discariche. Che non vi sia automatismo di rapporti fra miglioramento economico e miglioramento dei comportamenti sociali e civici, è oramai un luogo comune. Probabilmente questo automatismo migliorativo non funziona neppure in rapporto all’istruzione. Se fosse così, la società avrebbe dovuto già da tempo essere largamente migliorata. Tuttavia, al di là di qualunque raffinata analisi possibile, sulle cause e sui tempi, resta il fatto che la cafonaggine e la perdita di decoro civile, hanno investito anche quei ceti sociali che più di tutti ne erano stati immuni. Sono diventati di massa. Società di massa uguale cafonaggine di massa, è un’equazione che sembra combaciare molto bene.
Ci sono dei luoghi che per la loro natura e per il significato simbolico che li contraddistingue, dovrebbero indurre ad atteggiamenti “consoni”. L’aggettivo non è dei migliori, ma è il più usato. Eppure non è più così. Quello a cui mi è capitato di assistere nella sala d’attesa del padiglione “Devoto” del Policlinico di Milano, dove ho dovuto forzosamente sostare alcune ore per un prelievo di sangue, mostra come la cafoneria, nell’indifferenza generale, abbia invaso persino un luogo di sofferenza come un ospedale. Pazienti che strillano senza riguardo nei loro telefonini, altri che raccontano i loro fatti a voce alta disturbando i vicini, porte che sbattono di continuo ad opera di pazienti, infermieri, medici che non si peritano di prestarvi attenzione come dovuto e che ti fanno sussultare. Insomma un luogo di delirio, una fiera, un mercato, dove la cafoneria regna sovrana e non si leva voce alcuna per far cessare questo andazzo. Probabilmente i responsabili non ne sanno nulla: è raro che i responsabili siano al corrente di ciò su cui sono tenuti a controllare. E se anche lo sapessero si guarderebbero bene dall’intervenire. E sapete perché? Perché si tratta di una struttura pubblica, cioè terra di nessuno; e siccome è terra di nessuno, naturalmente nessuno se ne cura. Ben diversamente vanno le cose nelle strutture private, e non è che siano a corto di cafoni.  Semplicemente tengono al buon nome del servizio, che poi vuol dire al buon nome della cassa, perciò vige un altro clima.

***
CAFONARIA 1
di Angelo Gaccione


All’ossessione e alla mania dell’uso dei telefoni cellulari ho dedicato un racconto ironico e pungente dal titolo “Russa”, scritto nel dicembre del 2012 e pubblicato l’anno successivo nel libro “La signorina volentieri” (pagg. 35-40). Nel frattempo la situazione è ulteriormente peggiorata. Orde di cafoni di ogni età e nazione, hanno invaso ogni luogo e ogni ambito (che siano mezzi pubblici e ospedali, poco importa) e non si fanno scrupolo alcuno. Qualche settimana fa ho dovuto forzatamente scendere dall’autobus numero 73 proveniente dall’aeroporto di Linate. Avevano letteralmente trasformato l’autobus in un vero e proprio zoo, in cui bestie dalle sembianze umane, starnazzavano, barrivano, miagolavano, chiocciavano, belavano, abbaiavano, ululavano negli idiomi più diversi, con le orecchie attaccate ai loro telefonini. Non mancavano, ovviamente, gli italioti, milanesi e non, ma a darci dentro con più foga, si distinguevano bipedi di sesso femminile di lingua spagnola (ecuadoregne? peruviane?) e dei paesi dell’Est. Fossi stato il conducente avrei fermato il mezzo e mi sarei rifiutato di proseguire se quella assordante cagnara non si fosse all’istante interrotta. Una volta sui mezzi pubblici campeggiava questa scritta: Vietato parlare al conducente; ora che la buona educazione se n’è andata, spodestata da un comportamento disinvolto figlio del progresso, e dallo sviluppo della tecnologia, non ci sono divieti che tengano. Ci si dovrà fare, come si dice, il callo? Ci si dovrà assuefare alla cafonaria (conio un neologismo per la nuova era) che avanza, indice di sicuro “progresso”? “Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti”. Non è un mio pensiero, è una riflessione di Einstein.


Privacy Policy