UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

mercoledì 14 febbraio 2018

PRECISAZIONE SULLA FORMULA ELETTORALE
di Franco Astengo


“La confusione sotto il cielo è grande” recitava un vecchio motto maoista: definizione alquanto appropriata per quanto riguarda la legge elettorale  n. 165 del 3 novembre 1917 che stabilisce norme e formula sulla base delle quali voteremo il prossimo 4 marzo. Nell’elettorato stanno, infatti, sorgendo molti dubbi su punti cruciali del dispositivo in questione: sarà bene quindi chiarire per quanto possibile, sollevando anche alcuni interrogativi circa la costituzionalità della legge: costituzionalità che sicuramente sarà oggetto di ricorso all’Alta Corte.
Andando per ordine principiamo dalla suddivisione dei seggi tra collegi uninominali e collegi plurinominali.
Alla Camera i 630 seggi saranno assegnati così: 232 in collegi uninominali ( 6 riservati al Trentino – Alto Adige; 2 al Molise; 1 alla Valle d’Aosta); 386 in collegi plurinominali (al massimo 8 candidati per lista in ogni collegio); 12 nella circoscrizione estero.
Al Senato i 315 seggi saranno così assegnati; 109 in collegi uninominali ( 6 riservati al Trentino Alto Adige, 1 al Molise, 1 alla Valle d’Aosta), 200 in piccoli collegi uninominali, 6 nella circoscrizione estero. Attenzione, dunque alle modalità di voto:
Si riceve una sola scheda per la Camera e una sola scheda per il Senato.
Si può votare facendo un solo segno, oppure due, basta che entrambi i segni siano fatti nell’area della scheda che spetta a un’unica coalizione.
È possibile votare un candidato all’uninominale e, con un secondo segno, scegliere una delle liste che lo appoggiano.
Si può scegliere anche solo il candidato all’uninominale o solo una delle liste, ma il voto sarà comunque “trascinato” rispettivamente anche sulle liste o sul candidato.
Non si può votare una lista diversa da quelle che appoggiano il candidato che abbiamo scelto.
Quindi, se volete votare una coalizione ma non vi piace il candidato che la coalizione ha presentato nel vostro collegio uninominale, l’unico modo che avete per non votarlo è rinunciare e votare un’altra coalizione. Viceversa, se avete deciso di votare per un candidato ma non vi piace uno dei partiti che lo appoggiano, l’unico modo che avete per essere sicuri che il vostro voto non finisca a quel partito è fare due croci, esprimendo anche una scelta per un partito che non sia quello. Attenzione: deve essere parte della stessa coalizione, altrimenti il vostro voto sarà annullato (l’abbiamo già detto?). Infine, non si possono esprimere preferenze sui singoli candidati della lista plurinominale.
Quest’ultimo caso è quello che maggiormente viene evidenziato in questo momento nel dibattito tra i “media”, nel passaggio, ad esempio, tra il PD e la lista Più Europa.


Cosa succede una volta votato?
Scegliendo un candidato all’uninominale – o anche solo una delle liste che lo appoggiano -, quel candidato riceverà quindi un voto all’interno di quel collegio. Al termine dello scrutinio, il candidato che ha ricevuto anche solo un voto più dei suoi avversari sarà eletto. Se insieme al candidato viene barrata anche la casella di una delle liste proporzionali che lo appoggiano, quella lista allora riceverà un voto (altrimenti vale il calcolo di distribuzione detto sopra). Su base nazionale, grossomodo, ogni lista eleggerà un numero di parlamentari proporzionale ai voti che ha ottenuto, ma come questi eletti saranno divisi nei collegi è materia complessa. I candidati della lista proporzionale saranno eletti nell’ordine in cui compaiono sulla scheda. La legge permette le candidature multiple: si potrà essere candidati in un seggio uninominale e in un massimo di cinque collegi proporzionali. In caso di elezione in più collegi il candidato si ritiene eletto nel collegio uninominale, oppure nel collegio proporzionale dove la sua lista ha ottenuto la percentuale minore di voti.
Sono previste soglie di sbarramento:La soglia di sbarramento nella quota proporzionale è fissata al 3% su base nazionale, sia al Senato sia alla Camera, con l’eccezione delle liste relative alle minoranze linguistiche per le quali la soglia è al 20% per la regione di riferimento. In aggiunta alla soglia del 3% è prevista anche una soglia minima del 10% per le coalizioni (all’interno delle quali però almeno una lista deve aver superato il 3%).
Il candidato di un partito escluso dal riparto dei seggi perché non ha raggiunto il 3% ma eletto nel maggioritario ovviamente manterrà il suo seggio.
Applicazione del proporzionale alla Camera e al Senato
Un’importante differenza, stabilita dalla Costituzione, tra Camera e Senato è che il Senato deve essere eletto su base regionale. La nuova legge elettorale prevede che la ripartizione dei seggi tra le liste alla Camera sia effettuata su base nazionale mentre il riparto al Senato sarà regionale: fermo restando che le soglie del 3% e del 10% saranno comunque calcolate su base nazionale.


I punti dolenti della costituzionalità
Giudizio del tutto personale: nonostante i listini “corti” (come da indicazione della Consulta nella sentenza di bocciatura della legge del 2005) ci troviamo di fronte ad una quota di “nominati” intollerabile. Come ha dimostrato la rissa scatenatasi in tutti i partiti per la posizione dei candidati nel listino. Inoltre, anche per la quota uninominale, le indicazioni dei vari “gigli o cerchi magici” hanno portato ad imporre nelle situazione locali candidature anomale rispetto al territorio: candidature per lo più garantite da una pluralità di presenze in diversi collegi nella parte plurinominale creando di fatto delle “blindature” insuperabili.
L’altro punto è sicuramente quello del trasferimento del voto delle liste ferme tra l’1% e il 3% alle forze della coalizione che avranno superato la soglia. A prescindere dalla possibilità non remota di sorprese da questo punto di vista, rimane una violazione del voto personale perché – con il trasferimento – si potrebbe verificare il caso di elezioni non indicate dalla volontà dell’elettrice o dell’elettore (il voto trasferibile all’italiana, tra l’altro è un caso unico al mondo ben diverso dal voto trasferibile “classico” usato in Irlanda e in Australia, dove è l’elettrice o l’elettore che indica a quale candidato trasferire il proprio voto attraverso un’espressione subordinata di suffragio).
Una precisazione ulteriore
La vicenda relativa alla composizione delle liste del Movimento 5 Stelle ha fatto scattare una surreale discussione sulle eventuali dimissioni di un candidato eletto. Non occorre il parere di raffinati giuristi. Le dimissioni dal Parlamento debbono essere motivate e votate dal ramo cui appartiene il dimissionario/a. Non esiste alcun automatismo. Precisando nel caso che le dimissioni di un eletto nel collegio uninominale portano a elezioni suppletive nello stesso collegio mentre dimissioni di un eletto nel collegio plurinominale portano al subentro del primo candidato escluso.


Infine sulla “quantificazione” del quorum
Quanto può valere, in termini di voti assoluti, il superamento del quorum del 3%.
I flussi di partecipazione al voto negli ultimi 2 anni (amministrative 2015, 2016, 2017, referendum 2016) indicano la possibilità che, escluse le circoscrizioni estero, si possano contare tra 28/30 milioni di voti validi. Il quorum si collocherebbe quindi tra 850.000/900.000 voti. Una quota di sicurezza (nel caso di un maggior numero di espressione di voti validi) si può collocare tra 1 milione, un 1milione e centomila voti.

martedì 13 febbraio 2018

IL PROGRESSO DELL’INTELLIGENZA
Luigi Caroli

Pare incredibile ma una recente  ricerca sul pericolo dell’intelligenza artificiale dimostra che a fare più difetto – e quindi a regredire – è l’intelligenza umana minimale. Perché dunque stupirsi se il 15% degli italiani crede ancora in Berlusconi? Studi di Crabtrees e Dean hanno accertato che il 20% degli statunitensi maggiorenni e percentuali similari in altri Paesi credono che il Sole gira intorno alla Terra.
Votano Tolomeo (100-175 d.C.) e, dopo cinquecento anni, considerano Copernico e Keplero due avventurosi… populisti.
CRABTREES S. : “New Poll Gauges American’s General Knowledge (conoscenza) Levels” (1999).
DEAN C. : “Scientific Savvy (saggezza)? In US, not match (non molta!)”.
Gli statunitensi maggiorenni che credono in Trump non sono surclassati dal 21% degli italiani che crede ancora in Renzi?
A chi sono utili le «inutili guerre»
di Manlio Dinucci
 
Effetti delle guerre
La canzone meritoriamente vincitrice del Festival di Sanremo è accompagnata da un videoclip che mostra drammatiche scene di guerra e attentati in un mondo in cui la vita, nonostante ciò, deve andare avanti «perché tutto va oltre le vostre inutili guerre». Proviamo a sostituire al videoclip un docufilm degli ultimi fatti. In Europa la Nato sta schierando crescenti forze (comprese quelle italiane) sul fronte orientale contro la Russia, presentata quale minacciosa potenza aggressiva. Nel quadro di un riarmo nucleare del costo di 1.200 miliardi di dollari, gli Stati uniti si preparano a schierare dal 2020 in Italia, Germania, Belgio e Olanda, e probabilmente anche in Polonia e altri paesi dell’Est, le nuove bombe nucleari B61-12, di cui saranno armati i caccia F-35. Alle esercitazioni di guerra nucleare partecipa l’Aeronautica italiana, che lo scorso settembre ha inviato un suo team presso il Comando strategico degli Stati uniti. 
Gli Usa accusano inoltre la Russia di schierare sul proprio territorio missili a raggio intermedio con base a terra, in violazione del Trattato Inf del 1987, e si preparano a schierare in Europa missili analoghi ai Pershing 2 e ai Cruise degli anni Ottanta.
Si crea in tal modo un confronto militare analogo a quello della guerra fredda, che accresce l’influenza Usa in Europa e ricompatta gli alleati nella comune strategia mirante a mantenere la supremazia in un mondo che cambia. Ciò comporta una crescente spesa militare: l’Italia la porterà da 70 a 100 milioni di euro al giorno; la Spagna a 50 milioni con un aumento del 73% entro il 2024; la Francia la accrescerà del 40% superando i 135 milioni al giorno. Per potenziare il proprio arsenale nucleare la Francia spenderà 37 miliardi di euro entro il 2025. Affari d’oro per le industrie belliche: il rendimento azionario della maggiore del mondo, la statunitense Lockheed Martin, è aumentato dell’84% in tre anni.
Funzionali ai potenti interessi che alimentano l’escalation Usa/Nato sono le formazioni neonaziste ucraine, addestrate da istruttori Usa trasferiti da Vicenza. L’Ucraina di Kiev, dove convergono militanti da altri paesi,  è divenuta il «vivaio» del rinascente nazismo nel cuore dell’Europa (ma di questo in Italia praticamente non si parla). In Medioriente, fallito in seguito all’intervento russo a sostegno di Damasco  il piano Usa/Nato di demolire lo Stato siriano come già fatto con quello libico, è in corso il tentativo, coordinato con Israele, di balcanizzare il paese strappandogli pezzi del territorio nazionale.
In una audizione al Congresso Usa, il 6 febbraio scorso, l’ambasciatore (a riposo) Robert Ford ha dichiarato che, per le operazioni militari e «civili» in Siria, nella cui parte orientale operano oggi circa 2.000 militari Usa, gli Stati uniti hanno speso dal 2014 12 miliardi di dollari (in gran parte per armare e sostenere movimenti jihadisti allo scopo di scardinare lo Stato dall’interno).
In Asia orientale – sottolinea la «National Defense Strategy 2018» del Pentagono – gli Stati uniti hanno di fronte «la Cina, un competitore strategico che usa una economia predatoria per intimidire i suoi vicini, mentre militarizza sotto diversi aspetti il Mar Cinese Meridionale». Il Pentagono sta esaminando un piano per inviare in Asia Orientale una forza di reazione rapida del Marines, pesantemente armata.
Perdendo terreno sul piano economico rispetto alla Cina, gli Stati uniti mettono in campo la loro forza militare. Creano così nuove tensioni nella regione, non a caso nel momento in cui vi sono segnali distensivi tra le due Coree. Lo sbocco può essere un’altra guerra, non «inutile» ma utilissima alla strategia dell’impero.


SANTA TERRA
di Pierfrancesco Raineri


Pietre, droni iraniani, caccia israeliano abbattuto, il muro che sigilla Betlemme, e ancora, ancora…
Le notizie che arrivano dalla Terra Santa, da Israele, spesso e volentieri sono drammatiche. Eppure mi sento accinto con la mia famiglia a intraprendere un viaggio in quella Terra, con la Diocesi di Torino, in modo sereno e fiducioso. Ancora oggi, continuo a pensare alla straordinarietà di un popolo, di commercianti e intellettuali, come il popolo ebraico, che inizialmente attraverso il movimento dei Kibbutz, e poi con la nascita dello Stato di Israele, è riuscito a dissodare un deserto, e a ridare dignità a Gerusalemme, e ai luoghi sacri anche di altre religioni, ignorati per secoli dalla dominazione Bizantina e poi Ottomana. Certo, perché la Palestina e Gerusalemme sono state per secoli abbandonate a se stesse.
Il recupero a San Giovanni D’Acri dei luoghi templari, della città sotterranea, il ricordo dell’impresa (fallita) di Napoleone, Sephoris con i suoi mosaici, è storia riemersa negli ultimi decenni.
La Galilea culla del Cristianesimo con Cafarnao, Magdala, il Monte delle Beatitudini, il lago, il fiume Giordano, è oggi meta di pellegrinaggi, alle falde delle alture del Golan, della Siria, della guerra, ma nonostante tutto è terra i pace, di meditazione.
Masada e il Mar Morto, simboli della resistenza e della caparbietà del popolo ebraico nei secoli.
Il deserto del Negev e poi naturalmente Gerusalemme, Gerusalemme è la città vecchia di impianto Bizantino, e quindi non Suk arabo, crogiuolo di religioni monoteiste con i loro siti: il Santo Sepolcro, il Muro del Pianto, la Spianata delle Moschee.
Gerusalemme ovest, la capitale di Israele con la Knesset, il museo del Libro, le straordinarie collezioni pittoriche donate, lo Yad Yashem.
Lo Yad Yashem, è il luogo del ricordo della persecuzione e dello sterminio perpetrato dai nazisti.
Fra tanto orrore, mi è rimasta negli occhi una piccola foto di una ragazzina di diciassette anni, con la camicia bianca e una gonnellina a pieghe, appena impiccata con il collo storta e la soldataglia attorno che ride. Di fronte al Muro del Pianto non ho pregato né lasciato biglietti perché non sono una persona particolarmente religiosa, ma ho chiuso gli occhi e, toccando il muro ho riflettuto. Mi sono chiesto come fosse possibile dare giustizia a quella ragazzina almeno un poco. Per arrivare  a questo poco, credo si debba cominciare a difendere l’esistenza dello Stato di Israele, al di là delle opinione politiche. Difendere Israele  vuol dire difendere la giustizia e la libertà del nostro vivere, che proprio come Israele, è oggi sempre più minacciato, e onorare, almeno un poco, quella ragazzina…
ROMA. GATTOMERLINO SPAZIO
14 febbraio, ore 18:00
Gattomerlino Spazio
Borgo Vittorio 95 Roma



1 miliardo 379 milioni
La Cina tra passato e futuro nelle esperienze di:
Claudio Marcelli, fisico, professore presso l'Università di Scienza e tecnologia 
della Cina (USTC) a Hefei
Alfredo Matacotta Cordella, Ambasciatore dell'Italia in Vietnam 
negli anni 2004-2008
Piera Mattei, lettrice, traduttrice, viaggiatrice.




domenica 11 febbraio 2018

CHI FURONO I PEGGIORI CRIMINALI?
I TEDESCHI O GLI AMERICANI?
di Luciano Garibaldi

Luciano Garibaldi

Intervento di Luciano Garibaldi al convegno “GUERRE E PACE”
organizzato dalla ANVCG a Milano il 9 febbraio 2018, Hotel dei Cavalieri.

Da una decina d’anni, disponiamo di una eccezionale fonte informativa sulle stragi di civili compiute dalle truppe d’occupazione tedesche coadiuvate dalle formazioni militari fasciste. Si tratta dell’«Atlante delle stragi naziste e fasciste», realizzato, a partire dal 2009, da una Commissione Storica congiunta, insediata dal governo italiano e da quello della Repubblica federale tedesca. Nella banca dati, consultabile sul sito www.straginazifasciste.it, è possibile conoscere tutte le stragi e le uccisioni singole di civili, compiute da reparti tedeschi e della Repubblica Sociale Italiana in Italia dopo l’8 settembre 1943.
I risultati dell’indagine hanno permesso di censire oltre 5000 episodi, per ognuno dei quali è stata ricostruita la dinamica degli eventi, inserita nello specifico contesto territoriale e nelle diverse fasi di guerra. In Italia, dal luglio 1943 all’aprile 1945 furono più di 20 mila le persone uccise in stragi nazifasciste, persone prive di una effettiva pericolosità militare e quasi tutte immuni da colpe effettive. Quindi, vere e proprie vittime civili di guerra.
Nei confronti delle popolazioni italiane i nazisti attuarono la strategia del terrore, capace di sconfinare rapidamente in ripetuti massacri. Il risultato dell' occupazione nazista è un lungo disseminarsi di eccidi avvenuti per le più diverse (e spesso anche incoerenti) ragioni. Un esempio per tutti: La strage di Marzabotto, al pari di tutti gli altri massacri, a partire da Sant’Anna di Stazzema, non solo si rivelò strategicamente inutile, ma fu eseguita in maniera indiscriminata, al di fuori di ogni ragione bellica, come testimonia l'uccisione di 216 bambini, neonati inclusi. Furono i civili, in larghissima maggioranza, le vittime di eccidi: persone segnate dalla sventura di trovarsi, non volendolo, in pieno fronte e generalmente disarmati. Le donne, gli anziani e i bambini erano le categorie più deboli; su di essi la violenza poteva essere esercitata con minori rischi e su di essi infierirono impietosamente al punto che quasi due terzi dei deceduti nelle stragi nazifasciste appartenevano a queste categorie.

L. Garibaldi a sin. al Circolo della Stampa a Milano

A partire dagli episodi nei quali sono morte più di 7 persone, sono stati individuati in Italia oltre 400 casi di eccidi di civili, con una fitta concentrazione nel Centro-Nord del Paese.
Grazie all’ “Atlante delle stragi naziste e fasciste”, dati e vicende, fino ad oggi completamente sconosciuti nelle loro dimensioni, ora possiamo visionarli on line.
In Lombardia vi furono 502 episodi di violenza e 1211 vittime. Ma il triste primato di omicidi ai danni di civili se lo conquistò la Toscana, con 4.465 vittime, seguita dall’Emilia-Romagna con 4.313. Un caso per tutti. Il 30 marzo ’44, a Torino, due gappisti, Giuseppe Bravin e Giovanni Pesce, freddarono Ather Capelli, il direttore della “Gazzetta del Popolo” che non avrebbe certo meritato quella fine, essendo tra i pochi che si battevano per la fine dell’odio e per la riconciliazione. Il 2 aprile, per rappresaglia, furono fatti fuori 32 uomini. Esecuzione senza arresto né processo. E cadaveri esposti in strada.

Devastazioni a Milano

E veniamo alla seconda parte del mio intervento, quella dedicata alle vittime civili dei bombardamenti anglo-americani. Oltre 64 mila civili italiani, in gran parte anziani, donne e bambini, furono uccisi dai bombardieri Alleati. La nostra Aeronautica, in compenso, non bombardò mai né l’Inghilterra, né meno che mai la Francia, a partire dai primi giorni di guerra, quando sarebbe stato, per noi, estremamente facile. A questi morti, possiamo aggiungere gli oltre 23 mila civili italiani vittime innocenti delle truppe Alleate (alcune truppe: in special modo i marocchini al servizio di De Gaulle) nei mesi dell’occupazione militare. Stiamo parlando del periodo compreso tra lo sbarco alleato in Sicilia del luglio 1943 e la capitolazione delle truppe tedesche e della RSI nella primavera del 1945. In quei venti mesi, gli Alleati fecero dell’Italia un «laboratorio a cielo aperto», sperimentando armi distruttive addirittura proibite dalla Convenzione di Ginevra. Le incursioni sulle nostre città furono compiute prevalentemente dopo l’8 settembre 1943, quando l’Italia «ufficiale», cioè quella di Re Vittorio Emanuele III, aveva sottoscritto il patto di cobelligeranza, e pertanto doveva considerarsi a tutti gli effetti «alleata» degli anglo-americani. Al punto che i nostri soldati combattevano eroicamente contro i tedeschi a fianco degli inglesi, degli americani, degli australiani, dei neozelandesi. Un nome per tutte: la battaglia di Montelungo.
Il contributo italiano arrivò a contare 30.000 effettivi alla fine del 1944, inquadrati nelle Divisioni "Cremona" e "Friuli", ognuna delle quali era composta da circa 10.000 uomini, e nel CIL (Corpo Italiano di Liberazione). Il che non distolse il comando supremo Alleato dal programmare una micidiale offensiva di bombardamenti aerei sul territorio italiano della RSI di Mussolini, alleata dei tedeschi.
Le città maggiormente colpite furono Torino, Milano e Genova. Milano subì un terribile bombardamento nella notte fra il 24 e il 25 ottobre 1943, con 170 edifici distrutti e oltre mille morti. Tra ottobre e novembre di quell’anno, Genova fu colpita sei volte, con 1250 edifici distrutti e seimila morti. Tra novembre e dicembre, toccò a Torino, con sette bombardamenti, 70 fabbriche, 24 edifici pubblici e 1950 abitazioni rase al suolo. Nella sola incursione del 9 dicembre, 196 aerei Alleati scaricarono su Torino 147 tonnellate di bombe e 256 tonnellate di spezzoni incendiari.
Non meno terrificanti erano stati i bombardamenti dei mesi di luglio e agosto 1943, programmati per fare pressione sugli ambienti militari e monarchici per indurli a porre fine al regime fascista, premessa indispensabile per la vittoria alleata, almeno nella penisola. Roma fu devastata due volte: il 19 luglio e il 13 agosto di quel 1943. Il più feroce attacco che mai avesse subìto, fino a quel momento, una città italiana, fu comunque quello scatenato su Milano a partire dalla notte tra il 12 e il 13 agosto 1943, e proseguito fino alla notte del 16 agosto. In quattro giorni, Milano fu martirizzata da 2.268 tonnellate di bombe, sganciate da 843 aerei della Royal Air Force britannica. Il bilancio finale fu tremendo: 239 industrie colpite, 11.700 edifici abbattuti, più di 15 mila gravemente danneggiati, migliaia i morti.

Devastazioni a Treviso

Nel 1944 le incursioni aeree sull’Italia centro-settentrionale furono oltre 4.500  e non risparmiarono alcuna città, uccidendo 22 mila civili e ferendone oltre 36 mila. Molte incursioni angloamericane furono tipicamente criminali. Basterebbe ricordare il martirio di Treviso, selvaggiamente aggredita il giorno del Venerdì Santo e distrutta con un bombardamento che causò quattromila morti. Oppure il mitragliamento del battello «Genova», di fronte a Baveno, sul Lago Maggiore, e quello del battello «Milano», carico di sfollati: una ecatombe di donne e bambini, bruciati vivi.
E arriviamo, così alla strage di Gorla, il quartiere di Milano dove il 20 ottobre 1944 una bomba americana centrò in pieno una scuola elementare uccidendo 184 bambini e le loro maestre.
Della orribile strage di Gorla va detto che mai, fino ad oggi, i poteri pubblici italiani avevano mostrato di volerne fare un capitolo fondante della malvagità della guerra. Basta considerare che né il Comune di Milano, né la Regione Lombardia, né lo Stato erano mai intervenuti per commemorare solennemente l’evento, al punto che la stessa costruzione del monumento e della cripta che raccoglie i resti dei piccoli martiri dovette essere realizzata a spese delle loro famiglie. Tutto ciò è sicuramente dovuto ad un senso di inferiorità e di timidezza verso la potenza responsabile del vergognoso massacro, cioè gli Stati Uniti, che, a loro volta, non punirono mai, nemmeno con un richiamo, i loro piloti che, per incapacità, superficialità e indifferenza, avevano scaricato le loro bombe, anziché sugli obiettivi militari (fabbriche, ponti, eccetera), sui quartieri di Turro, Gorla e Precotto, nella Milano Nord.

I piccoli martiri di Gorla a Milano

Le cose sono cambiate l’anno appena trascorso, per merito della «Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra», il cui presidente, l’avvocato Giuseppe Castronovo, ha scelto il 73° anniversario della strage dei bambini di Gorla per il lancio della grande campagna contro la guerra e a favore della pace tra i popoli.
Ho parlato dell’Italia, ho parlato di Gorla. Concludo con un numero, una cifra-simbolo della ferocia e della follia dei bombardamenti aerei sulle popolazioni civili: in tutte le nazioni dell’Asse, a cominciare, ovviamente, dalla Germania, dall’Italia e dal Giappone, il totale dei civili uccisi nei raid aerei del conflitto fu di 3 milioni e mezzo di esseri umani.






APPELLO IN DIFESA DI PIAZZA PIETRO GORI
A PORTOFERRAIO (ISOLA D'ELBA)

Pietro Gori

I giornali del 30 gennaio riportano la notizia che la Giunta comunale di Portoferraio ha deciso di dedicare all’ex sindaco Giovanni Ageno la Piazza antistante il municipio che, dal 1946, ospita la lapide dell’artista Arturo Dazzi dedicata a Pietro Gori. La lapide dell’artista è, come si sa, un omaggio che i cittadini di Portoferraio vollero offrire nel 1913 alla memoria del “poeta dell’anarchia” e dell’avvocato dei “diseredati”. Negli anni a noi più recenti poi quella piazza ha preso giustamente il suo nome.
All’inizio abbiamo pensato ad una fake news, una delle tante che circolano in queste settimane di campagna elettorale, ma poi amici e conoscenti ci hanno confermato che la notizia è vera come sono vere le dichiarazioni dell’attuale sindaco Ferrari e degli altri esponenti della Giunta relative alla motivazione di tale iniziativa, che vuole essere una sorta di “riparazione morale” a posteriori dell’ex sindaco che in vita ha subito una “grave ingiustizia”. Dice il sindaco: «A Gori è dedicata la piazza davanti al municipio, ma anche una strada che passa dietro al palazzo della Biscotteria. Mi risulta inoltre che la toponomastica storica della città indichi la strada come prima attribuzione a Gori. La piazzetta, in realtà, era dedicata a monsieur Hutre, notabile di Portoferraio all’epoca di Napoleone. Solo in un secondo momento la piazzetta fu intitolata a Gori». Ora non vogliamo entrare nel merito dell’operato dell’ex sindaco Giovanni Ageno, sono passati troppi pochi anni dalla sua morte per poter dare un “giudizio” e una “valutazione” seria e storica del suo operato e non vogliamo certamente entrare nel merito delle polemiche politiche che ingolfano di questi tempi i media, ma vogliamo sottolineare alcuni aspetti di ambito storico che questa scelta determinano nel contribuire a modificare nella sostanza l’identità e la storia di questo territorio.
Facciamo un tuffo nel passato per ricordare la storia di questo luogo: tutti sono a conoscenza dell’importanza del ruolo di Pietro Gori (1865-1911) nell’Isola d’Elba e nella costa tirrenica della Toscana (per limitarci a questi territori) nella difesa degli interessi delle classi subalterne e nella propaganda di ideali di libertà ed eguaglianza. L’affetto con cui la memoria di Gori è stata conservata all’Isola d’Elba è dimostrato dai tanti luoghi che ancora conservano testimonianze, come le numerose lapidi, dedicate al vate dell’ideale: Portoferraio, Capoliveri, S. Ilario etc. Tutti sanno anche come con l’ascesa al potere del fascismo molti dei tributi marmorei dedicati a Gori furono rimossi e distrutti, alcuni nascosti e ricollocati appena la dittatura venne sconfitta. Tra le prime grandi manifestazioni che attraversano la distrutta Portoferraio del 1946 vi fu quella per la ricollocazione della lapide dell’artista Dazzi rimossa dalle autorità fascista dalla sua iniziale collocazione nella piazza che oggi porta il nome di Cavour nelle adiacenze del porto. Quella manifestazione nel nome di Gori simbolicamente fu anche la prima grande espressione popolare della riconquistata libertà. La partecipazione di massa dei lavoratori e dei cittadini a quell’evento è testimoniato dalle numerose fotografie che ancora si conservano, e giustamente negli anni quella Piazzetta a ridosso del municipio è diventata nel cuore e nei fatti la Piazza Pietro Gori, una sorta di riconquista morale della memoria ferita dell’intera comunità. Ora voler rimuovere quel nome con il semplice fatto che esiste anche una strada intitolata a Gori e sostituirne il nome significa tradire non solo coloro che nei decenni passati ne hanno conservato con amore la memoria ma anche cercare di cancellare di fatto la storia di questa comunità e di Pietro Gori. Per questa ragione noi protestiamo e faremo di tutto per denunciare questa operazione che definire mistificatoria e strumentale vuol dire fargli un complimento.

Franco Bertolucci direttore della Biblioteca F. Serantini
Furio Lippi presidente dell’Associazione amici della Biblioteca F. Serantini - ONLUS
Maurizio Antonioli, storico
Michele Battini, storico
Gian Mario Cazzaniga, storico e filosofo
Paolo Finzi, redazione «A rivista anarchica»
Stefano Gallo, storico
Martina Guerrini, scrittrice
Pasquale Iuso, storico
Adriano Prosperi, storico

Martino Seniga, giornalista e scrittore
ANCORA SU MACERATA
di Franco Astengo


I giornali di questa mattina tendono a evidenziare le presunte “divisioni nella sinistra” al riguardo della manifestazione antifascista svoltasi ieri a Macerata.
Sottolineano anche un presunto “sconcerto”.
Dobbiamo replicare a questo clima che s’intende creare ad arte, sottolineando prima di tutto come il distacco da parte di chi non c’era è stato verso i valori che la Costituzione esprime nel profondo del suo dettato: e si è trattato, soprattutto da parte del PD, di un distacco logico avendo questo partito tentato, non più tardi di due anni fa, di stravolgere il senso della nostra Carta Costituzionale (per fortuna ci hanno pensato elettrici ed elettori).È il caso di riflettere su questo punto: quello che i media continuano a definire come il maggior partito della sinistra italiana in un’occasione decisiva come quella referendaria del 2016 si schierò “contro” la Costituzione nel suo punto essenziale della centralità del Parlamento nella direzione politica del Paese. Quel momento, del referendum sulla deforma costituzionale, è stato il vero punto di rottura difficilmente rimarginabile: poi ci sono le strumentalizzazioni dei politici di mestiere che cercano di accreditarsi a ogni stagione che volge. Anche questo sarebbe inaccettabile ma è anche inevitabile per la via della congenita natura di chi coltiva l’opportunismo come ragione della propria vita politica. Va affermata invece, con orgoglio di appartenenza, la capacità di coerenza di chi ha continuato a battersi contro le ferite mortali che si è tentato di infliggere alla nostra convivenza civile e politica. Questi che hanno continuato a battersi naturalmente a Macerata c’erano, di persona e idealmente: per il resto logiche le assenze di chi appartiene a un altro mondo e di chi, per ignavia e opportunismo, ha ritenuto di compiere, senza ragione e soltanto per paura, un passo indietro. Nessuno sconcerto, nessuna divisione: niente di più del giusto e niente di meno.
Tiziano Rovelli a One Tivù
One Tivù Canale 112 del digitale terrestre il 22 febbraio alle ore 21.30
Tiziano Rovelli discuterà del suo libro Il viaggio della signora Trussi.
Il 7 marzo alle ore 20.45, il libro sarà presentato alla libreria Lineadiconfine
Nel quartiere di Baggio a Milano in via Ceriani n. 20 angolo Via Pistoia. 

La copertina del libro

LE BOMBE DI SAVONA E LA RISPOSTA POPOLARE 
AL TERRORISMO. IN RISPOSTA AI FATTI DI MACERATA 
di Franco Astengo




 Scrivo questa nota allo scopo di rievocare un passaggio storico di fondamentale importanza del quale si sta ormai smarrendo la memoria per indicare come, un tempo, la mobilitazione popolare rappresentasse il solo antidoto al veleno fascista e terrorista. Quanto è accaduto intorno alla vicenda di Macerata, lo sconcerto che essa ha creato, le indicazioni che ne derivano di vero e proprio arretramento sul piano culturale, l’incredibile atteggiamento del sindaco della Città e del Ministro dell’Interno che oggi manda gli agenti in tenuta anti sommossa ad una manifestazione democratica (prima ancora che antifascista) la dicono lunga sul grado di perdita totale del minimo di senso comune del da che parte stare in frangenti del genere.
Non si parli per carità di divisione della sinistra come speculano certi giornali: chi esita su questo piano, magari per timori elettorali, non merita alcun appellativo è soltanto un ignavo e un pavido che pensa al proprio tornaconto. Mi auguro che rievocare il passaggio storico che si verificò a Savona, come esempio sulla base del quale ricostruire un minimo di dignità democratica, non di più intendiamoci, almeno quello. 
Questo il racconto di quei drammatici giorni.
Tra il mese di Maggio 1974 e quello di Febbraio 1975, Savona visse uno dei momenti, insieme più drammatici ed esaltanti della sua Storia.
Il riferimento, ovvio e naturale, richiama alla serie di attentati dinamitardi che si succedettero, in  varie parti della Città. Savona era una città dalla forte tradizioni democratiche e di lotta operaia, avrebbe ricevuto la medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza: un città contrassegnata dalla presenza di una forte classe operaia e amministrata da sempre dalle forze della sinistra ( nel ’21 gli amministratori comunali socialisti erano passati in blocco al PCd’I e il sindaco Mario Accomasso, reduce dai moti spartachisti di Berlino era diventato così uno dei primi sindaci comunisti d’Italia) e direttamente dai rappresentanti di quella classe operaia cui si faceva cenno, capaci di dismettere finito il turno in fabbrica la tuta da operaio e vestire i panni dell’amministratore pubblico (senza compensi) con sagacia e senso di responsabilità proprio nel momento difficile della ricostruzione della Città dagli eventi bellici.


Torniamo però al maggio 1974.
La situazione generale del Paese vedeva l'avviarsi della strategia della tensione (strage di Piazza Fontana, treno Italicus, Piazza della Loggia ecc) ed il manifestarsi dei primi episodi di terrorismo (attentato alla Sit – Siemens, rapimento del giudice Sossi : stagione del terrorismo che culminerà, quattro anni dopo, con  il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro), nel tentativo di arrestare l'intenso e tumultuoso processo di democratizzazione del Paese, che aveva ricevuto un forte e decisivo impulso dalla vittoria del “NO” all'abrogazione della legge su divorzio, nel referendum del 13 Maggio 1974 : un successo sostenuto da un ampio schieramento laico, di sinistra, dei cattolici democratici. L'asse politico del Paese appariva davvero, allora, spostato in direzione di una alternativa possibile all'ormai trentennale predominio democristiano e, al di là del giudizio che si può oggi esprimere sul comportamento di questo o di quell'altro partito, non è azzardato affermare che, in quella fase, si respirò sul serio l'aria del cambiamento. La stessa crisi economica, culminata nell' “shock” petrolifero dell'inverno 1973, parve rappresentare una occasione per mettere in discussione le coordinate stesse del modello di sviluppo, basato sul consumismo individualistico. Le bombe di Savona rappresentarono così uno dei tasselli, poste da mani oscure, per frenare questo tentativo di rinnovamento e porre un freno al processo di avanzamento democratico. Ancora oggi il mistero regna sull'origine, le forme di attuazione, gli autori, gli scopi di quegli attentati, anche se, alla luce di successive esperienze, appare avere un qualche plausibile fondamento l'ipotesi della pista neo – fascista, con il connubio di settori deviati dei servizi segreti italiani ed esteri, con lo scopo, appunto, di estendere , proprio a Savona città fieramente antifascista, protagonista della Resistenza, forme specifiche della già citata “strategia della tensione”.
Tutte le ricerche della verità furono inutili: quelle compiute dalla Magistratura, arrivata poi alla completa archiviazione del caso e quelle della Commissione Stragi, che pure nel 1994 grazie all'iniziativa dell'onorevole Del Gaudio, aveva acquisito tutti gli atti dell'inchiesta.
Il tentativo più importante, nella direzione di stabilire i nessi, le complicità, le origini dei mandanti di quei tragici episodi fu però compiuto dall'avv. Carlo Trivelloni, indimenticabile figura di democratico, che  nel 1982 redasse una propria relazione sull'argomento, avendo come oggetto le eventuali connessioni riscontrabili tra la “massoneria coperta” (in particolare la loggia P2 e le sue diverse filiazioni: non a caso tra i protagonisti della vicenda P2 si ritrovano, anche, coloro che pochi mesi più tardi furono investiti dal ciclone della “questione morale savonese”) e gli attentati terroristici di cui stiamo scrivendo.



La ricerca dell'avv. Trivelloni ricorda tutto questo, collegandosi puntualmente con i grandi misteri dell'Italia dell'epoca e vale la pena, ancor oggi, riprenderla e rifletterci sopra.
La vicenda delle bombe di Savona non può però essere ricordata a dovere, senza segnalare, ancora una volta, lo splendido comportamento, mantenuto dalla popolazione della nostra Città in quel drammatico frangente. L'attacco rivolto alla nostra vita democratica fu respinto unitariamente con grande dignità, compostezza, senso di partecipazione popolare. Una partecipazione che culminò nel grande moto della vigilanza di massa, diretta dai Consigli di Quartiere che ebbero una funzione determinante, purtroppo non più ripetuta in seguito in una forma così incisiva. Ad imperituro ricordo di quello slancio vivo di presenza popolare rimane, al largo di Corso Mazzini, il piccolo monumento a memoria di Fanny Dallari, vittima innocente di quella tragedia. Ho già accennato allo sviluppo intenso che la vita democratica della Città aveva segnato negli anni immediatamente precedenti ai fatti appena ricordati. Ebbene, in quell'occasione, accanto al potenziale di democrazia dal bassa espressasi attraverso la vigilanza di quartiere, si affermò anche tutta l'autorevolezza e la capacità di mobilitazione delle istituzioni e del sindacato. Chi vi partecipò ha ancora negli occhi l'eccezionale manifestazione di Piazza Saffi, svoltasi alla presenza di 30.000 persone, con la partecipazione del segretario nazionale della CISL, Luigi Macario, quale momento irripetibile di capacità popolare di prendere in mano il destino di tutti e cambiare il corso della storia.
Questa la cronologia dello stillicidio di attentati in quei mesi terribili:



 CRONOLOGIA DELLE BOMBE

APRILE 1974. A Savona, Spotorno, Varazze e Torre del Mare vengono date alle fiamme numerose auto. Gli attentatori lasciano bene in vista messaggi firmati “BRIGATE ROSSE”. Si tratta di un primo campanello precedente alle vere e proprie bombe.
30 APRILE. In via Paleocapa, nel cuore della città, a poche decine di metri dal cinema “Astor”, dove è in programmazione il film “Mussolini ultimo atto”, viene fatta esplodere una potente carica di esplosivo al plastico. La bomba era stata collocata nel portone del caseggiato in cui abitava il Senatore democristiano Franco Varaldo. L’esplosione, avvenuta alle 21, non provoca vittime, ma ingenti danni all’edificio, le cui scale crollano in parte, mentre il pesante portone dello stabile è proiettato all’esterno e sfascia un’auto in sosta. Tra gli abitanti si diffonde solo una grande paura a cui fa immediatamente riscontro l’indignazione e la protesta di tutte le forze democratiche e antifasciste. L’attentato si configura come una provocazione, nella ricorrenza del primo maggio, per la vicina scadenza del referendum sul divorzio e sembra voglia evocare il clima e lo spirito di tensione che precedettero le elezioni nell’aprile del’48. Pochi giorni dopo si attribuisce la paternità dell’attentato a “Ordine nero”. In questi giorni a Varese è processato il neofascista Daniele Zani, 21 anni, che avrebbe confessato di essere l’autore materiale dell’azione terroristica. (Da due articoli, uno del Secolo XIX e uno del Lavoro del 1° maggio ’74)].
9 AGOSTO. Attentato al plastico alla centrale Enel di Vado Ligure. Il disastro viene evitato, forse per caso, forse per un errore di calcolo: due bombe al plastico di mezzo chilogrammo l’una vengono gettate da una piazzuola di sosta dell’autostrada dei Fiori ed esplodono a pochi metri di distanza da un grosso autotrasformatore di tensione. Se l’attentato fosse andato a segno, le conseguenze sarebbero state di enorme portata: la centrale avrebbe anche potuto saltare in aria o, comunque, i danni sarebbero stati ingentissimi. Inoltre i cavi dell’alta tensione, cadendo sulla sede autostradale, avrebbero potuto provocare una vera e propria strage. (da un articolo del Secolo XIX del 10 agosto ’74).
9 NOVEMBRE. Esplode una bomba a Palazzo Nervi. Un ordigno di quasi dieci chili di esplosivo scoppia nel locale caldaie e si sfoga quasi completamente verso il basso, distruggendo le cantine, mentre le persone presenti nell’edificio vengono scagliate a terra dallo spostamento d’aria. I danni alle persone sono limitati al custode che viene ricoverato all’Ospedale San Paolo in stato di choc, ma l’esplosione tuttavia è impressionante e crea un panico notevole nella popolazione, tanto che gli abitanti, temendo una catastrofe, si riversano nelle strade in tutti i quartieri della città. I danni sono molto ingenti e vengono fatti ammontare a decine di milioni: oltre ai vetri in frantumi e alla rovina subita dalla caldaia e dalle suppellettili dei primi piani, si temono anche danni alle strutture portanti dell’edificio. Le prime dichiarazioni considerano il gesto terroristico come una criminale risposta alla cerimonia svolta al mattino all’Italsider con lo scoprimento del cippo dedicato alla memoria di sei partigiani fucilati dai nazifascisti; viene programmata una manifestazione di protesta per il giorno seguente. Alla condanna unanime di tutta la cittadinanza fanno seguito operazioni di controllo, da parte delle forze dell’ordine delle zone di Via IV Novembre, via Venezia, Piazza del Popolo e via Don Bosco. Il traffico rimane pressochè paralizzato in seguito alla situazione di emergenza e ai provvedimenti conseguenti sul piano della sicurezza. (da un articolo del Secolo XIX del 10 novembre ‘74).


12 NOVEMBRE. Cinque chili di tritolo esplodono nell’atrio della Scuola Media “B. Guidobono” in Via Macchiavelli. Intorno alle ore 18, terminata una riunione del Collegio dei Docenti e dopo che gli ultimi insegnanti si sono attardati a parlare al piano terra dell’edificio, scoppia la quarta bomba. La sera stessa si svolge una imponente manifestazione di protesta che parte dalla sede della Camera del Lavoro, all'epoca sita in via Giusti, a pochi metri dal luogo dell'attentato. L'indomani migliaia di Savonesi si riuniscono, dalle ore 8.30, in Piazza Saffi, per manifestare con centinaia di striscioni, bandiere e cartelli. Molti giungono dai centri della provincia, dalla Valle Bormida, da Finale Ligure, da Albenga, da Vado Ligure e dalle due Albisole; ci sono anche delegazioni di Arenzano e Cogoleto. Una manifestazione di protesta si svolge anche ad Albenga. A Savona l’atmosfera è carica di tensione; proseguono senza sosta le indagini per scoprire i responsabili dell’azione criminale che, solo per un caso fortuito, non ha avuto tragiche conseguenze. (da un articolo del Secolo XIX del 13 novembre 74).
16 NOVEMBRE ore 15.50. Tra le stazioni ferroviarie di Stella ed Altare, sulla strada ferrata, una potente deflagrazione trancia di netto un metro e mezzo di binario della linea Savona-Torino a circa 7 Km dalla città. Proprio in quel momento  deve transitare un convoglio proveniente da Alessandria. Due persone che avevano sentito lo scoppio lo hanno fermato correndogli incontro e agitando disperatamente le braccia per dare l’allarme. Il macchinista ha azionato i freni rapidi e ha bloccato il treno a circa 60 metri dal punto in cui era saltato il binario. Poteva essere una strage. In quel tratto la strada ferrata corre su un altissimo viadotto e non vi sarebbero state speranze per oltre quaranta passeggeri ed il personale del treno. In quel momento Quinto Quirini, 44 anni, si trovava in auto quasi sotto la ferrovia. Nella cava di fronte al viadotto Giuseppe De Luca, 26 anni, capisce tutto al volo e corre sul ponte. Nel corso della stessa serata comincia la vigilanza popolare sulla città: su iniziativa spontanea di molti cittadini, poi coordinati dai Consigli di Quartiere, ed ai quali successivamente giungerà l'appoggio delle Istituzioni, dei Partiti e dei Sindacati. Si tratta di un fatto di grande importanza sociale ed assolutamente unico, nel panorama della lotta al terrorismo in Italia. (da due articoli, uno del Secolo XIX e uno del Lavoro del 17 novembre ‘74).
16 NOVEMBRE ore 17.45. All’interno di uno stabile di Via dello Sperone, davanti alla porta di un appartamento situato al primo piano, si ha un’ulteriore esplosione. Lo scoppio, un vero boato, mette in allarme tutta la città. Anche qui il dramma è stato evitato solo per un caso: l’unica inquilina, una donna di 71 anni, Bianca Lasse, vedova Nuvolone, era in casa ma è fortuitamente rimasta illesa. (da un articolo del Secolo XIX del 17 novembre ‘74).


20 NOVEMBRE. Lo scoppio avviene alle ore 17.25 in un portone di Via Giacchero, ed è avvertito in tutta la città ed anche a Vado Ligure e ad Albisola. Il portone dell’attentato è contrassegnato dal civico numero 22. L’esplosione, violentissima, sventra gli appartamenti al piano terra e al primo piano dello stabile (un vecchio edificio di cinque piani che si affaccia sui giardini pubblici), polverizza le scale, divelle porte e finestre, scaraventa mobili nella strada, catapulta auto da un lato all’altro della strada. Il bilancio di sangue è pesante: tredici feriti, tra cui due soccorritori, e un morto. Tra i feriti ricordiamo Dino Dallari, 76 anni, cui furono riscontrate ferite alla testa, frattura del femore destro, contusioni e sospette lesioni ossee alla gamba, oltre allo stato di choc; Stella Pittamiglio Sardi, 73 anni, trauma toracico, trauma cranico, frattura polso sinistro, frattura bimalleolare, ferite al viso; Maria Giusto, 67 anni, ferite alla testa, trauma cranico, contusioni ed escoriazioni agli arti; Agostino Ciarlo, 32 anni, dipendente ospedaliero, sospette fratture costali, Giovanna Caporossi, 66 anni, trauma cranico, ferite alla gamba sinistra; Maria Caporossi, 58 anni cugina di Giovanna Caporossi, ferite alle gambe, trauma cranico, choc; Virgilio Gambolati, 70 anni, ferite alla testa, trauma cranico; Sergio Pescio, 30 anni, dipendente ospedaliero, ferite alle mani e alle gambe; Rina Bosio, 40 anni, stato di choc; Amelia De Salvo, 62 anni, stato di choc; Giovanna Capurri, 56 anni, fortunatamente quasi illesa. Fanny Dallari, 82 anni, muore alle ore 19.45 del giorno dopo. I medici si sono prodigati per 24 ore per cercare di strapparla alla morte. Il primario della divisione chirurgica, prof. Renzo Mantero, ha fatto il possibile, ma le lesioni provocate dall’esplosione, dalla caduta dal primo piano in seguito al crollo del pavimento e dal peso delle macerie che avevano semisepolto la vittima, non hanno concesso scampo. Gli inquilini dei piani superiori hanno vissuto un allucinante pomeriggio. Sconvolti dall’esplosione, impossibilitati ad abbandonare l’edificio pericolante per il crollo delle scale, sono stati posti in salvo solo con l’intervento dei vigili del fuoco, che li hanno calati dalle finestre con funi e sacchi di salvataggio. Le opere di soccorso, difficili per il timore di nuovi crolli, sono state avversate dalla pioggia battente; vi ha assistito una folla muta ma dura, di uomini e donne, giovani e vecchi che parevano impietriti; qualcuno aveva le lacrime agli occhi: lacrime di rabbia, esasperata dalla tremenda “escalation” di violenza e dalla consapevolezza di essere impotente di fronte ad un’azione vile nel senso più completo della parola. Soltanto dei vigliacchi possono arrivare a colpire degli innocenti nell’intimità familiare. (Da due articoli, uno del Secolo XIX e uno del Lavoro del 21 novembre ‘74).


23 NOVEMBRE Varazze. Esplode un’auto-bomba collocata a Varazze, in Via Accinelli, in mezzo agli alti piloni del viadotto Teiro dell’autostrada Genova-Savona, a pochi metri di distanza dalla caserma dei carabinieri. La carica, secondo quanto è emerso, è stata posizionata sotto il sedile anteriore destro dell’auto, una Seicento Fiat. L’ordigno era costituito da circa mezzo chilo di polvere nera ad alto potenziale. Non è stato invece possibile appurare se la bomba era collegata ad una miccia a lenta combustione (ipotesi più probabile) oppure a un congegno elettrico o ad orologeria. Un pezzo di lamiera della Seicento è andato ad abbattersi nel giardino del Signor Sebastiano Giusto, posto quasi nella parte opposta dello stesso edificio. Un altro pezzo si è incastrato fra le antenne della TV del condominio, mentre alcune vetture in sosta nei paraggi sono state danneggiate e una bicicletta è stata distrutta . A Varazze molti genitori si sono recati al Palazzo del Comune per esprimere la propria indignazione e chiedere che gli edifici scolastici siano adeguatamente protetti e sorvegliati in questi momenti di grave pericolo. Durante la riunione è stato deliberato di potenziare l’illuminazione nei dintorni delle scuole, predisponendo un servizio di vigilanza “24 ore su 24”, portato avanti dai genitori e, per quanto concerne gli edifici scolastici, dai ragazzi di Varazze. È stata promossa inoltre una manifestazione pubblica dal Comitato Unitario Antifascista che si svolgerà nel piazzale antistante l’ex stazione ferroviaria. (da due articoli, uno del Secolo XIX e uno del Lavoro del 24 novembre ‘74).
23 NOVEMBRE Cadibona. Una bomba è esplosa nel pomeriggio sull’autostrada Savona Torino, al chilometro 75 nei pressi di Cadibona. Per un vero miracolo l’ordigno ad alto potenziale non ha provocato vittime. Lungo la strada vi è infatti un costante movimento di veicoli e camion con rimorchio. L’esplosione è avvenuta mentre l’auto più vicina era a una distanza di almeno trecento metri. Se non si fosse verificata questa fortunata coincidenza sarebbe stata una strage. Basti pensare che la deflagrazione, avvenuta in un tratto di terra battuta al di là del “guard-rail”, sulla direttrice Savona- Torino, ha divelto una decina di metri della ringhiera d’acciaio. Rottami di ferro di ampie dimensioni sono volati dappertutto. Un pezzo lungo 4 metri si è piantato ad una trentina di metri più in là, dall’altra parte della carreggiata, fra due alberi. Se avesse “incocciato” un’auto questa sarebbe stata tranciata come da una specie di una gigantesca mannaia. Questa ennesima esplosione crea nuove e giustificate apprensioni nei savonesi. (da un articolo del Secolo XIX del 24 novembre ‘74).



26 FEBBRAIO 1975. Dopo quasi tre mesi di tregua Savona si ritrova di colpo in guerra: la bomba scoppiata in questo lunedì alle 18.40 dietro la Prefettura col suo bilancio, per fortuna non gravissimo ma sempre drammatico, di feriti, di spavento e di drammi ha riaperto le ostilità con un nemico che si firma "Ordine Nero" ma che punta decisamente a creare il caos nella nostra città. Un ragazzo, Massimo Fassio, mentre saliva le scale del portone di via Cava ha visto la bomba, così è corso ad avvertire due appuntati in questura; mentre si perlustrava il luogo scoppia la bomba: otto sono le persone ferite. Il Vescovo è accorso sul luogo per assicurare le solidarietà della Chiesa savonese. (da un articolo del Letimbro del 27 febbraio ‘75).
27 FEBBRAIO. Oggi alle 17.56 altro attentato: un traliccio dell’Enel salta alla Madonna degli Angeli e lascia senza energia la FIAT di Vado Ligure e la Sarpom di Quiliano. Alle 19.10 viene captato un messaggio sul Canale 3 della “Banda  Cittadina”: “Qui Ordine Nero. Vi faremo a pezzi”. (da un articolo del Letimbro del 28 febbraio ’75).
31 MAGGIO. Bomba al forte di Monte Ciutto. Fortunatamente l’esplosione si è verificata lontano dal centro abitato. La tecnica è sempre la solita: una miccia e lenta combustione collegata all’esplosivo. (da un articolo del Letimbro del 1 giugno ’75).
Una serie di fatti come si può ben notare dall’episodio di un pazzo fascista che spara come indice di un imbarbarimento generale: ma era ben diverso allora il clima politico e culturale, e la capacità di reazione delle masse popolari.



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